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giovedì 12 giugno 2025

La leggenda del fiume Sesia e del monte Fenera

Attendevo il momento di raccontare questa leggenda come avrei voluto farlo, con la foto perfetta che la rappresentasse, ma il luogo che cerco, la visione che vorrei avere davanti agli occhi, non l’ho ancora trovata. So che è da qualche parte, sulla sponda sinistra del fiume Sesia, ma per adesso resta nascosta. Se vorrà si farà trovare, ne sono sicura.
Pur rimanendo in sua attesa, dopo il piccolo giro solitario di oggi ho deciso di riportare la storia comunque, anche se la foto che la accompagna, per quanto bella, non è quella che vorrei.
Si tratta della leggenda del fiume Sesia, quando era ancora una bellissima fanciulla – il titolo la definisce una ninfa, ma di fatto è una semplice ragazza – e del monte Fenera, quando era ancora un prepotente gigante.
Premetto che non sono affatto certa dell’autenticità di questa storia, credo sia semplicemente stata creata in tempi piuttosto recenti, forse appositamente per entrare a far parte del progetto di recupero di leggende del territorio novarese che venne organizzato nella scuola elementare di Grignasco nel 1993, e che venne sostenuto da Sebastiano Vassalli – il libretto che ne nacque contiene, appunto, la prima e unica trascrizione della leggenda.
Tuttavia, la trovo carina, e oltretutto sembra legata alle raffigurazioni del gigante San Cristoforo e della dolce figurina che spesso appare vicino o in mezzo alle sue gambe, la sirena bicaudata. Questo interessante ed emblematico accostamento compare in diversi affreschi antichi, e mi affascina sempre moltissimo. Non a caso, una di queste raffigurazioni compare sulla facciata della chiesa parrocchiale di Quarona, in Valsesia – ne riporto in seguito due foto scattate in occasione delle giornate del FAI di primavera di marzo 2024, mentre un’altra è riportata nel mio resoconto del viaggio alla Sacra di San Michele.
Quella che segue, quindi, è la leggenda originale, scovata nel libricino del progetto di recupero, che avevo in casa dai tempi della scuola.

La ninfa Sesia e il gigante Fenera
Leggenda valsesiana


“Tanto, ma tanto tempo fa. La Valsesia era una pianura fertile, sempre fiorita, e le persone che vi abitavano vivevano in pace e in serenità.
Fra di esse vi era una fanciulla dai lunghi capelli biondi e dai grandi occhi scuri di nome Sesia, tanto bella che nessun giovane osava avvicinarla.
Un brutto giorno il gigante Fenera, figlio di Titano, scese in questa pianura e si innamorò perdutamente di Sesia; lei ricambiò il suo amore e lui ne fu così orgoglioso da tentare di ribellarsi a Giove, re di tutti gli dei. Infatti in un solo giorno costruì con enormi massi una catena di monti e di strette vallate schiacciando persone e cose.
Giove si adirò con Sesia che, per amore, aveva permesso l’uccisione della sua gente e le disse: “Il tuo sorriso si trasformerà in lacrime perenni” e la mutò in fiume: il fiume Sesia.
Impazzito per il dolore, il gigante Fenera si accanì ancor di più contro gli abitanti della Valsesia, decidendo di ucciderli tutti. Ma Giove, impietosito dai loro lamenti, castigò anche lui, trasformandolo in monte: il monte Fenera.” (1)

***

Che la leggenda sia veramente autentica e antica, non è dato sapersi, di certo è narrata con l’intento di mitizzare la bellezza del fiume e del monte che lo sovrasta, proprio nella zona che da Grignasco giunge fino a Borgosesia, tentando al contempo di spiegare l’iconografia – di gran lunga più antica – di San Cristoforo e della sua bella sirenetta a due code. (2)
Io l’ho trovata carina, e ho voluto condividerla nella sua completezza.


La foto l’ho scattata oggi, sotto un sole bollente, sul ponte di Aranco, all’inizio di Borgosesia. Qui il fiume è più stretto e profondo, e accoglie con dolcezza il monte Fenera come se sorgesse dalle sue acque azzurre. Sono loro, la fanciulla Sesia e il gigante Fenera.
Il luogo nel quale, ai miei occhi, il loro amore si manifesta con dolcezza, è ancora celato. Quando e se si rivelerà, lo coglierò con gioia.

***

San Cristoforo e la sirena bicaudata sulla facciata della Chiesa parrocchiale di Sant'Antonio a Quarona - 24 marzo 2024:



Note:

1. Leggenda riportata da Elena Zaninetti, della Scuola elementare di Grignasco per il progetto di recupero di storie e leggende del territorio novarese. Tratta da Roberto Cicala (a cura di), Storie ritrovate. Racconti e leggende del territorio novarese, con una presentazione di Sebastiano Vassalli, Provincia di Novara – Assessorato alla Cultura, Edizioni Interlinea, Novara, 1993, pag. 116.

2. Per approfondire l’argomento consiglio il saggio di Rosella Osta Sella, San Cristoforo da cinocefalo a traghettatore, in Anna Lamperti Donati e Rosella Osta Sella, La Sesia racconta. Millenni di storia lungo le rive del fiume, EOS Editrice, Novara, 2020, pagg. 79-90; e Roberto Gremmo, Valsesia magica e misteriosa, Botalla Editore, Biella, 2023, pagg. 10-12.

giovedì 23 maggio 2024

La leggenda della bella Alda

Ricordando il viaggio alla Sacra di San Michele, dove spiccano le rovine del muraglione perimetrale che nei crolli ha assunto la forma di una torre, chiamata Torre della Bell’Alda, ho recuperato quella che forse è la prima versione scritta della leggenda. È stata compilata da Domenico Carutti e pubblicata nel 1847.
Ne esistono versioni più recenti, come quella riportata da Tersilia Gatto Chanu nel suo libro sui racconti popolari piemontesi, di certo più scorrevole ed evocativa, e bisogna ammettere che quando si parla di leggende, non sempre quelle più antiche sono le più belle. Tuttavia spesso contengono elementi originari che col tempo possono perdersi o venire mitigati o appannati in narrazioni più ampie e articolate, per questo credo valga sempre la pena di conoscerle.

La leggenda della bell’Auta pare davvero molto vecchia. Il primo a parlarne è lo storico Gallizia, nel 1699, poiché pare che il fatto fosse accaduto ai suoi tempi. Egli infatti scrisse: “Tanto ci raccontavano i vecchi che erano coetanei ai tempi ne’ quali ciò successe”.

La leggenda della bell’Alda

“Vedete là quasi di faccia, in po’ a mancina, quel poggetto su cui non verdeggia un fil d’erba? Quella larga striscia oscura sul piovente orientale, è la terra che smotta; invano si vorrebbe porvi riparo; quella collina franerà sempre.
Sovra di essa altre volte era fabbricato un castello; vi abitava un Conte, nemico di Dio e degli uomini; i suoi delitti erano a migliaia, il suo nome gettava terrore in tutte le capanne delle Alpi.
Alda abitava i dintorni del convento; la sua bellezza le avea meritato il soprannome di bella; Bell’Auta la chiamano ancor oggi nel dialetto gli abitatori della vallata. Né era bella soltanto, era pura come il pensiero degli angeli, innamorata della Vergine celeste, divota all’Arcangelo Michele, alla cui badia veniva ogni giorno pregando. Amava le leggende dei santi e delle vergini, e la sua mente s’infiammava all’udir raccontate le gesta delle inermi fanciulle che sfidano le minacce dei barbari padri e gli aculei dei tiranni; il suo cuore che non avea mai palpitato pei giovani presi della sua bellezza, batteva pensando ai miracoli coi quali Iddio premia e protegge la fede e l’innocenza.
Come mai la bell’Alda viveva impunemente nelle terre dello scellerato Barone? Questi da due anni era assente e guerreggiava come vassallo del Duca; guardato da poca masnada il castello; nelle capanne e nei villaggi si respirava.
Ritornò egli, terminata la guerra, e con lui gli scherani dall’orrido ceffo, dalle mani violente, dalla prepotente volontà. Come stormo di colombe all’appressarsi del falco, vedresti donne, fanciulli e vecchi riparare nel domestico tetto e sogguardarsi come chi sente l’annunzio di una grave sventura.
Un giorno il focoso Conte passeggiava solo fuori del castello; camminava senza saper dove andasse, colle braccia incrocicchiate, coll’occhio immobile. La bella Alda ritornava dalla Sacra, ed ei la incontrò. Fissolla lungamente quasi distratto; poi risensando, il fuoco della cupidità brillò nel suo sguardo. Non le parlò, ma fermatosi, la seguì coll’occhio. Mirò la svelta persona, le agili mosse, l’ondeggiare delle forme giovanili. Il Conte serrò i denti, sciolse dal petto le braccia conserte, e con passo affrettato ritornò al castello.
Il domani due grisi de’ più scomunicati par che vadano a zonzo intorno alla Sacra; di tanto in tanto danno un’occhiata alla porta del convento. La bell’Alda ne esce finalmente soletta, bella e radiante come chi, pregando, si è levato a Dio e serba in volto le tracce dell’estatico esaltamento.
Gli scherani si dilungano dallo spianato e precedono la giovinetta. Quando parve tempo, s’arrestano ed attendono.
– Alda, bell’Alda, vi piacerebbe l’amore di un uomo che fosse più potente di tutti gli altri uomini e comandasse a tutti?
– Io non intendo le vostre parole, lasciatemi ire.
– Alda, bell’Alda orgogliosetta, ti piacerebbe abitare un ricco castello, aver damigelli e damigelle a tuo servizio, cavalcare un bianco cavallo e non incallirti i piedi per questi sassi?
– Da sedici anni io vivo nella capanna di mio padre, e mi è sempre paruta troppo bella per me; e da un pezzo fo questa via, e ci sono avvezza. Tiratevi da un lato che il sentiero è stretto.
– Alda, ascoltaci. Noi dobbiamo condurti ad un uomo che ti ama, ed è il più ricco signore del Ducato.
– Se voi siete maligni spiriti che venghiate a tentarmi, io vi comando di partire in nome del Signore.
– Il tuo Signore non è quello che ci dà le paghe, e noi non siamo di casa sua. Vieni con noi.
Lo scherano l’afferra; Alda si divincola e fugge: fugge e dietro a lei i due uomini del Conte. Fugge, e li lascia indietro di molti passi, e giunge dove il monte finisce tagliato a picco. Da un lato il muro della badia, dall’altro la voragine.
– Fermatevi o non m’avrete viva, grida ella; la Beata Vergine e San Michele mi aiutino.
Ma gli scherani la deridono, già le sono vicini; ed Alda, invocata Maria, si precipita dall’alto. Quelli, attoniti, gettano un grido e si chinano sul precipizio per vedere.
E vedono la bell’Alda circondata da una nube bianca che dolcemente discende colle mani giunte e levate al cielo, portata lentamente come foglia che si trastulla sull’ale dei venti.
Divulgatosi il fatto, da tutti i paesi traeva gente a vedere e lodare la mirabile fanciulla, ed allora si cantò una canzone che incominciava così:

La bell’Alda perseguita
Qui dal balzo si gettò;
E nel fondo della valle
Lene il vento la posò.


E narra che quando gli scherani perseguitavano la giovinetta, il Conte se ne stesse sulla sommità d’una torre, e di là vedesse il salto della bell’Alda, e che in quel punto il poggio si commovesse come per terremoto, e crollasse il castello e perisse il Barone e sua iniqua masnada; e dicesi che il monte sul luogo ove fu edificato detto castello, smotti e debba smottare per sempre.
Ora Alda comincia a compiacersi singolarmente delle lodi che le vengono date; rammenta l’insulto, la fuga, il salto miracoloso… e già considera se stessa maggiore delle fanciulle sue compagne, si crede prediletta da Dio. E siccome pessima consigliera è la vanità, un giorno, in presenza di numerosi spettatori accorsi, ella promette di lanciarsi una seconda volta dal balzo; e si slancia, e le punte delle rocce ne trattengono il corpo frantumato.
Allora corse un’altra canzone che diceva:

La bell’Alda inorgoglita
Qui dal balzo si gettò;
Sfracellata nella valle
La bell’Alda se ne andò.
”

***

Leggenda tratta da Domenico Carutti, La bell’Alda e i laghi di Avigliana, in Tradizioni Italiane per la prima volta raccolte in ciascuna provincia dell’Italia e mandate alla luce per cura di rinomati scrittori italiani, Vol. I, a cura di Angelo Brofferio, Stabilimento Tip. Di Al. Fontana, Torino, 1847, pagg. 713-716.


sabato 15 dicembre 2018

I Viaggi del Pettirosso. Una fiaba personale

C’era una volta un piccolo pettirosso che aveva paura di volare.
Non riuscendo a spiccare il volo come avrebbe voluto, se ne stava lì, fermo, immobile, protetto nel suo nido… ma in cuor suo provava un pochino di affettuosa invidia per gli altri animali, grandi e piccoli, che erano liberi dalla paura e percorrevano anche grandi distanze, vedendo tanti paesaggi nuovi e incantati, imparando tante cose e incontrando tante anime diverse.
Per un po’ di tempo, il piccolo pettirosso si accontentò di ascoltare i racconti degli altri animali, che collezionavano tante esperienze e portavano in ricordo tante immagini di tutto ciò che vedevano. Ma un giorno, sentendosi triste, ma anche eccitato per ciò che cominciava a frullargli nella testolina, capì che osservare gli altri non gli bastava più, e che era giunta l’ora di uscire dal nido e aprirsi a mondi diversi. La paura tuttavia, non lo abbandonava. Lo teneva fermo e anche un po’ imbronciato, e allora l'uccellino si rese conto che sarebbe stato meglio per lui procedere per gradi, compiendo voli brevi, di ramo in ramo, e imparando pian piano a fare sempre un passetto in più, fino a quando sarebbe riuscito a vedere quei mondi lontani che tanto lo affascinavano, e che con voce insistente lo chiamavano a sé.

Compiere voli brevi, però, gli regalò una consapevolezza rara e preziosa, ovvero l’attenzione per i dettagli e la capacità di scoprire inaspettati scenari incantati senza bisogno di doverli andare a cercare troppo lontano.
I suoi piccoli voli lo portavano sempre a trovare e a raccogliere frammenti di bellezza, e lui ne fu molto felice, perché quei frammenti nutrivano il suo cuoricino, e gli regalavano tanti attimi di Gioia.

Fu così che il piccolo pettirosso scoprì il proprio modo di volare, e soprattutto scoprì che non era necessario essere uguale agli altri e percorrere immense distanze per trovare nuovi scenari di bellezza da raccontare al mondo con la sua vocina sottile e squillante, ma che spesso la bellezza più pura è proprio qui, accanto a noi, e tutto ciò che dobbiamo fare è imparare a vederla, ad amarla e a far sì che ci nutra.

***

Ho scritto questa fiaba di getto, alcuni giorni fa, su un quaderno che mostra sulla copertina un pettirosso dipinto a mano da una bravissima artista tedesca. La penna scorreva da sola, senza fermarsi nemmeno un istante, e riempiva di parole tonde e fitte le prime pagine del quaderno, che altro non è se non l’originale Diario di Viaggio che porterò con me durante i viaggi più importanti, insieme ad altri due piccoli oggetti che ho cercato a lungo e ho trovato nei mesi passati, ovvero un piccolo timbro che imprime un buffo pettirosso con l’inchiostro color ocra, e una spilla d’argento smaltata, che raffigura sempre un pettirosso.
Questi sono i compagni di viaggio che verranno con me nei miei brevi viaggi, sperando che mi portino fortuna e mi conducano sempre più lontano, laddove da tanto tempo voglio posare i piedi per lasciarmi incantare da paesaggi che finora sono solo rimasti un sogno, ma che spero possano diventare realtà.

Una spilla che raffigura il mio animale interiore.
Un timbrino rosso che lascia il segno del passaggio del piccolo pettirosso.
E un quaderno per trascrivere le emozioni più belle e preziose.

Questi sono i viaggi del piccolo pettirosso. I miei viaggi.
Perché io e lui, da sempre e per sempre, siamo una cosa sola.

Fotografia raccolta da Pinterest