mercoledì 9 settembre 2026

Viaggio in Sicilia. L'isola di Ortigia

Viaggio in Sicilia
Ortigia, la Fontana di Diana e il miqwè ebraico


Questo viaggio è nato da una promessa, fatta in un momento in cui la sua realizzazione mi appariva più grande di me. Eppure quel momento doveva arrivare, non solo per accompagnare chi mi sta accanto, ma anche per me stessa, soprattutto per me stessa. Perché quel volo, quel vero volo, che desideravo affrontare ormai da troppo tempo, doveva compiersi. Il momento è adesso, mi sono detta, adesso o mai più.
Nei giorni precedenti il viaggio rimanevo stupita perché la preoccupazione che credevo mi avrebbe colta era quasi assente, sostituita da momenti di pura euforia. Così la mattina della partenza mi sono svegliata e mi sono sentita pronta e contenta di compiere la mia piccola impresa. Sono passata a prendere il mio compagno, felice perché finalmente avrebbe potuto mostrarmi casa sua, e siamo andati all’aeroporto di Malpensa, dove abbiamo lasciato la macchina e ci siamo avviati verso i controlli e, infine, verso la pista, dove ad attenderci c’era il nostro aereo Ryanair. Siamo saliti, sedendoci purtroppo distanti – e io tragicamente lontana dal mio finestrino – ma con il permesso delle hostess di poterci riavvicinare dopo il decollo. Il momento che più mi ha entusiasmata – come ricordavo mi era già successo tanti anni fa – è stato quando si sono accesi i motori, quelli veri, che rombano sotto il sedile e avviano l’aereo verso il decollo. Che potenza, che emozione. La spinta iniziale è fortissima, la velocità che l’aereo prende mi faceva fremere, e il volo è per me un attimo quasi estatico. Un po’ meno lo sono le varie sensazioni di pressione alla testa date dal rapido cambiamento di pressione dell’aereo, che nonostante la pressurizzazione risente comunque un pochino degli sbalzi esterni. Dopo il decollo e i vari assestamenti, ho raggiunto il mio compagno nei posti in coda, quasi tutti vuoti, e mi sono aggrappata gioiosamente al mio finestrino, scoprendo che era proprio accanto all’ala. La bellezza di volare e di vedere, sotto, tutta l’Italia scorrere lentamente, e l’immenso mare turchese punteggiato di minuscole barche con la scia bianca, mi ha quasi commossa. Ho amato questo volo, e l’ho vissuto pienamente, contenta di essere esattamente dove dovevo essere.


Poco prima dell’inizio delle fasi di atterraggio ho raggiunto di nuovo il mio posto, e la parte più difficile è iniziata. Una turbolenza ha cominciato a far ballare l’aereo e le sensazioni di pressione e disorientamento ci hanno scombussolati un po’ tutti. Per fortuna è durato solo alcuni minuti, sufficienti tuttavia a farmi tirare un gran respiro di sollievo quando ho sentito le ruote adagiarsi sul terreno. Ero arrivata, sana e salva!
Appena usciti dall’aereo il caldo della Sicilia ci ha accolti non troppo gentilmente, ma il vento ha alleviato il decisamente caloroso benvenuto. Ci siamo diretti subito a prelevare la macchina che avevamo noleggiato – sorvolando sui costi improponibili, che dovremo rivedere e correggere in futuro – e siamo partiti verso la nostra prima tappa: Siracusa, e in particolare il suo centro antico, l’isola di Ortigia.
Da qui in avanti l’avventura di esplorazione nella bellezza e nell’inatteso ha avuto inizio.

Arrivati a Ortigia, abbiamo parcheggiato la macchina e ci siamo incamminati verso l’albergo, che trovandosi nel centro storico non era raggiungibile che a piedi. La camminata è stata faticosa per via del caldo e della valigia, ma molto bella. Gli stretti vicoli di Ortigia sono antichi, colorati, ricchi di storia e di vita.



Appena raggiunta Piazza Archimede ho incontrato la prima delle meraviglie che non vedevo l’ora di vedere: la Fontana di Diana. La fonte, che zampilla nel centro della piazza, racconta il mito della ninfa Aretusa, di cui parlerò in seguito. Venne realizzata nel 1906 dallo scultore di Ascoli Piceno Giulio Moschetti, e mostra una magnifica dea Artemide-Diana, coronata da una falce di luna, con arco, faretra e frecce legate alla schiena, mentre sotto di lei la ninfa Aretusa sta per trasformarsi in sorgente, e l’ardente Alfeo si sporge dalla schiena della dea, impotente di fronte all’inevitabile metamorfosi.
Sotto al mito raffigurato, emerge dall’acqua una famiglia di tritoni che cavalcano pistrici e cavalli marini, a simboleggiare il mare e le sue creature. La forma della vasca pare che proseguisse idealmente nella pavimentazione originaria della piazza – sostituita nel 1980 – che conteneva il segno di una stella a otto punte.
Ortigia e Artemide sono indissolubilmente legate l’una all’altra. Il toponimo deriva dal greco antico ortyx e significa “quaglia”, o “isola delle quaglie”, per via della presenza numerosa di questi uccelli in epoca antica. Alcuni autori classici, come Diodoro Siculo, affermano tuttavia che il nome fosse legato ad Artemide, che secondo l’Inno ad Apollo, era stata partorita dal grembo di Leto proprio a Ortigia. Secondo Omero, qui si trovava il trono dorato della dea, e Diodoro Siculo scrisse che furono gli oracoli a nominarla Ortigia, dopo che seppero che era consacrata alla signora della luna.



Davanti alla Fontana di Diana-Artemide mi sono incantata, attorniata da mille goccioline d’acqua lucentissima fra le quali avrei voluto rinfrescarmi, ma per via del sole cocente non ho potuto intrattenermi a lungo. Scattate alcune fotografie e salutata Diana e la amata Aretusa, sono fuggita all’ombra, e abbiamo proseguito verso l’albergo.
I negozietti che riempiono i viottoli di Ortigia sono bellissimi, pieni di ceramiche delle immancabili teste di moro, delle quali ho amato particolarmente quelle femminili, ma anche quelle che rappresentavano niente meno che Medusa. Ce n’erano moltissime, con al posto dei capelli, grovigli di serpenti, specialmente azzurri. Una in particolare, di media grandezza, bianca e azzurra, mi è rimasta nel cuore, così come i ciondoli, i bracciali, gli anelli e gli orecchini, tutti raffiguranti teste di gorgoni. Non avevo idea che qui fossero così diffuse, ma è stata una gioia trovarmi immersa fra volti pietrificanti e intricati serpenti.
Raggiunto il nostro albergo, l’Hotel Alla Giudecca, ci siamo sistemati nella bella camera che si affaccia sul cortile interno, pieno di lanterne e di alberi di buganvillea, e ci siamo rinfrescati e riposati. Di lì a poco ci aspettava una visita all’antichissimo miqwè, il bagno ebraico, che si trova proprio nei sotterranei dell’albergo e si può visitare con la guida in turni che partono ogni mezz’ora.



Nell’attesa, siamo usciti e abbiamo esplorato ancora un pochino le stradine del paese, costeggiando poi il mare e infilandoci nuovamente fra vicoli e negozietti.
Tornati in albergo per il nostro turno di visita, abbiamo quindi esplorato il bagno rituale ebraico, risalente all’epoca bizantina, il più antico e grande d’Europa. Lo si raggiunge scendendo una stretta scala scavata nella pietra, che si immerge sottoterra per circa 18 metri, ed è composto da una sala ad archi di pietra e da tre piccole stanze laterali, con vasche piene di acqua sorgiva, proveniente dai vicini monti Iblei.
Il miqwè, com’è chiamato in ebraico, era un luogo estremamente sacro, dove avvenivano i riti di purificazione. Con l’arrivo in Sicilia dell’Inquisizione Spagnola, alla fine del XV secolo, il bagno venne abbandonato per precauzione. Se gli inquisitori lo avessero scoperto, infatti, lo avrebbero certamente distrutto. Così, per proteggerlo, venne interrato, ovvero riempito di fango e pietre fino all’orlo, quindi all’inizio della scala che ivi conduceva. In questo modo si mantenne inalterato, fino a soli venticinque anni fa, quando venne riscoperto per caso dagli attuali proprietari dell’albergo durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio.
Durante la visita non è possibile scattare fotografie, ma è possibile esplorare lo spazio, le minuscole stanze e nicchie laterali, una delle quali, per la forma della pietra leggermente cava, mi ha ricordato una vulva di roccia.

Il miqwè ebraico. Fotografia dal web

Dopo la visita nel cuore della tradizione ebraica – l’albergo stesso sorge nell’antico quartiere ebraico di Ortigia – siamo riemersi alla luce, e abbiamo potuto rilassarci nella nostra stanza, prima di uscire per cena e per il primo incontro con alcuni amici del mio compagno, che ci avrebbero raggiunti per passare insieme la serata.
Nella passeggiata serale, fra luci, canti, suoni di flautini e profumi inebrianti, siamo passati accanto a una fonte circolare – la fonte circolare – al momento buia e nascosta. Solo le oche dalle piume bianchissime spiccavano, quasi luminose, nelle acque scure, fra i papiri e la vegetazione. L’ho osservata pur senza vederla, in attesa di incontrarla, piena di trepidazione, la mattina seguente.



Al termine della serata, stanchissimi – avremmo scoperto di lì a poco di aver percorso la bellezza di undici chilometri a piedi, e io avrei capito perché avevo un certo dolorino alle anche – siamo crollati nel sonno. Dovevamo essere riposati e freschi – benedetto condizionatore – per la mattina seguente, con le sue nuove e inaspettate sorprese.

Continua…

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
Il centro antico di Siracusa si raggiunge dall’Aeroporto di Catania con l’autobus oppure, come abbiamo preferito noi per comodità e libertà di movimento, con un’auto noleggiata. L’auto si prenota da varie applicazioni, o direttamente in aeroporto, e si preleva all’esterno dello stesso. Per la nostra esperienza personale sconsigliamo Hertz, che ha costi apparentemente buoni ma poi rincara enormemente con oneri e altre spese non comunicate all’atto del contratto di noleggio.
Per accedere al centro storico di Ortigia è necessario lasciare la macchina in un parcheggio coperto o esterno, sempre a pagamento. Noi l’abbiamo lasciata al parcheggio della Marina, a qualche centinaio di metri dalla Fonte Aretusa.
La Fontana di Diana si trova in Piazza Archimede, a poca distanza dai parcheggi.
Per visitare il miqveh è necessario presentarsi all’Hotel Alla Giudecca, in Via Alagona 52. Le visite sono puntualissime – tardando di qualche minuto si passa all’orario successivo – partono una ogni mezz’ora e costano 7 euro a persona.

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