Ortigia, i tesori di Santa Lucia e il mito della ninfa Aretusa
Dopo un buon sonno all’Hotel Alla Giudecca, ci siamo svegliati riposati e pronti per la nuova giornata. Dato che la colazione in albergo non era compresa, abbiamo deciso di aspettare e farla altrove, così da lasciare per tempo la camera e cominciare a spostarci verso la costa più a sud della Sicilia. Ma prima di ripartire, mi aspettava la mia dolce meta, e anche un’altra che, proprio, non mi aspettavo di incontrare.
Attraversando di nuovo il centro di Siracusa, siamo passati accanto all’imponente e bellissima cattedrale, dove la sera prima mi ero soffermata a guardare la splendida architettura. Purtroppo non mi ero informata in anticipo sulla sua storia, così, infastidita dalla valigia, non ci sono entrata. È stato un grave errore, perché ho scoperto solo in seguito che racchiude al suo interno un vero e proprio tempio dorico che un tempo era dedicato alla dea Atena-Minerva. Le colonne originali fanno effettivamente parte delle attuali murature, e muoversi all’interno di questa cattedrale deve sembrare come camminare fra due tempi, fra due mondi, quello antico, ancora presente e tangibile, e quello moderno. Qui il cristianesimo non ha raso al suolo per sostituirsi a ciò che c’era, ma lo ha letteralmente abbracciato. Facendolo proprio, lo ha preservato.
Laddove era onorata Atena-Minerva, ora si onora la Natività di Maria Santissima – il sacro femminino non poteva in alcun modo essere oscurato, la continuità doveva necessariamente essere mantenuta. Ma per chi onora il passato, la devozione si rivolge a entrambe.
Mi piange il cuore per non averlo visitato, la mia abitudine a infilarmi sempre e comunque dappertutto per non perdermi niente, questa volta ha ceduto alla scomodità del bagaglio che, di fronte alla scalinata, mi è parso più pesante del dovuto. Uno sbaglio che mi ricorderò e che non commetterò più.
Se non altro una bella sorpresa aspettava proprio dietro l’angolo.
Una caratteristica di Siracusa è la presenza costante della amatissima Santa Lucia. Statue, inscrizioni litiche, nicchie votive, lei è dappertutto. E accanto al tempio-cattedrale sorge la sua chiesa. Il mio compagno aveva appena finito di dire che, ogni volta che era stato a Ortigia l’aveva sempre, sempre trovata chiusa, quando avvicinandoci di qualche passo abbiamo notato che invece era aperta! La mia gioia è stata grande.
Ci siamo subito entrati, e sebbene l’interno non mi abbia colpita particolarmente, qualcosa ha attirato subito la mia attenzione. Accanto alla parete destra, erano esposte alcune reliquie dal valore religioso altissimo. Davanti alla Veste di Santa Lucia, alle Scarpette di Santa Lucia, e soprattutto al Velo di Santa Lucia, mi sono commossa. Pur sapendo, razionalmente, che si tratta solo di semplici abiti antichi, il fatto che vengano attribuiti alla santa, e che siano pregni della devozione che i credenti rivolgono a lei, mi ha toccato il cuore. Naturalmente davanti al Velo di Santa Lucia, sono stata colta da una forte ispirazione a creare qualcosa di magico che comprenda questo inaspettato e potente simbolo, e non vedo l’ora di ascoltare questa ispirazione e darle forma.
Quasi estasiata dopo aver conosciuto da vicino queste cose meravigliose, e ancora più innamorata della santa siracusana – così diversa dalla sua versione nordica, eppure ugualmente tanto cara – ho raggiunto il mio compagno, che dopo avermi lasciato qualche momento di raccoglimento in solitudine, mi aspettava accanto al portone.
Siamo usciti nuovamente nella luce calda ma ventilata della piazza di Siracusa, e abbiamo proseguito verso il luogo che da giorni attendevo di vedere.
La fonte circolare era lì, dove era la sera prima, dove è sempre stata. La Fonte Aretusa, legata al mito della ninfa, o nereide Aretusa, che dalla Grecia fuggì tramutata in sorgente dalla dea Artemide, per sfuggire alle violenze di Alfeo, era proprio davanti a me.
Le oche scintillanti della sera prima, erano poco visibili per via del sole caldo. Tutte nascoste all’ombra dei papiri, pescavano o si riposavano, mentre una in particolare si tuffava continuamente per pescare. Il suo sederotto bianco che spuntava dall’acqua mi ha fatta ridere tantissimo. Sotto la superficie trasparente dell’acqua miriadi di grossi pesci nuotavano fra luce e ombra.
La storia della ninfa Aretusa è raccontata in seguito, insieme a un bellissimo brano tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, che ho voluto riportare interamente.
Mi è spiaciuto lasciare la fonte, sarei stata lì ancora a lungo, ma il sole era caldo, la luce forte, avevamo un impegno per pranzo e non potevamo intrattenerci di più. Mi è anche spiaciuto che il Giardino della Fonte Aretusa, anni fa curato e aperto alle visite libere, era chiuso – ormai da alcuni anni, mi ha spiegato il mio compagno. All’interno del piccolo giardino è conservata una bella statua che raffigura proprio la ninfa Aretusa che sfugge ad Alfeo. Non sono riuscita a vederla e a fotografarla, e spero che comunque il Giardino venga riaperto e curato.
Tornati alla macchina, siamo partiti verso il nostro secondo albergo, nel paese d’origine del mio compagno, Marzamemi.
Appena lo abbiamo raggiunto ci siamo innamorati. Si trova precisamente nella Valle di Noto, nella contrada S. Lorenzo, ed è il meraviglioso Villa Giulia. La sua atmosfera racchiude l’essenza della Sicilia, è ricco di storia, immerso nella natura, con giardini pieni di ulivi secolari, di rigogliose siepi di lantana, di plumbago e buganvillee. La receptionist che ci ha accolti era simpaticissima e ci siamo subito sentiti a casa. La camera era molto carina, ma ciò che abbiamo amato di più, sin dal primo momento, sono state la piscina e la terrazza del ristorante dove avremmo fatto le nostre tre, favolose colazioni.
Da questo momento in poi è iniziata la vera vacanza, della quale parlerò in modo più generico, soffermandomi solo su certi momenti, e su ciò che mi ha ispirata di più.
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La fonte della ninfa Aretusa
Il mito greco si spinge fino alle coste della Sicilia, e con esso la ninfa di cui narra.
Il suo nome era Aretusa – dal greco Arethousa, che significa “la virtuosa”, ma anche “la sorgente” – ed era una delle figlie di Nereo, una bellissima nereide devota alla verginea dea Artemide. Un giorno molto caldo, la fanciulla volle rinfrescarsi facendo il bagno nelle acque cristalline di un fiume che scorreva a margine di un bosco. Si tolse le vesti e si immerse nelle dolci correnti, ma a un tratto il giovane Alfeo, figlio di Oceano, la intravvide fra le fronde e si infatuò di lei così intensamente da desiderare di possederla. Aretusa, accortasi delle brame del giovane, emerse di scatto dalle acque e, nuda, prese a fuggire più veloce del vento. A lungo corse, per boschi, prati e montagne, sempre inseguita da Alfeo, che pareva non si stancasse mai. Stremata dalla stanchezza, mentre l’uomo l’aveva ormai raggiunta, Aretusa invocò l’aiuto di Artemide, che impietosita per la triste sorte a cui stava andando incontro la propria protetta, la trasformò in una sorgente d’acqua pura, che tuttavia non emerse in Grecia, bensì nell’isola siciliana di Ortigia.
Aretusa divenne acqua di fonte, e in effetti una fonte sacra comparve accanto al mare della antica Siracusa.
Eppure Alfeo non si diede pace. Pretese la sua ninfa, e così il patriarcale Zeus, che poco si cura della volontà di una donna, ma prova pietà per un uomo respinto, lo tramutò in fiume, così da permettergli di scorrere sino alla fonte di Aretusa e unirsi a lei riversandosi nelle sue acque.
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“Straniera sono, in Sicilia; ma questa regione mi è più cara di ogni altra: qui io Aretusa ho ora la mia casa, questo è il mio paese. (…) Per farmi passare, la terra mi dischiude un cammino, io scorro in caverne dentro le sue profondità, e qui levo fuori il capo e rivedo le stelle quasi dimenticate.”
Ovidio, Metamorfosi, Libro V, 495-503.
“Tacciono le acque, e dai loro gorghi profondi Aretusa trae fuori il capo, e strizzatisi con la mano i verdi capelli racconta dell’antico amore del fiume Alfeo:
“Io ero una delle ninfe che stanno nell’Acaia, – dice, – e nessun’altra con più passione di me percorreva le forre, nessun’altra con più passione di me tendeva le reti. Ma sebbene non avessi mai aspirato ad avere la fama d’essere bella, sebbene fossi rude, avevo fama d’essere bella. Malgrado tante lodi, il mio aspetto non m’inorgogliva, e mentre le altre di solito ne godono, io, semplice e scontrosa, arrossivo delle mie doti fisiche, e, se piacevo, mi pareva una colpa. Stanca tornavo, ricordo, dalla foresta di Stinfàlo. C’era afa, e il peso dell’afa era raddoppiato dalla fatica. Capitai ad un fiume senza un vortice, che se ne andava senza un mormorio, trasparente fino al fondo, tanto che attraverso l’acqua si poteva contare ogni sassolino, tanto che a stento avresti creduto che scorresse. Pallidi salici e pioppi nutriti dall’acqua davano alle rive in declivio un naturale riparo di ombre. Mi accostai, e dapprima mi bagnai la pianta del piede, poi la caviglia, e non contenta di questo mi spogliai e appesi i molli veli a un ramo pendente di salice, e m’immersi nell’acqua, nuda. Mentre battevo e traevo a me l’acqua guizzando in mille modi, levando e rituffando le braccia, sentii venire da sotto i gorghi uno strano bisbiglio, e atterrita risalii sul bordo della riva più vicina. – Dove vai così in fretta, Aretusa? –, e ancora – Dove vai così in fretta? –, mi aveva detto, con voce roca, l’Alfeo dalle sue acque. Fuggii così com’ero, senza vesti: le vesti erano rimaste sull’altra sponda. Tanto di più lui m’incalzava e s’infiammava, e poiché ero nuda, gli sembravo più pronta. Così io correvo, così lui m’inseguiva spietato, come le colombe fuggono con ali trepidanti davanti allo sparviero, e come lo sparviero si avventa contro le trepidanti colombe. Fino alle porte di Orcòmeno, fino a Psofíde e al Cilene e ai dirupi del Mènalo e al gelido Erimanto e ad Èlide riuscii a correre; e lui non mi raggiungeva. Ma correre più a lungo, io, meno resistente, non potevo, e lui reggeva a una lunga fatica. E tuttavia corsi per campi, per monti coperti di alberi, e anche per rocce e rupi, per dove una via non c’era. Avevo il sole alle spalle: davanti ai piedi, vidi un’ombra allungarsi e precedermi, a meno che non fosse la mia paura a vederla, ma è certo che il rumore dei passi mi atterriva e sulla benda che mi teneva i capelli arrivava il soffio potente del suo respiro affannoso. Sfinita dalla fatica: – Aiuto mi prende! – dico. – Aiuta, Diana Dictinna, la tua scudiera, da te incaricata tante volte di portarti l’arco e le frecce rinchiuse nella faretra –. La dea si commosse, e staccata una nube da uno spesso banco di nubi, la gettò su di me. La foschia mi nasconde e Alfeo scruta di qua e di là e non riesce a capacitarsi e mi cerca intorno alla nuvola cava, e due volte gira ignaro intorno al punto dove la dea mi ha nascosto, e due volte chiama – Aretusa! Aretusa! – In che stato d’animo ero io, poverina? Non forse in quello di un’agnella se per caso sente dei lupi ringhiare intorno all’alto ovile, o di una lepre che appiattata in un cespuglio vede i musi ostili dei cani e non osa fare il minimo movimento? E tuttavia lui non se ne va, e infatti più in là non vede nessuna orma di piedi: sorveglia la nuvola e il posto. Un sudore freddo, trovandomi così assediata, mi pervade le membra, da tutto il corpo mi cadono gocce azzurrine, e se sposto un po’ il piede, si forma una pozza, dai capelli cola una rugiada, e in meno di quanto non impieghi ora a raccontartelo, mi muto in acqua. Ma allora il fiume riconosce nell’acqua l’amata, e lasciato l’aspetto umano che aveva preso, torna ad essere quello che è, una corrente, per mescolarsi a me. La dea di Delo fece uno squarcio nel terreno, e io sprofondando in buie caverne arrivo fino a Ortigia, che mi è cara perché deve il suo nome alla mia dea, e qui per la prima volta rispunto fuori all’aria, da sottoterra”.”
Ovidio, Metamorfosi, Libro V, 572-642.
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ALBUM FOTOGRAFICI
La Chiesa e le Vesti di Santa Lucia
La Fonte Aretusa
Villa Giulia
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Note di Viaggio:
La Chiesa di Santa Lucia si trova proprio a destra rispetto alla Cattedrale di Siracusa – che consiglio vivamente di visitare per non commettere il mio stesso errore, per il quale sarò costretta a tornare a Ortigia. La Fonte Aretusa si trova poco distante dalla piazza del Duomo, spostandosi verso il mare, a poche centinaia di metri dal Parcheggio della Marina.
L’Hotel Villa Giulia è una perla della Valle di Noto, si trova nella Contrada S. Lorenzo ed è raggiungibile in auto. Tutte le informazioni sono sul sito ufficiale: Villa Giulia
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