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martedì 15 luglio 2025

Viaggio in Liguria. Albenga e l'Isola Gallinara

Viaggio in Liguria - Seconda giornata
Albenga e l’Isola Gallinara. Fra streghe, gatti e rilucenti fanciulle


Era ancora pomeriggio inoltrato quando, partiti dalle bellissime Grotte di Toirano ci siamo diretti ancora poco più in là, verso Albenga. È abbastanza vicina e abbiamo deciso che, dopo aver visto un paio di cosine veloci, avremmo cenato lì.
Così quando siamo arrivati, ho parcheggiato e ci siamo infilati nel centro storico, dove a ogni angolo si ergono antiche torri e palazzi. Ripensandoci, il centro mi è piaciuto molto e avrei voluto fermarmi di più per esplorare ogni viuzza e ogni negozietto, ma eravamo decisamente stanchi, affamati, e più tardi ci avrebbe aspettato il viaggio di ritorno a casa.


Per questo ho cercato subito ciò che mi ero appuntata e non ho perso tempo. Prima di tutto, la Cattedrale di San Michele – nella quale in quel momento si stava celebrando la messa serale – con l’affresco del 1456 di Santa Clara, o Chiara, che mi era capitato di vedere e mi era piaciuto molto; quindi lo splendido battistero paleocristiano, che ho visitato in solitaria.


Mi aveva colpita il mosaico blu intenso con le dodici colombe bianche e una miriade si stelle. Solo leggendone i cenni storici, ho scoperto che l’originaria vasca battesimale a immersione, alla quale si accedeva tramite alcuni gradini, era “internamente ottagona ed esternamente “a stella”.” (1)
Ormai non mi stupisco più di questa lucente presenza, soprattutto perché non sono io a cercarla, è sempre lei a tornare a me e a mostrarsi per ricordarmi ciò che lei sa, e che forse so anche io.




Dopo aver lasciato il battistero paleocristiano, ho quindi seguito brevemente il sentiero della leggenda, che mi ha portata a incontrare un antico palazzo e una casa-torre, poco distanti l’uno dall’altra.
Il Palazzo Peloso Cepolla, in Piazza San Michele, nasconde un segreto impresso sulla sua facciata. Si tratta di una finestra murata, sulla quale i colori di un antico dipinto hanno perso intensità, e lasciano solo intuire ciò che, un tempo, avevano ritratto con maggiore brillantezza. A questa finestra, appare infatti la cosiddetta Dama del Mistero.
La si vede affacciarsi, col volto sbiadito, mentre guarda lontano con sguardo malinconico, e poco o nulla si conosce sulla sua vita. Eppure è diventata parte di una triste leggenda.
“Si narra che una giovane rampolla della famiglia Cipolla ebbe l’ardire di innamorarsi di un uomo di miseri lignaggi, cosa non gradita alla sua nobile famiglia. L’amore della ragazza fu osteggiato con ogni mezzo, motivo per il quale la fanciulla non volle più uscire dalla sua stanza, accontentandosi di ammirare la cittadina dalla finestra della sua stanza. Alla sua morte la finestra fu murata e, nel ricordo del suo perduto amore, la sua immagine fu dipinta sulla facciata.”
Gli abitanti di Albenga raccontano ancora che “nelle notti senza luna il viso della dama s’illumini di luce propria, guardando benignamente dall’alto le coppie di fidanzati che transitano sotto il suo malinconico sguardo.” (2)
Trovo questa leggenda molto dolce, ma soprattutto il dettaglio del viso della dama, che nelle notti più buie si illuminerebbe di luce propria, mi incanta. Chissà se qualcuno ha avuto la fortuna di vederlo rilucere dalla finestra, mentre i suoi dolci occhi benedicevano l’amore che lei non poté vivere.



La seconda leggenda era a pochi passi dalla prima, e coinvolgeva la casa-torre Lengueglia Doria, in Via Ricci. Oggi al piano terra accessibile dalla strada c’è una farmacia, nella quale non ho mancato di provare a chiedere notizie della suddetta leggenda, purtroppo senza che nessuno la conoscesse. Tentar non nuoce, mi sono ripetuta, e sono rimasta stupita quando una delle farmaciste, stupita più di me, mi ha risposto che non ne aveva mai sentito parlare, eppure ero la seconda persona a chiederglielo quel giorno. Strane coincidenze.
Si tratta di una storia che mi è subito diventata molto cara e da quando l’ho letta, più e più volte, la custodisco come un vero incantesimo ancora attivo.
Si narra che fino al XVIII secolo si potesse leggere, affissa sul muro della facciata della casa-torre, una strana e misteriosa iscrizione incisa su di un vecchio pannello di legno.
L’iscrizione diceva così:
“Fra il crepuscolo e la mezzanotte le anime del Purgatorio assumono la forma di alcuni animali domestici che non devono mai essere maltrattati in quelle ore.
Dopo la mezzanotte e fino all’avemaria del mattino sotto le forme di un animale, specialmente di un gatto nero, può nascondersi una strega.
” (3)
Si dice ancora che l’ammonimento fosse reale, poiché se qualcuno avesse osato maltrattare o uccidere un gatto, quando sarebbe giunta la sua ora il cuore non avrebbe potuto cessare di battere, lasciandolo in una perpetua agonia. L’unico modo per rompere la maledizione e permettere al morente di passare oltre sarebbe stato “far passare sul suo capezzale un gatto, preferibilmente nero.” (4)
Così come il gatto-strega maledice, il gatto-strega guarisce, e permette il trapasso.
La leggenda è alquanto curiosa e interessante. Ma le parole dell’iscrizione, per come le percepisco, sono davvero magiche… e nascondono certamente una antica e potente magia. Le streghe lo sanno.
Purtroppo non vi è più traccia dell’iscrizione – sarebbe stato strano il contrario, essendo sparita nel 1800 – eppure c’è il segno – quattro tasselli di legno – di una tavola che un tempo era affissa proprio sulla facciata dell’edificio. Probabilmente si riferiva ad altro, ma a me e al mio compagno – che ha notato i tasselli – piace pensare che la magica iscrizione fosse proprio lì.


Dopo aver passeggiato ancora per le vie storiche di Albenga, ci siamo rifugiati in un ristorante e finalmente ci siamo sfamati con una grigliata di pesce e una pasta allo scoglio. Era una vita che non la mangiavo e mi sono quasi commossa.
Rifocillati e riposati, ci mancava solo un’ultima piccola tappa prima di ripartire: la spiaggia di Albenga di fronte all’Isola Gallinara – chiamata in questo modo perché in epoca romana era abitata dalle galline selvatiche. E più di fronte all’isola della lingua di Scogli di Andrea non poteva proprio essere. A portarmi lì, un’altra delle leggende più amate, che pur provenendo da Imperia giunge proprio sull’Isola Gallinara.
Si narra infatti che a Costarainera, un paesino in provincia di Imperia, le streghe fossero solite trasformarsi nottetempo in uccelli, e che in tale forma volassero fino all’Isola Gallinara (5).
È probabile che le misteriose streghe-uccelli si posassero poi nei boschi inaccessibili dell’isola e qui, ripresa la forma di donne, danzassero in libertà, celebrando il sabba e compiendo i loro sortilegi.



Di certo, con il mare agitato e il vento freddo che si stava alzando, non era difficile per me immaginare lo stregato stormo dirigersi verso le sponte proibite.
Proibite alle persone normali. Non a coloro che attraversano il velo.

***

Ormai faceva decisamente fresco quando siamo risaliti in macchina per tornare a casa. Il viaggio di ritorno è stato impegnativo e sempre più lungo del previsto. Ci siamo dati il cambio alla guida e nell’ultimo tratto di strada sono crollata addormentata sul sedile del passeggero.
La prossima volta ci rilasseremo un pochino di più, ma le bellezze incontrate e vissute sono state impagabili e hanno valso la fatica.
Questo non è che l’inizio, e ciò che verrà saranno voli ancora un poco più alti, più lontani, più liberi.

***

ALBUM FOTOGRAFICI
Centro storico di Albenga
L’Isola Gallinara

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Note:

1. Tratto dal pieghevole Museo Diocesano Battistero. Diocesi di Albenga, consegnato all’inizio della visita.
2. Cfr. Marco Alex Pepè, Liguria magica e stregata, De Ferrari, Genova, 2018, pag. 170.
3. Ibidem, pag. 171.
4. Ibidem.
5. Cfr. Luisella Ceretta, Sante, streghe ed eretiche. Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Edizioni Susalibri, Torino, 2025, pag. 124.

lunedì 14 luglio 2025

Viaggio in Liguria. Camogli

Viaggio in Liguria - Prima giornata
Camogli, di scogli, mare e dragonarie


Di viaggi incantati, dalle mille piccole e grandi tappe che si muovono intorno e si riflettono dentro, portando a camminare fra il visibile e l’invisibile, ne ho appuntati tanti, tanti davvero. Ognuno di essi attende da molti anni, eppure il tempo non è che illusione, e a volte semplicemente le cose accadono quando è il loro tempo, non prima.
Una serie di circostanze, anche dolorose, hanno infine portato a compiere uno – il primo – di questi viaggi, un po’ più complessi, un po’ più impegnativi, per me prove da affrontare e cercare di superare con la serenità nel cuore – per quanto possibile. Non siamo tutte uguali, e se per alcune certe cose sono come porte aperte facili da oltrepassare, per altre sono muri da scalare, o da abbattere quando si trova la forza per farlo. E non si è da meno per questo, si è solo diverse, si ha un’indole diversa e la semplicità la si trova e realizza in altro. Spesso in qualcosa che, in egual modo, è muro per altre. Ognuna ha i suoi muri, ognuna ha le sue porte aperte. E coloro che giudicano questo – spesso con malignità – semplicemente sono povere dentro, e di valore ne hanno poco.
Ebbene, per me è molto difficile, e lo è sempre stato, viaggiare lontano e dovermi fermare a dormire in un luogo che non è casa mia. Siamo poche ad essere fatte in questo modo, e ancora meno ci capiscono. Quasi nessuno comprende l’importanza del riuscire a farlo, una volta ogni tanto, e magari, poco a poco, sempre di più. Questo viaggio, pertanto, per me è valso più di quanto avrebbe potuto valere per altre, e la sua bellezza è arricchita da questa mia personale e intima consapevolezza.
Un piccolo volo più alto degli altri, più lontano, più libero.
A benedirlo, una immensa luna piena sul mare.

Ci tenevo a introdurre questo viaggetto – svolto giovedì e venerdì scorsi – in questo modo perché per me è qualcosa di importante. Detto questo, sono pronta a portarvi con me nel cuore della bellezza.
Quello di cui sto per raccontare è uno dei molti itinerari che nel corso degli anni mi sono appuntata per esplorare in modo magico la Liguria. In questo primo percorso ho quindi scelto di svolazzare un po’ qui e un po’ là, per sfiorare più direzioni e cominciare a capire verso le quali volare ancora, per addentrarmi in modo più profondo e accurato. La ricerca delle case lontane da casa, quei luoghi del cuore e dell’anima nei quali ritrovarmi e stare bene, in compagnia – come in questo prezioso viaggio – o da sola.
Dopo aver ricordato come si fa a preparare una valigia, evitando di portarmi dietro anche gli arredi e riducendo tutto al minimo necessario, con varie spinte e incoraggiamenti del mio compagno siamo finalmente saliti in macchina, ho fatto il pieno e con una strana e immotivata serenità, che superava l’agitazione e mi sussurrava dentro finalmente, siamo partiti. Abbiamo deciso che ci saremmo dati il cambio alla guida – io soffro la macchina e preferisco guidare sempre, ma se la strada è dritta e tranquilla posso concedermi di consegnare le chiavi, con la stessa solennità di San Pietro, e riposarmi un pochino sul sedile del passeggero.
Siamo dunque partiti e ho imboccato la direzione Genova, con lo sguardo e il cuore ormai rivolti solo avanti. Il viaggio è stato piuttosto lungo, ma il momento in cui è apparso il mare, che non vedevo da tanti anni, è stato per me commovente. Credevo fosse una striscia di cielo più intensa, e invece, era lui. Ci siamo quindi fermati in un autogrill caro al mio compagno, che è subito diventato anche il mio preferito: subito dopo Masone, dove un’immensa pala eolica accarezza il vento. Dopo un caffè e una brioche abbiamo subito ripreso il viaggio, e dopo vari rallentamenti che lo hanno protratto più del previsto, siamo finalmente arrivati alla nostra prima tappa, sulla Riviera di Levante: la bellissima Camogli.



Camogli è un borgo marinaro attorniato dagli scogli, sui quali si infrangono onde dalla bianca spuma e l’incantevole acqua verde-blu. Veniva chiamata la Citta dei mille bianchi velieri, paese di capitani di mare, navigatori e bastimenti. Il suo nome potrebbe avere origini greco-liguri e derivare da cam, “basso”, e gi, “terra”, quindi “terra in basso”, significato che corrisponderebbe alla caratteristica topografica del borgo, un tratto di terra bassa sul mare. C’è però chi vuole che derivi da Camulo o Camulio, uno dei nomi attribuiti al dio Marte da Sabini ed Etruschi, oppure da Camolio, forse una divinità Gallo-Celtica.
Ciò che però veglia e protegge Camogli, ovvero la matrona della città che qui viene affettuosamente venerata, non è altri che la Stella Maris, il volto con il quale appare la Madonna in molte zone marittime. Lei è la stella che protegge e guida coloro che navigano sul mare, e riporta a casa i dispersi, materna e amorevole, signora delle acque marine e del cielo stellato. È tanto amata a Camogli che la sua festa, fatta di barche e lumini accesi sull’acqua, è la più partecipata. Nello stemma della città appare in cima una stella dorata, a simboleggiare “la forte devozione mariana verso la Stella di Mare (…).” (1)

Lasciata la macchina, abbiamo sceso scalini su scalini fino ad arrivare alla passeggiata – bollente – sul mare. La stanchezza e il caldo, eccessivo in questo tratto di percorso, mi hanno molto provata, ma la frescura e l’ombra del ponte che si affaccia sul porto, piano piano, mi hanno riportata in vita. Così di lì a poco abbiamo ripreso l’esplorazione verso il vecchio faro, passando accanto alla ringhiera dove migliaia di cuoricini sono stati appesi dagli innamorati, e attraverso la bella galleria dei pescatori, fino a incontrare le particolari installazioni a coda di balena. Non amo l’arte moderna, ma queste le ho adorate.


Salendo poi altre scale, abbiamo raggiunto la meta più ambita.
Il motivo che, prima ancora di conoscerne la storia, mi aveva spinta a scegliere questo borgo di mare, con i suoi colori caldi e vivaci, era una sua antica costruzione di guardia: Castel Dragone, chiamato anche Castello della Dragonara. Si tratta di un semplice castelletto di difesa sul mare, risalente probabilmente al XII o XIII secolo, che nel corso della storia ha avuto diverse vicissitudini ed è stato “roccaforte di avvistamento per difendere l’antico borgo e il tratto di costa circostante dalle incursioni dei pirati turco-barbareschi (…)” (2).
Il suo nome, dragonara, mi ha fatto pensare a un drago femmina che veglia e protegge il mare, oppure a una donna oltremondana dalle sembianze di serpente o drago, ma soprattutto mi ha ricordato lo spirito femminile, o la strega, che nella tradizione siciliana scatenava venti e tempesta: la dragunera. Ed è stato per me entusiasmante scoprire che, in un certo senso, è proprio a questo che la sua denominazione si riferisce.



Il Castello della Dragonara venne infatti chiamato così dal termine popolare dragonaria, che richiama la possanza del drago e significa “vortice d’aria di tempesta”, a indicare “la sua particolare posizione a picco sul mare spesso esposta a mareggiate e tempeste” (3). Senza conoscere quasi nulla di tutto questo, ho sentito che volevo vederlo, viverlo, ascoltarlo. La sua voce, il ribollire delle onde, il loro infrangersi sugli scogli, il ruggire infuriato dei venti. Da lì, ogni cosa è visibile, ed è possibile scrutare in lontananza, preavvertire ciò che verrà, quindi anticipare le mosse e agire; ovvero vegliare, e se necessario, difendere.
Lo immagino col mare cupo e arrabbiato, sferzato dalla dragonaria dalla quale prende nome… molto diverso dall’aspetto mite e lucentissimo con il quale mi appare mentre gli sono accanto. Certe volte è negli aspetti più violenti della natura che le perle più preziose emergono dagli abissi e generano meraviglia. Tuttavia, sembra non essere questa una di quelle volte, pertanto mi godo la visione piena di bellezza luminosa, in pace.
Nessuna burrasca all’orizzonte, nessuna invasione imminente. Ogni cosa andrà bene.


Dopo aver osservato a lungo il Castello della Dragonara, ed esserci immersi nel paesaggio incantevole che lo circonda, abbiamo convenuto che se non mangiavamo un boccone saremmo probabilmente deceduti lì, così siamo scesi nuovamente verso la spiaggia di scogli, dove i numerosi negozietti e locali marinari accoglievano in un tripudio di colori e profumi – e che profumi! Abbiamo scelto un posto carino in cui mangiare e ci siamo rilassati davanti a una insalatona leggera ma gustosa per me, e la tipica focaccia ripiena al formaggio – eravamo attaccati a Recco, dopotutto – per lui.


Dopo mangiato abbiamo trascorso del tempo seduti sugli scogli a guardare il mare, mentre il sole lentamente si spostava dietro la Dragonara. Un momento di pace assoluta. Dopo la sofferenza degli ultimi mesi, è stata una medicina.


Quando abbiamo avuto voglia di alzarci, con gli occhi saturi di colori, ci siamo quindi incamminati verso la macchina. Mi sono ripromessa di tornare per adottare qualche pesciolino di legno dalle botteghe della passeggiata, ma ad attirare la mia attenzione sono state due splendide sirene dipinte che sorridevano accanto all’ingresso di un negozio di acconciature. Una delle due, in particolare, mi ha toccato il cuore. Il suo dolce sorriso è stata una carezza, e mi ha ricordato, ancora una volta, l’amore che ho sempre nutrito per loro – anche se col tempo l’ho un po’ dimenticato, o volutamente abbandonato.
Ricorda che ciò che sei non cambia col tempo e la dimenticanza, resta sempre uguale. Ciò che sei, lo sei e sarai sempre. La sirenetta dipinta sembrava proprio sussurrare queste parole. Forse, il loro vero significato, lo sappiamo solo noi.


Lasciate a malincuore le due sirene con le conchiglie e l’amorevole sorriso, abbiamo proseguito. Ci aspettava un altro tratto di autostrada per raggiungere la Riviera di Ponente, e lì, il nostro albergo.

Continua…

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Approfondimento
Radici di Strega - La dragunera, strega marina dei venti

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note:

1. Vedi Camogli e Dintorni - Cenni Storici
2. Vedi Welcome Camogli - Castello della Dragonara
3. Ibidem.

giovedì 3 luglio 2025

Il Santuario di Sant'Euseo. Di acqua, roccia e fuoco

Sono i luoghi di potere curativo che negli ultimi mesi, anche per via della mia stessa necessità di guarigione, mi attraggono e, ogni volta, mi donano benessere e fiducia. Dopo aver conosciuto il Santuario di Sant’Anna, dove la roccia ramata ha accolto le mie parole, martedì è stato il momento di un santuario simile, accomunato al precedente, così come ad altri poco lontani – Boca, Azoglio e Varallo soprattutto – dalla presenza della stessa roccia rossa, considerata pregna di potere tellurico: il Santuario di Sant’Euseo, a Serravalle Sesia.
Ci siamo stati, il mio compagno di viaggio e io, dopo un impegno vicino a Varallo, dove sono andata a trovare la mia casetta di pietra – in attesa di essere ristrutturata – e a controllare che l’erba che avevo fatto tagliare pochi giorni prima avesse liberato il terreno e il piccolo ruscello canterino. Dopo una passeggiata nel centro della cara Varallo, dove ci siamo saziati di golosità, sotto a nuvoloni scuri e incombenti che minacciavano temporale, abbiamo quindi fatto una breve tappa al santuario.



Sapevo cosa cercare, ma non l’ho trovato immediatamente. Sul subito mi sono lasciata ingannare dalla grande scalinata che mi ha portata nella parte alta e più recente – e per me poco interessante – della chiesa. Per un breve momento ho seguito l’apparenza, ciò che si vuole che tutti seguano, e come sempre, non ho trovato nulla – del resto amo arrivare alle cose magiche lentamente, lasciandole per ultime, e godendomele solo dopo aver esaurito l’attenzione per tutto ciò che, di poco conto, le circonda.



Scendendo e cercando vicino alla terra ciò che volevo incontrare, l’ho trovato. A lato della grande scalinata, sorge infatti la parete volutamente costruita sulla roccia sacra, come ad assorbirla nelle mura della chiesa, la stessa roccia ramata dei santuari vicini.




Non solo, questo santuario contiene un altro piccolo mistero. Proprio sotto alla scalinata grande, sale infatti una scala più piccola, che porta inspiegabilmente a un muro verticale, o meglio, a ciò che vi giace accanto. Per distogliere l’attenzione dall’usanza antica è stata aperta una sorta di finestra che dà su una cappella rocciosa, nella quale è stata posta la statua di Sant’Euseo, ma ciò che ha vero valore non è questo, ma una cavità alla base del muro, un buco circolare scavato nella roccia, all’interno del quale si raccoglie l’acqua piovana. Questa acqua, che riempie naturalmente la piccola conca, era ritenuta guaritiva, tanto che in passato le donne solevano raccoglierla nelle bottigliette e portarla a casa.




Dopo aver salito la scaletta, e aver osservato a lungo il buco rotondo, ho quindi immerso le dita nell’acqua coperta di foglie secche, fredda e scura, ripromettendomi di tornare a raccoglierne una boccetta per scopo curativo e magico.
Scesa la scala, mi sono quindi avvicinata alla roccia rossa, così simile alle altre, e toccandola ho richiesto guarigione e fortuna.
Riunita al mio compagno di viaggio, che scopriva il luogo a modo suo – poiché ognuno ha il proprio modo, ed è giusto rispettarlo – abbiamo quindi esplorato il resto dell’edificio, camminandoci attorno. Mi ha attirata una vecchia campana appesa a uno degli archi del porticato superiore. Il santuario è imponente, ma forse un poco abbandonato a se stesso.


Tornando vicino alla scala della conca, e allontanandomi lentamente dopo aver scattato qualche fotografia, ho quindi notato la presenza di una fontana infissa nel muro della scala maggiore, ricordando solo più tardi che fa parte della sacralità del luogo, poiché è una fonte naturale. Questo santuario è un luogo al quale non manca nulla di ciò che, anticamente, suscitava devozione e pratiche magico-religiose. L’acqua pura della fonte, l’acqua piovana con le sue proprietà curative, e quindi la roccia rossa, ricca di rame. Si potrebbe pensare che manchi solo il fuoco, ma non è così: l’amico autore Roberto Gremmo ricorda infatti che Don Florindo Piolo nel suo Storia del Comune di Serravalle, riportava che proprio nelle vicinanze di Sant’Euseo, “alla vigilia di Pentecoste, veniva acceso un gran fuoco, con legna raccolta precedentemente di casa in casa per tutto il paese e veniva acceso in cima al dirupo che sta a fianco del santuario e che da questo fuoco prende il nome di Falòr.” (1) Un falò propiziatorio, come suggerisce Gremmo, “l’ultimo tassello di una religiosità naturale che rende straordinario il sito dove vicino al Sesia su un massiccio blocco litico si venera la cavità guaritrice, ci si disseta ad una fonte perenne e si medita fra frondosi alberi secolari accendendo fiamme propiziatrici.” (2)
Forse, ciò che sembra abbandonato a se stesso, solitario – incompreso, se non da pochə – è solo in silenziosa attesa. Ancora pregno di memorie passate, perlopiù dimenticate, svela tuttavia il suo potere ancora presente: nella roccia, nell’acqua, nella linfa, nel vento, e nel riverbero lontano di un fuoco spento, del quale, tuttavia, la parola magica falòr riaccende la fiamma.
Così ogni cosa è dove deve essere, e come deve essere. Allora come adesso.

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Tornando verso casa, è capitato di nuovo, come ormai capita quasi ogni volta. Una ghiandaia, nel suo volo turchino, ha attraversato il passaggio, volando da sinistra verso destra. Succede quasi sempre, e anche la direzione del volo è sempre la stessa. Non so se sia un messaggio – vola nell’azzurro e portalo nelle tue ali, ovunque tu vada, forse sta dicendo – ma so che fa parte dei miei piccoli momenti magici. Perché non importa dove io vada, e cosa voglia vedere ed esplorare – spesso sentendomi persino a disagio in alcuni dei luoghi che percorro. Ciò che importa è cogliere il momento magico, quello che parla dentro. È quello che nutre veramente, e che lascia la sua impronta di luce nell’anima. L’unica che può comprenderlo, e custodirlo.


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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note:

1. Tratto da Roberto Gremmo, Valsesia magica e misteriosa, Botalla Editore, Biella, 2023, pagg. 28-29.
2. Ibidem, pag. 29.

giovedì 12 giugno 2025

Il Santuario di Sant'Anna a Montrigone e la roccia ramata

La seconda tappa del mio viaggetto solitario di ieri pomeriggio, sotto un sole cocente, è stata molto carina e mi ha lasciato dentro una bella sensazione.
Dopo essermi immersa nella visione e nella leggenda della azzurra Sesia e del gigante Fenera, guardandoli dal caldo ma ventoso ponte di Aranco, alle porte di Borgosesia – e dopo aver zoppicato imprecando per venti minuti alla ricerca di una farmacia, quando l’immancabile vescica mi si è aperta nel tallone, facendomi vedere ad ogni passo la madonna e tutti i santi – mi sono concessa un caffè e una crostatina in un bar vicino, dove ho scambiato qualche parola con la gentilissima proprietaria. Proprio lei mi ha consigliato che strada prendere per raggiungere il posto che volevo vedere, e dopo essermi rifocillata – col mio benedetto cerotto sul piede – sono stata pronta a ripartire.
A dire il vero il posto era proprio a poche centinaia di metri, e senza rendermene conto lo avevo già visto spiccare in cima al misterioso Montrigone.
Si tratta del Santuario di Sant’Anna, ricordato per la presenza della roccia ramata, considerata fonte di guarigione e benessere. Il santuario non è antichissimo, in realtà venne costruito nel 1700 sui resti di un castello di proprietà dei conti di Biandrate, e sempre nello stesso periodo vennero costruite anche le quattordici cappelle che fanno parte della breve ma intensa via crucis che sale, in un percorso a scale quasi verticale, verso la cima del monte.
Ammetto che, col caldo che faceva e la poca voglia di guardare le solite cappelle – che personalmente mi interessano poco – ho deciso di raggiungere la cima direttamente in macchina e godermi la parte più affascinante del posto, oltre che la bellezza della natura circostante.


Dal lato settentrionale, volgendo le spalle al caro monte Fenera, si raggiungono subito le misteriose nicchie, sei in tutto, più simili a piccole grotte scavate nella roccia. Una roccia guaritiva, tanto ricca di rame da essere completamente rossa.
La prima nicchia, salendo verso la cima, è poco profonda e ospita le statue dell’apparizione della Madonna a una pastorella, la seconda e la terza invece sono vuote, o meglio, sono state chiuse, cementificate, e la presenza della roccia ramata è davvero preponderante. Accanto alla seconda nicchia è stata posta una colonnina per le ellemosine – o forse per indirizzare, o correggere, altri tipi di offerte. Quindi la quarta grottina ospita una statua di San Giovanni Battista, la quinta una Maddalena a seno nudo e lunghi capelli, con accanto il teschio, e la sesta il Cristo morto, con un angelo dal volto dolce.



Naturalmente le nicchie più interessanti e misteriose sono quelle chiuse e vuote, eppure sono piene di pietra rossa. Mi sono chiesta cosa avesse potuto contenere quella cementificata, anche perché, come ricorda l’autore Roberto Gremmo, la roccia è la stessa dei poco distanti santuari di Boca e di Azoglio, dove nel primo è stata costruita una cappella proprio sopra la roccia, per nasconderla, e nel secondo parte della chiesa, nel punto in cui la roccia era più visibile e accessibile, è stata ugualmente cementificata; e di esempi simili ce ne sono parecchi. Forse non è questo il caso, ma se invece lo fosse, anche questa volta si tratterebbe di un luogo nel quale per lungo tempo vennero perpetuate pratiche magiche per ottenere fertilità e guarigione da coloro che le antiche vie, e gli antichi modi, non li avevano mai dimenticati.




Per quanto mi riguarda, lungi dal desiderare fertilità, ho chiesto invece guarigione, e anche se un po’ dura e scomoda, perché appuntita, mi sono seduta per qualche secondo sulla nuda roccia rossa, perché l’energia arrivasse esattamente dove ne ho più bisogno.
Quindi, dopo aver temporaneamente lasciato le nicchie alle spalle, ho raggiunto il porticato della chiesa e mi sono riempita i polmoni di aria fresca e gli occhi di bellezza. La vista da lassù è davvero bella. La giornata calda e afosa non permetteva di vedere le varie cime delle montagne delineate davanti al porticato, ma in una giornata luminosa e tersa la vista dalle comode panchine deve essere splendida. Di certo vale la pena tornarci nel momento giusto, con la vista giusta.


Ho lasciato il porticato e ho percorso qualche tratto di via crucis al contrario, convenendo sul fatto che avere come destinazione spirituale il parcheggio del supermercato non era ispirante, e che di certo questa particolare via crucis è bella solo se svolta nel senso giusto, dal basso verso l’alto.
Il sole da quel lato scotta particolarmente, così mi sono rifugiata di nuovo in una delle fresche nicchie rosse, e dopo essermi rinfrescata e un poco rigenerata, ho preso la via del ritorno.





Approfondendo un pochino la sua storia, si dice che il luogo avesse generato due eventi miracolosi: la fioritura di un magnifico roseto durante una notte di Natale, e la salvezza della popolazione valsesiana dall’epidemia di peste grazie all’intercessione di Sant’Anna.
Per quanto riguarda invece il significato più suggestivo di Montrigone, ovvero del nome del monte che ospita il santuario, purtroppo non sono affatto convinta della sua credibilità – e ricordo sempre che non è ciò che piace di più a esser vero, è vero quel che è vero, anche quando piace meno.
In una guida illustrata della Valsesia pubblicata nel 1894, l’autore Federico Tonetti sostiene infatti che il toponimo del monte derivi da Mons Orionis, ovvero Monte Orione o Monte di Orione, riferendosi alla grande costellazione celeste e lasciando forse intendere che l’altura fosse dedicata a pratiche divinatorie di osservazione delle stelle (1). Certamente è un’ipotesi affascinante, ma – al di là del fatto che non mi suona giusta, ma questa è una mia considerazione personale – non esiste alcuna documentazione a riguardo, mentre altre fonti locali definiscono il toponimo come la semplice unione di Monte Rigone, “dal latino origonus, a sua volta da oro, cioè “pianoro rialzato”, un termine appartenente allo strato linguistico padano e molto diffuso in Valsesia” (2). Origine che trovo assai più verosimile, per quanto meno ispirante.
Che poi ci sia stato, o ci sia ancora, chi osserva le stelle sulla cima del Montrigone, questa è altra storia, ma credo sia sempre giusto essere onestə e correttə, e quindi attendibili, nella propria ricerca, a prescindere da ciò che piaccia o meno.

Dopo questo breve ma affascinante incontro, credo che il Santuario dedicato a Sant’Anna, ovvero a una santa che il più delle volte venne appositamente sovrapposta all’antica dea, madre di tutte le madri, in un luogo intriso di rame ed energia rigenerativa, meriti di certo una visita e forse, un’indagine più profonda. Profonda come le grottine che sono state chiuse, nascoste dal cemento, e che non è dato sapere cosa contenessero e come, un tempo, venissero utilizzate.
Forse certe cose non si possono conoscere, ma è bello provare a immaginarle, a sentirle, e forse, a scoprirle camminando fra il visibile e l’invisibile, un passo dopo l’altro, un passo dentro l’altro.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note:

1. Le informazioni sono contenute in Roberto Gremmo, Valsesia magica e misteriosa, Botalla Editore, Biella, 2023, pagg. 23-25.

2. Vedi il sito ufficiale della Valsesia: In Valsesia – Santuario di Sant’Anna

mercoledì 5 febbraio 2025

Ivrea. Il Monte Stella e la Cripta nella Cattedrale

I giorni passati sono stati, e in parte sono ancora, complicati, e alcuni viaggetti che avrei voluto compiere sono dovuti passare in secondo piano. Quando il corpo necessita di qualche cura, e di pazienza, non è possibile fare altrimenti, così ne ho approfittato per lavorare e per leggere alcuni libri, cominciando ad approfondire alcune tematiche e quindi a prepararmi a ciò che verrà. Un giretto breve tuttavia sono riuscita a spuntarlo ieri, approfittando della bella giornata. Proprio un paio di settimane fa, tornando da Levone, ero infatti stata, di passaggio e senza averlo programmato, a Ivrea, e appena tornata a casa avevo fatto qualche ricerca per vedere cosa di bello poteva offrire, seguendo rigorosamente la mia ispirazione.
Ci era stato consigliato caldamente di visitare la cattedrale, dedicata a Santa Maria Assunta, ma non avevo idea che nascondesse una misteriosa e splendida cripta, nella quale da poco erano stati scoperti e riportati alla luce alcuni frammenti di affreschi quattrocenteschi a dir poco interessanti.
E soprattutto, ho scoperto che proprio a pochi passi dal centro città, salendo per una stretta e tortuosa stradina, si avrebbe raggiunto niente meno che il piccolo Monte Stella con il suo Santuario dedicato alla Madonna della Stella, o meglio, alla Regina Montis Stellæ.
Ho quindi scelto di seguire quella che era stata, in principio, la mia via ispirata. Per quanto spenta, o invisibile ai miei occhi e rifiutata, infatti, non ha smesso di comparire sui miei passi, e di ricordare come era nata dentro di me, quando ancora nessuno poteva saperlo.
Nonostante questo devo dire che il viaggetto di ieri non mi ha entusiasmata, forse non sono stata capace di cogliere ciò che c’era, o forse semplicemente non c’era nulla che io potessi cogliere. Ma sono contenta di averlo fatto, di aver impresso sensazioni e immagini nella memoria dei passi e degli occhi, e quindi di aver socchiuso porte attraverso le quali, col tempo, potrà forse arrivare qualcosa di altro.
Partita da casa un pochino tardi – con mia mamma che si è subito accodata – avevo deciso di dare la priorità alla cripta della cattedrale, ed eventualmente di lasciar perdere il Monte Stella – sarei magari tornata in un altro momento. Ma a volte non siamo proprio noi a decidere, e anche se è stato un caso, mi ha fatta sorridere. Avevo infatti impostato il navigatore per la destinazione giusta, credendo che fosse la prima della cronologia – controllo sempre i percorsi prima di partire – ma distratta dalla strada non mi ero accorta che la prima della cronologia non era la meta che pensavo. Così, quando inaspettatamente mi sono trovata sul Viale Monte Stella, con la voce del navigatore che mi diceva di svoltare a destra e imboccare la stretta stradina che portava appunto al Monte Stella, mi sono arresa, ho sorriso, e mi sono detta va bene, hai vinto tu.
La salita è un pochino complessa ma breve, ed è come se in un attimo si abbandonasse il trafficato centro città e ci si ritrovasse in un posto completamente diverso, con gli alberi trafitti da lucentissimi raggi di sole, il canto degli uccellini, le taccole che volano alto, sulla cima dei tetti e del campanile.


Lasciata la macchina nel comodo parcheggio, abbiamo raggiunto la chiesa a pianta circolare, che sorge accanto a un edificio più modesto che però pare essere quello più antico. Sulla sua facciata è ancora visibile una lunetta affrescata nella quale la Madonna col Bambino sembra insegnare e trasmettere conoscenza a coloro che, inginocchiati a semicerchio attorno a lei, ascoltano.
La chiesa, edificata solo nel XIX secolo, è modesta. Ammetto che non mi ha comunicato nulla. A essere interessante è l’immagine posta sopra l’altare. È incorniciata come fosse un dipinto ma si tratta di una piccola porzione di affresco, sulla quale sono ancora visibili i buchi dello scalpello. Si dice rappresenti la Madonna Nera di Oropa, ma questa identificazione non è certa. La Madonna affrescata infatti ha la pelle chiara, anche se la posa e gli attributi richiamano quelli della sua sorella biellese.



Mentre esploravo la chiesetta, in qualche saletta laterale erano in corso le prove di canto gregoriano, così è stato bello ascoltare l’eco lontana di quelle voci modulate e intense.
Uscita dalla chiesa ho proseguito verso la cima del Monte Stella, poiché quella era la vera meta dei pellegrinaggi, nonché delle prime funzioni religiose. Lì sorge una cappella, ora dedicata ai Tre Re. Le sue celebrazioni più importanti venivano svolte non a caso durante l’Epifania.
Inizialmente, era proprio la Cappella dei Tre Re ad essere visitata come piccolo santuario dedicato alla Madonna della Stella, o semplicemente, alla Stella. Per via della difficoltà nel raggiungerlo, e della più recente costruzione della comoda chiesa sottostante, si decise tuttavia di spostare là le funzioni più importanti, dedicando la chiesa nuova alla Madonna della Stella e portandovi l’affresco prelevato dalla cappella. Di lì a poco, la cappella in cima al monte venne abbandonata.


Qualcuno sostiene che su una pietra alla sinistra della cappella siano state incise coppelle e segni celesti in epoca celtica, senza tuttavia documentare alcunché. Questa possibilità mi aveva entusiasmata, e sono andata apposta per toccare con mano la pietra e provare a capire, ma devo dire che ho molti dubbi a riguardo. Guardando con attenzione e spirito critico, si nota che i fori sono troppo profondi per essere coppelle scolpite a mano, sono tutti uguali e perfettamente regolari, come se a farli fosse stato qualche strumento o macchinario più o meno moderno. Non saprei cosa dire, invece, delle linee incise. Magari sbaglio, e magari qualcuno saprà spiegarmi ciò che non conosco, ma temo non vi sia nulla di realmente antico o misterico sulla pietra accanto alla Cappella dei Tre Re.
Questo però non significa affatto che lì non vi fosse nulla di sacro in epoca precristiana, al contrario. Intanto, un masso molto grande sorge a fianco alla parete laterale dell'edificio – a ricordo di quelli di Oropa – e poi è risaputo che la costruzione di cappelle, chiese, santuari e percorsi della via crucis sopra certi monti o colline, il più delle volte – se non tutte – nasconda la presenza di culti precedenti, spesso legati proprio a divinità assimilabili alle figure cristiane alle quali tali santuari vennero in seguito dedicati – così che il popolo non trovasse troppa differenza con le proprie divinità e potesse continuare ad adorarle nelle loro nuove sembianze.
Un monte attorno al quale è sorta una città doveva essere importante. La sua dedica alla Madonna della Stella, o semplicemente alla Stella, potrebbe rivelare che, sulla cima di quell’altura, si onorassero le sorgenti della luce notturna, le stelle. E forse una divinità femminile legata alle stelle, stella lei stessa, come poteva esserlo Diana o una simile divinità luminosa che la interpretatio romana volle identificare con lei. Magari legata anche al tempo solstiziale e quindi natalizio.
Il luogo è infatti legato in particolare alla Stella che apparve nel cielo dopo la natività, e quindi all’Epifania. I Tre Re furono guidati dalla Stella verso la capanna in cui si trovava il bambino divino, e alla Cappella dei Tre Re sul Monte Stella per molto tempo vennero svolti pellegrinaggi e celebrazioni nel periodo di Natale e dell’Epifania. All’interno della cappella, i fedeli trovavano ad attenderli l’affresco della Madonna col capo attorniato da piccole stelle dorate. Furono loro a chiamarla Madonna della Stella. E lei era lì per loro, a guidarli, sorridente, accogliente, luminosa. Come forse lo era, prima di lei, la dea-stella che lì era onorata.
Forse i segni impressi sulla pietra non hanno nulla a che fare con i culti precristiani, ma è lecito pensare che su quell’altura si onorassero le costellazioni, che si osservasse il movimento delle stelle nel cielo notturno, e si traessero auspici. O che semplicemente si lasciassero offerte e si svolgessero riti misterici e incanti legati alla sfera celeste, notturna, stellare.


Con questi e altri pensieri che si rincorrevano nella testa, ho vagato ancora per un pochino fra le rocce, scattando qualche foto al paesaggio e al lontano castello di Montalto Dora. Poi sono scesa, lentamente, godendo della luce del sole e dei colori fiammeggianti che spargeva tutt’intorno.


Ripresa la strada, in pochi minuti abbiamo raggiunto la cattedrale, che sorge accanto al grande e imperioso castello sabaudo. Temevo di non fare in tempo a visitarla ma per fortuna era ancora aperta. Entrata, l’ho trovata semi buia – le luci più grandi forse vengono accese solo di domenica o durante le messe – e un pochino inquietante. Ho percorso le navate oscure e deserte e, a istinto, mi sono diretta verso la direzione nella quale si trovavano proprio le scale di pietra che portavano alla parte che mi interessava di più, la cripta. Un signore in preghiera – forse il responsabile della chiesa – ha avvisato gentilmente che stava per chiudere, ma ci ha lasciato il tempo di esplorare quel piccolo e misterioso mondo sotterraneo.


La cripta, con le sue luci calde a illuminarne il centro e alcuni anfratti, nasconde qualche perla scoperta solo una ventina di anni fa. Grazie a un’opera di restauro, hanno provato a cercare sotto gli intonaci se fosse rimasto qualche affresco, e qualcosa effettivamente è emerso. Una raffigurazione molto antica di San Gaudenzio, per cominciare, e altri frammenti nascosti nelle nicchie oscure. Ma soprattutto – ed era ciò che ci tenevo a vedere – un arco affrescato con una Vergine del Latte, con accanto alcuni santi, ovvero San Sebastiano, Sant’Antonio Abate, e il caro San Cristoforo con i suoi pesci – questa volta sprovvisto della bella sirena bicaudata.



Ho trovato suggestiva la presenza della Madonna del Latte all’interno di una cripta nella quale per lunghi anni giacevano sepolti nei sarcofagi i vescovi e religiosi del luogo. Come a nutrire di latte i morti per indurli alla rinascita.
L’arco della porta accanto, al di là dell’antico sarcofago romano di Caio Atecio Valerio che conterrebbe le reliquie di San Besso, mostra invece un’altra Madonna con Bambino, dallo stile di poco più antico.



Lasciata una piccola offerta, come mi piace sempre fare, siamo quindi uscite, accompagnate dal gentile responsabile e scambiando con lui qualche parola. Mi ha consigliato di andare al Monte Stella – fosse mai che non lo avessi capito, ho pensato sorridendo. Ci sono appena stata, gli ho risposto.
Se tornerò nel duomo cercherò il mosaico con le Arti liberali – Matematica, Filosofia, Dialettica, Geometria e Aritmetica. L’ho scoperto dopo esserci stata – nella chiesa semioscura, senza sapere che ci fosse, non l’ho proprio visto – e lo trovo bellissimo.

Finite le tappe che mi ero prefissata, è arrivato il momento di rifocillarsi, e dato che avevo voglia di rivedere la Dora e di scattare qualche fotografia nel crepuscolo, sono tornata al bar La Meridiana, dove ci siamo godute un tè bollente e un tagliere di squisite leccornie.


Rigenerate, abbiamo quindi ripreso la via di casa, sotto una luccicante luna crescente. Al suo fianco la sua eterna compagna, la stella della sera.


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ALBUM FOTOGRAFICI
Il Monte Stella e Ivrea
La Cripta della Cattedrale di Ivrea

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