Visualizzazione post con etichetta Viaggi Spirituali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Viaggi Spirituali. Mostra tutti i post

lunedì 15 giugno 2026

Ritorno all'Eremo di Santa Caterina del Sasso

Era da tanto, troppo tempo che desideravo tornare all’Eremo di Santa Caterina del Sasso, sulla sponda destra del Lago Maggiore, per me uno dei luoghi più belli mai vissuti. Ripensando alla prima volta in cui ci ero stata, ho fatto fatica a credere che fossero passati dieci anni, eppure è così, il tempo sfugge e certi momenti che sembrano trascorsi da poco sono invece lontanissimi.
Ma quando il momento arriva, bisogna assecondarlo. Non importa se fa troppo caldo, non importa se era meglio partire prima. Quello è il momento e nulla può cambiarlo.
Così sabato pomeriggio abbiamo imboccato la strada verso la amata Sesto Calende e poi siamo scesi verso Leggiuno, passando per Angera, Ispra e altri paesini incantevoli immersi fra boschi e lago, fra verde intenso e turchese, sotto un cielo terso e lucentissimo.
Arrivati nei pressi dell’eremo, abbiamo parcheggiato la macchina nel comodo parcheggio e ci siamo incamminati verso la famosa scalinata, splendida da scendere, ma devastante da risalire.


Abbiamo acquistato il biglietto e prima di scendere abbiamo preso un ottimo caffè al bar di fronte alla biglietteria, adocchiando anche alcune fette di torta dall’aria deliziosa e ripromettendoci di gustarle al ritorno. Quindi abbiamo intrapreso il percorso di discesa, immersi in una bellezza naturale indescrivibile. A ogni passo, o meglio, a ogni scalino, non potevo resistere dal fermarmi a scattare fotografie, così in men che non si dica ci siamo trovati nel terrazzino col pergolato di glicini – che nella stagione delle fioriture è magia pura – e quindi all’inizio del portico che porta alla chiesetta.



Me la ricordavo molto più lunga la scala, ho pensato quando mi sono ritrovata davanti al portico. Memore della fatica che avevo fatto per risalirla l’avevo evidentemente ingigantita. Così mi è parso che fosse finita troppo presto.
Il porticato offre scorci incantevoli del lago, sotto una luce calda e avvolgente. La sua prima parte passa attraverso due stanze, una delle quali affrescata, e termina nel cortile del gigantesco torchio, dove ci si può sedere davanti all’albero rigoglioso e lasciarsi accarezzare dal sole – decisamente troppo caldo per me.




La seconda parte del portico porta invece nel secondo cortile prima della chiesa, dove a destra si apre una splendida grotta nella quale pare che in tempi remoti si svolgessero culti femminili dedicati a una divinità materna e benevola, oggi sostituita dalla madonna. Sono rimasta stupita dal raggio di sole che, dal profondo della grotta, si apriva a illuminare esattamente la statua della madonna con la corona e il bambino. Una statua molto carina che, rischiarata e attorniata da altre figure, sembrava trasmettere loro parole di saggezza. Peccato che sia una religione non mi appartiene, ho pensato, perché a volte seguire un cammino così ben tracciato è molto semplice, forse appagante, e offre tante certezze. Ma non fa per me. La mia strada è affatto semplice e non offre alcuna certezza, ma è libera, e anche nei momenti più duri non la cambierei per nulla al mondo.




Nella bella chiesa da alcuni minuti era iniziato il rosario, e in una mezz’ora sarebbe iniziata la messa serale, per cui ho preferito affrettarmi a visitarla nuovamente, così da allontanarmi in tempo prima della funzione. Ho ritrovato il sarcofago di vetro nel quale è conservato il corpo del Beato Alberto Besozzi di Arolo, che aveva fondato l’eremo nel 1170 circa, e ho osservato il più a lungo possibile i dipinti e gli affreschi. Come faccio sempre, ho lasciato una piccola offerta e ho acceso una candela, accompagnando la fiamma con una preghiera di guarigione.


Mentre stavo per uscire sono rimasta affascinata da alcune suore con un saio di un colore splendido. Azzurro polvere, chiarissimo. Un colore che mi ha trasmesso subito una profonda pace, ma anche la curiosità di conoscere meglio coloro che lo portavano. Una di loro, accortasi che la stavo osservando, mi ha sorriso e mi ha salutata, con una gentilezza disarmante, e sono stata felice di ricambiarla. Di nuovo la lieve malinconia che mi coglie quando incontro persone votate alla loro religione, così certe e dedite a ciò in cui credono, mi ha attraversato il cuore. Peccato che sia una religione che non mi appartiene, ho ripetuto a me stessa. Eppure forse, se si è persone spirituali oltre che religiose, qualcosa che ci unisce esiste sempre, e resta vivo comunque, nell’anima e nel cuore.
Lasciata la chiesa mi sono fermata a guardare i vari rosari, bracciali, medagliette e crocifissi, distribuiti in diversi cestini e a disposizione dei visitatori, in cambio di una semplice offerta. Lì ho letto che il ricavato avrebbe aiutato la Fraternità Francescana di Betania, così ho capito che le gentili suore vestite di azzurro erano sorelle Francescane di Betania. Il loro simbolo, affisso anche in una delle stanze che portano al secondo portico, è la croce di legno di San Francesco sormontata dalla stella a otto punte della Vergine Maria, su uno sfondo azzurro polvere pieno di pace. Quella stella, come sempre mi è apparsa come un piccolo segno, perché lei brilla anche sulla mia strada, anche se in modo molto diverso.
Più tardi avrei dedicato qualche ricerca per conoscere meglio la Fraternità Francescana di Betania, scoprendo che è un gruppo francescano-mariano fondato ufficialmente nel 1998, composto sia da chierici che da laici, sia da donne che da uomini che vivono insieme, aperto e disponibile, semplice e gioioso, che intraprende anche missioni nel mondo, a Salvador de Bahia soprattutto, per costruire scuole e portare sostegno.
Non è la mia religione, ma questa congregazione mi è piaciuta tantissimo. Mi piacerebbe tornare all’eremo, che mi parla non solo per la sua bellezza ma anche interiormente, e magari scambiare qualche parola con quelle sorelle azzurre dal sorriso luminoso, figlie della croce e della stella. Qualcosa mi dice che questa comunione di anima porterebbe nutrimento e bellezza, a prescindere da tutto il resto.

Per tutto il tempo, attorno all’eremo hanno volato, giocando col vento, con la superficie dell’acqua, con i raggi di sole, alcuni uccellini dolcissimi. Non sono riuscita a capire cosa fossero, perché assomigliavano alle rondini ma erano marroncini, forse potrebbero essere delle rondini montane, che volano e nidificano abitualmente anche sulle pareti rocciose del Lago Maggiore. Il mio momento magico è stato restare a guardarli volare, con l’anima gioiosa che volava insieme a loro. Li porto nel cuore.
Avrei voluto restare molto più a lungo, ma abbiamo preferito ritornare, scegliendo questa volta di risparmiare la fatica e salire con l’ascensore. Nel piccolo negozietto dove si acquista il biglietto – l’ascensore ha un modico costo di un euro, e lo vale tutto – ho trovato un libricino a dir poco provvidenziale. Il Piccolo manuale illustrato per cercatori di stelle, nel quale sono narrate e illustrate le costellazioni secondo i loro miti e le loro leggende. Quando l’ho visto non ci potevo credere. Ho chiesto alla commessa di acquistarne uno, pensando che quello fosse da esposizione, ma lei mi ha invitata a prenderlo. Era l’ultimo rimasto. Ovviamente è diventato subito mio.


Abbiamo quindi raggiunto l’ascensore e in pochi secondi ci siamo ritrovati all’inizio della scalinata, e alle nostre fette di torta: una torta di mele fresca per il mio compagno e una torta di carote e nocciole per me. Restare immersi nella bellezza mette sempre fame, e forse, assecondarla con cose buone, è un po’ come nutrire anche il corpo con l’esperienza vissuta, suggellandola.


Il ritorno verso casa è stato tranquillo e molto più fresco e rigenerante dell’andata, anche se la stanchezza era tanta, soprattutto a causa del caldo.
Mi riprometto di tornare presto in questo luogo magico, senza attendere altri dieci anni. Mi ha chiamata e continua a chiamare, e sono sicura che ci sia altro da scoprire, da conoscere, da ascoltare. E quell’azzurro polvere, chiarissimo, a cui sorridere ancora.

***

ALBUM FOTOGRAFICO

***

Note di viaggio:
L’Eremo di Santa Caterina del Sasso si trova a Leggiuno sul Lago Maggiore, e per raggiungerlo si costeggia il lago e ci si immerge in alcuni tratti circondati da prati e boschi bellissimi. È possibile raggiungerlo anche attraversando il lago con il battello della Navigazione Lago Maggiore. L’Eremo è aperto tutti i giorni, dal 16 marzo al 14 ottobre e dal 16 dicembre al 6 gennaio dalle ore 9:30 alle ore 19:30; dal 15 ottobre al 15 dicembre e dal 7 gennaio al 15 marzo, dal lunedì al venerdì dalle ore 13:30 alle ore 18:00, e sabato, domenica e festivi infrasettimanali dalle ore 9:30 alle ore 19.30. Alle 17:30 o alle 18:00 è possibile assistere alla messa. Il biglietto di ingresso intero costa 5 euro. Tutte le info sono qui: Eremo di Santa Caterina del Sasso
Dal 1 aprile 2019 una piccola parte della Fraternità Francescana di Betania si è stabilita all’eremo e si prende cura dei suoi spazi e dei fedeli che lì giungono per pregare e trovare pace.
Il loro sito ufficiale è qui: Fraternità Francescana di Betania

venerdì 13 marzo 2026

Ritorno ad Ara e la fanciulla di pietra

Sono passati alcuni anni dall’ultima volta in cui sono stata ad Ara, un luogo che mi ha chiamata dodici anni fa, quando ancora quasi nessuno ne parlava, e che mi è rimasto dentro sin dal primo istante. Ci sono ritornata ieri con il mio compagno, ci tenevo a fargliela conoscere e a condividere con lui la sua bellezza, la sua magia e unicità.





Ogni volta è sempre diverso e sempre uguale, e mi è parso curioso che mi anche questa volta ci sia tornata in primavera, nel momento della rinascita e del risveglio. Come sempre, il sentiero che porta al giardino delle grotte era cosparso di primule, di pervinche e violette viola e bianche, di pulmonaria fiorita, di anemone nemorosa, e ovviamente, di magnifici narcisi selvatici.




Ritornare in questo magico giardino acquatico, sotto l’arco di pietra, fra le nicchie scavate nella roccia e i riflessi luminosi dell’acqua, mi ha fatta immaginare, ancora una volta, come doveva essere tanti secoli fa, quando era frequentato soprattutto dalle donne, che ponevano le pietre bianche raccolte nel torrente Magiaiga dentro l’apertura a forma di vulva, un poco nascosta nella pietra, per ricevere fertilità, e portavano offerte alle divinità femminili che qui erano onorate.




Qualche tempo fa mi ero ripromessa che appena ci fossi tornata avrei cercato la conformazione rocciosa che ricorda una fanciulla di pietra, velata, con la testa china, in preghiera o in raccoglimento. Dopo averla vista in alcune fotografie me ne ero innamorata, e nonostante avessi esplorato Ara tante volte non l’avevo mai notata. Inoltre sentivo che quella forma, quasi una presenza viva, richiamava l’energia sacra e femminile del posto. Dopo varie ricerche ho pensato che anche questa volta sarei tornata a casa senza averla trovata… poi mi sono spostata, per caso ho alzato gli occhi e lei era lì accanto a me. È stato un momento dolce ed emozionante, nel quale l’ho riconosciuta e amata. Ho cercato il punto migliore per vederla bene e scattarle qualche fotografia, perché da sotto la forma della roccia cambia – e assomiglia a un draghetto – e finalmente ho portato con me la sua immagine più bella, immersa tra i fiori e i boccioli, sulla soglia del tempo di primavera.




Ho amato Ara ancora una volta, e anche chi era con me l’ha amata molto. Questo luogo ha reso una normale giornata, nella quale avevamo avuto altri progetti e all’ultimo avevamo cambiato nettamente direzione, in una piccola magia inaspettata e non programmata.
Dopo averla incontrata di nuovo e amata ancora di più, abbiamo ripercorso il sentiero fiorito e siamo tornati alla macchina.



Quindi abbiamo proseguito verso Varallo Sesia per una fugace visita alla mia futura casetta, immersa nel canto del ruscello e degli uccellini, e quindi alla nostra miacceria preferita degli amici Silvia e Manuel, che ci hanno deliziati come sempre con le loro miacce valsesiane.

Il tempo passa, eppure Ara torna sempre… oltre il quotidiano, ritorna nei pensieri, nel desiderio, nei sogni. È un luogo fra i più magici esistenti, e ha tanto bisogno di riservatezza e di cura.
Ara non è per tutti. Le poche e i pochi che camminano fra le sue rocce con consapevolezza lo sanno.
Le sue guardiane, ancora oggi, vegliano e proteggono.

***

ALBUM FOTOGRAFICO

***

Per conoscere meglio le Grotte di Ara e il loro magico giardino, potete leggere i miei resoconti qui:

Le Grotte di Ara e il culto delle Dee delle Acque
Le Grotte di Ara e il Volto del Fauno
Le Grotte di Ara – Diario di Viaggio

mercoledì 18 febbraio 2026

Ritorno al Santuario di Oropa

Ripercorrere certe strade e ritrovare certi luoghi che hanno donato e continuano – anche da lontano – a donare tanto, porta sempre a vivere la loro esperienza in modo diverso. Ogni volta si nota qualcosa che prima non si aveva notato, e se nel frattempo si è cresciute, perché sono passati alcuni anni e tante sfide da affrontare, allora è il modo stesso di guardare le cose che cambia. E così è stato per me questo ritorno al Santuario di Oropa, dove la prima volta la stella ha brillato forte ai miei occhi, tracciando un cammino che continua ancora adesso, seppur in modi diversi da allora.
Questa volta non mi soffermerò sul viaggio in sé, ma solo su ciò che più di ogni altra cosa mi ha parlato. Una sola, semplice quanto profonda, parola: devozione.



La devozione era qualcosa a cui io ero molto legata, e che da tempo non sento più. Così osservo quella degli altri, la comprendo molto bene, la ricordo, ne sento l’eco nostalgica dentro di me.
Forse è per questo se in questo viaggio ciò che mi ha attratta e colpita di più è stata la piccola nicchia di pietra nascosta – ma neanche poi tanto nascosta, se si sa dove guardare – nella quale sono state appese decine di offerte alla Madonna Nera. Una statuetta, posta in un incavo oltre una grata, ne è quasi coperta, tanto che l’ho notata solo in un secondo momento, dietro ai tanti rosari. È una cavità piena di devozione, piena di preghiere. Le foto di persone, forse bisognose di guarigione o di essere accolte nel cuore del divino, sono sparse dappertutto. E io osservo con rimpianto quel devoto sentimento che vibra nell’aria, sfiorandolo da lontano. Un giorno, prima o poi, forse tornerà.
La nicchia, o meglio, ciò che era stata, doveva essere sacra da ben prima. Una scritta lascia intendere che un tempo vi scorresse l’acqua, forse proveniente dalla stessa fonte che scorre nella Fontana del Burnell, o forse da un’altra sorgente ancora.



Acqua di fonte, fra le pietre, e una figura femminile divina, di origine antichissima, a vegliarla e ad accogliere le preghiere, e la devozione, proprio lì accanto.
L’acqua non c’è più, o forse in questo momento dell’anno non si vede, ma resta la sacralità del luogo. Questa nulla può abbatterla, o farla dimenticare.



Camminando intorno al santuario ho potuto rivedere la Pietra della Vita, questa volta ricoperta da molta neve. La forma intima femminile era ancora più evidente, pareva contrastare apposta, con un tocco di sfacciataggine, con il bianco della neve.



Scattate alcune foto anche al torrentello, è stato il momento di tornare alla Basilica Antica, alla sua Madonna Nera, e al segreto brillare. Eccola, infatti, la stella a otto punte che riluce dappertutto, e che tre anni fa mi aveva così incantata.



Camminando nel silenzio e nell’intenso profumo di incenso, fra una messa e l’altra, ho notato che era il momento delle confessioni. La chiesa era pressoché vuota, ma un confessionale e una stanzetta adibita apposta per l’ascolto dei fedeli, erano abitati. Un prete era al loro interno, in attesa. Quello nel confessionale ovviamente non si vedeva, ma quello nella stanzetta era lì, poco oltre la porta. L’ho osservato per qualche minuto, non vista, mentre sottolineava un breviario, impegnato nell’apprendere, ancora e ancora, i misteri della sua fede. Aveva un volto gentile e ho provato un intenso desiderio di entrare a confessarmi. O meglio, a cercare quel dialogo spirituale, e quel confronto aperto che sin dall’inizio del mio percorso mi sarebbe piaciuto, prima o poi, avere con un bravo prete. Qualcosa mi spingeva a entrare, a far notare la mia presenza dietro quella porta socchiusa, ma ho deciso di lasciar fare a lui. Se avesse alzato lo sguardo e mi avesse vista, sarei entrata, altrimenti mi sarei allontanata.
Lui ha proseguito con l’attenta lettura del breviario, e io mi sono resa conto che sarebbe stato troppo complicato. Così mi me ne sono andata.
Forse capiterà, forse non era quella la persona giusta, o semplicemente non era giusto il momento.

Fra una forma di devozione e l’altra la giornata è trascorsa, e fra caffè, Mucroncini e una squisita cioccolata con la panna, è calata la sera. Io e il mio compagno ci siamo goduti un’ottima cena alla trattoria La Fornace, e poi, sotto cielo nero trapunto di mille stelle, siamo tornati a casa.


***

ALBUM FOTOGRAFICO

giovedì 3 luglio 2025

Il Santuario di Sant'Euseo. Di acqua, roccia e fuoco

Sono i luoghi di potere curativo che negli ultimi mesi, anche per via della mia stessa necessità di guarigione, mi attraggono e, ogni volta, mi donano benessere e fiducia. Dopo aver conosciuto il Santuario di Sant’Anna, dove la roccia ramata ha accolto le mie parole, martedì è stato il momento di un santuario simile, accomunato al precedente, così come ad altri poco lontani – Boca, Azoglio e Varallo soprattutto – dalla presenza della stessa roccia rossa, considerata pregna di potere tellurico: il Santuario di Sant’Euseo, a Serravalle Sesia.
Ci siamo stati, il mio compagno di viaggio e io, dopo un impegno vicino a Varallo, dove sono andata a trovare la mia casetta di pietra – in attesa di essere ristrutturata – e a controllare che l’erba che avevo fatto tagliare pochi giorni prima avesse liberato il terreno e il piccolo ruscello canterino. Dopo una passeggiata nel centro della cara Varallo, dove ci siamo saziati di golosità, sotto a nuvoloni scuri e incombenti che minacciavano temporale, abbiamo quindi fatto una breve tappa al santuario.



Sapevo cosa cercare, ma non l’ho trovato immediatamente. Sul subito mi sono lasciata ingannare dalla grande scalinata che mi ha portata nella parte alta e più recente – e per me poco interessante – della chiesa. Per un breve momento ho seguito l’apparenza, ciò che si vuole che tutti seguano, e come sempre, non ho trovato nulla – del resto amo arrivare alle cose magiche lentamente, lasciandole per ultime, e godendomele solo dopo aver esaurito l’attenzione per tutto ciò che, di poco conto, le circonda.



Scendendo e cercando vicino alla terra ciò che volevo incontrare, l’ho trovato. A lato della grande scalinata, sorge infatti la parete volutamente costruita sulla roccia sacra, come ad assorbirla nelle mura della chiesa, la stessa roccia ramata dei santuari vicini.




Non solo, questo santuario contiene un altro piccolo mistero. Proprio sotto alla scalinata grande, sale infatti una scala più piccola, che porta inspiegabilmente a un muro verticale, o meglio, a ciò che vi giace accanto. Per distogliere l’attenzione dall’usanza antica è stata aperta una sorta di finestra che dà su una cappella rocciosa, nella quale è stata posta la statua di Sant’Euseo, ma ciò che ha vero valore non è questo, ma una cavità alla base del muro, un buco circolare scavato nella roccia, all’interno del quale si raccoglie l’acqua piovana. Questa acqua, che riempie naturalmente la piccola conca, era ritenuta guaritiva, tanto che in passato le donne solevano raccoglierla nelle bottigliette e portarla a casa.




Dopo aver salito la scaletta, e aver osservato a lungo il buco rotondo, ho quindi immerso le dita nell’acqua coperta di foglie secche, fredda e scura, ripromettendomi di tornare a raccoglierne una boccetta per scopo curativo e magico.
Scesa la scala, mi sono quindi avvicinata alla roccia rossa, così simile alle altre, e toccandola ho richiesto guarigione e fortuna.
Riunita al mio compagno di viaggio, che scopriva il luogo a modo suo – poiché ognuno ha il proprio modo, ed è giusto rispettarlo – abbiamo quindi esplorato il resto dell’edificio, camminandoci attorno. Mi ha attirata una vecchia campana appesa a uno degli archi del porticato superiore. Il santuario è imponente, ma forse un poco abbandonato a se stesso.


Tornando vicino alla scala della conca, e allontanandomi lentamente dopo aver scattato qualche fotografia, ho quindi notato la presenza di una fontana infissa nel muro della scala maggiore, ricordando solo più tardi che fa parte della sacralità del luogo, poiché è una fonte naturale. Questo santuario è un luogo al quale non manca nulla di ciò che, anticamente, suscitava devozione e pratiche magico-religiose. L’acqua pura della fonte, l’acqua piovana con le sue proprietà curative, e quindi la roccia rossa, ricca di rame. Si potrebbe pensare che manchi solo il fuoco, ma non è così: l’amico autore Roberto Gremmo ricorda infatti che Don Florindo Piolo nel suo Storia del Comune di Serravalle, riportava che proprio nelle vicinanze di Sant’Euseo, “alla vigilia di Pentecoste, veniva acceso un gran fuoco, con legna raccolta precedentemente di casa in casa per tutto il paese e veniva acceso in cima al dirupo che sta a fianco del santuario e che da questo fuoco prende il nome di Falòr.” (1) Un falò propiziatorio, come suggerisce Gremmo, “l’ultimo tassello di una religiosità naturale che rende straordinario il sito dove vicino al Sesia su un massiccio blocco litico si venera la cavità guaritrice, ci si disseta ad una fonte perenne e si medita fra frondosi alberi secolari accendendo fiamme propiziatrici.” (2)
Forse, ciò che sembra abbandonato a se stesso, solitario – incompreso, se non da pochə – è solo in silenziosa attesa. Ancora pregno di memorie passate, perlopiù dimenticate, svela tuttavia il suo potere ancora presente: nella roccia, nell’acqua, nella linfa, nel vento, e nel riverbero lontano di un fuoco spento, del quale, tuttavia, la parola magica falòr riaccende la fiamma.
Così ogni cosa è dove deve essere, e come deve essere. Allora come adesso.

***

Tornando verso casa, è capitato di nuovo, come ormai capita quasi ogni volta. Una ghiandaia, nel suo volo turchino, ha attraversato il passaggio, volando da sinistra verso destra. Succede quasi sempre, e anche la direzione del volo è sempre la stessa. Non so se sia un messaggio – vola nell’azzurro e portalo nelle tue ali, ovunque tu vada, forse sta dicendo – ma so che fa parte dei miei piccoli momenti magici. Perché non importa dove io vada, e cosa voglia vedere ed esplorare – spesso sentendomi persino a disagio in alcuni dei luoghi che percorro. Ciò che importa è cogliere il momento magico, quello che parla dentro. È quello che nutre veramente, e che lascia la sua impronta di luce nell’anima. L’unica che può comprenderlo, e custodirlo.


***

ALBUM FOTOGRAFICO

***

Note:

1. Tratto da Roberto Gremmo, Valsesia magica e misteriosa, Botalla Editore, Biella, 2023, pagg. 28-29.
2. Ibidem, pag. 29.