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giovedì 10 settembre 2026

Viaggio in Sicilia. Marzamemi e Portopalo

Viaggio in Sicilia
Frammenti di bellezza fra Marzamemi, Portopalo di Capo Passero e Villa Giulia


Ci siamo fermati solo quattro giorni, nella bella terra di Sicilia, e in particolare nella sua parte più meridionale, da Marzamemi alla punta più estrema dell’isola, ovvero il paese di Portopalo di Capo Passero. Le nostre giornate erano caratterizzate da una mattinata rilassante, con un bagno in piscina – dove ho potuto nuotare liberamente e tornare a giocare a fare la sirenetta sott’acqua – poi una colazione da sogno, tipica del Villa Giulia, e un altro bagno, questa volta nel mare di Marzamemi, alla Contrada Reitani, seguito da uno spuntino al paradisiaco Agua Beach, dove mi sono sentita in vacanza come non mi succedeva da molti anni.




Il primo giorno, quando ho raggiunto la spiaggia di Marzamemi, d’istinto ho guardato fra la sabbia sperando di trovare, da qualche parte, una pietra forata, o pietra della strega, ma non ne ho viste. L’ultima mattina, camminando verso il mare alla Contrada Reitani, una pietra semi nascosta nella sabbia ha attirato la mia attenzione. L’ho sollevata, ed eccola lì tra le mie mani, col suo foro perfetto. L’ho adottata subito e adesso è accanto a me, lontana dal caos della spiaggia colma di turisti, ancora piena di energia marina. La adoro tantissimo.
Per due giorni abbiamo pranzato a casa del mio compagno, con i suoi genitori, dove ho potuto gustare fette di pesce spada e tonno – quello vero – cotti sul fuoco della griglia, i pomodorini dolcissimi di Pachino – che si trova a pochi chilometri – la ricotta di pecora freschissima, i cannoli siciliani e i moretti, piccoli coni di gelato ricoperto di cioccolato.
La seconda sera abbiamo passeggiato per il centro storico di Marzamemi, pieno di vita, di musica e di colori, mentre lo avremmo percorso al tramonto, con i colori più caldi e belli, l’ultimo pomeriggio prima di ripartire.





Mi sono innamorata della piazzetta con la famosa taverna La Cialoma, con le sedie bianche e turchesi, ma anche del murale con le sirene dai capelli rossi del cocktail bar Le Bagnanti, e soprattutto, dei quadri impressionisti di un pittore, che se ne stava seduto, pacifico, immerso fra le sue splendide opere raffiguranti soprattutto il mare, ma anche i campi di grano e papaveri. Dipinti che ho amato moltissimo.




Il terzo giorno ci siamo spostati a Portopalo di Capo Passero, dove abbiamo camminato lungo la costa con gli occhi puntati sull’Isola di Capo Passero, raggiungendo la zona sotto al castelletto, dove si trova uno dei luoghi magici e segreti del mio compagno: una grottina fresca, battuta dalle onde, dove il resto del mondo sembra lontano e il silenzio e la pace sono assoluti.
Lui ha fatto il bagno nonostante il mare lievemente mosso, mentre io ho preferito stare sugli scogli, un po’ intimorita dalle onde agitate.




Nel raggiungere la grottina ci siamo fermati al Plaza del Sol, il “bar più a Sud d’Europa”, come si legge sull’insegna, e bere lì il caffè più a Sud d’Europa è stato divertente!
In tutto questo, mi ha stupita soprattutto il mio stato d’animo, sempre sereno, più aperto del solito alla meraviglia, ai cambi di programma – che solitamente tollero poco e male – all’inatteso. Ero lì per vivere l’esperienza, viverla e basta, sicura che sarebbe stata bella. E che sarebbe andato tutto bene.



Ad accompagnare ogni momento, i piccoli ritorni al Villa Giulia, che ogni volta ci ha accolti, e abbracciati nella sua calda e fiorita bellezza. È un luogo che a entrambi è rimasto nel cuore, e nel quale di sicuro torneremo, magari per qualche giorno in più.




La sera dell’ultimo giorno siamo quindi ripartiti verso Catania, pregando che la cara mamma Etna, già sbuffante e non poco irritata, restasse tranquilla ancora per qualche ora, e che il vento che spargeva le sue ceneri continuasse a soffiare dalla parte opposta rispetto all’aeroporto, così da lasciarci partire senza troppi ritardi. E così è stato.
Il volo di ritorno è stato per me un momento di pace e raccoglimento profondi. Ho cercato di non dare attenzione alla massa di persone che viaggiavano con noi, e che comunque, in pochi minuti, si sono addormentate come sotto a un incantesimo. Viaggiare in aereo di notte è stata per me è una delle cose più dolci e rilassanti mai provate. Le luci si abbassano, diventano soffuse, delicate, e conciliano il sonno. Questa volta ero accanto al mio finestrino, di nuovo vicina all’ala, il posto più bello, e mentre tutti dormivano mi sono goduta ogni momento, osservando le luci delle regioni lontanissime, e qualche sparsa e fioca lucina che navigava solitaria in mezzo al mare. Quelle piccole lucine sparse sull’acqua mi hanno fatto pensare a delle barchette solitarie, illuminate da una tenue lanterna, oscillante sulle calme acque del mare. Su ognuna di esse un misterioso pescatore, che navigava guidato dalle stelle. So che non poteva essere così, ma mi è piaciuto immaginarlo. Immersa nel mio mondo, ho dipinto ogni cosa con gli occhi di bambina.
Mi sono sentita dentro una culla, sospesa sull’aria, sostenuta, sicura, nel buio soffice. Sveglia e presente a me stessa, mentre chiunque altro sonnecchiava – o dormiva russando…
Ho sentito nel profondo di me stessa una pace dolcissima, e in quella pace sono diventata amica, più di prima, dell’aereo che mi trasportava, di quell’ala che lampeggiava di bianco e di rosso, di quel volo notturno, silenzioso e soffuso.
Mi è dispiaciuto un po’ quando sono iniziate le fasi di atterraggio, non avrei voluto lasciare quella culla ovattata immersa nel cielo buio. Presto sarebbe finito tutto, e tutti gli altri si sarebbero svegliati. Mi sono ricordata uno dei motivi per cui amo stare sveglia di notte, ovvero restare vigile quando gli altri dormono, e dormire quando gli altri sono svegli. È sempre stato così, e lo è ancora oggi.

L’aereo è atterrato – un complimento ai piloti per l’estrema delicatezza dell’atterraggio, con le ruote che hanno letteralmente accarezzato il terreno – e la vacanza è finita.
Mi ha trasmesso tanto, l’ho amata, ho amato quel poco di Sicilia che ho vissuto, esplorato, scoperto, e tanti miei limiti sono stati superati.
Il segreto è non forzare nulla, è attendere il momento giusto, quando ogni cosa si rivela essere alla propria portata, e ciò che sembrava impossibile diventa non solo fattibile, ma semplice.
Questo viaggio mi ha portata un passo, anzi, più di uno, più vicina a ciò che sento essere nata per essere. Una piccola viaggiatrice che cerca il contatto con l’essenza dei luoghi, e che adesso è pronta a lasciare le sponde conosciute per spiccare il volo. Un volo, poi due voli, poi tanti voli.
Questo è stato il primo, e passato il primo, gli altri verranno da soli.
Ognuno a suo tempo… e forse, prima di quanto immagini.

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Altre foto di Villa Giulia



Altre foto dell’Agua Beach




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ALBUM FOTOGRAFICI
Marzamemi
Portopalo di Capo Passero
Villa Giulia

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venerdì 7 agosto 2026

Le Streghe della Valle Antigorio. Croveo e le Caldaie del Diavolo

Dopo essere stata, un anno fa, alla festa Le Streghe della Valle Antigorio, a Croveo di Baceno, innamorata del paesino e impaziente di ritornarci, ho colto l’occasione della nuova edizione della festa per partire e recarmi nuovamente lì, questa volta accompagnata da mia mamma e dal mio compagno.
Appena arrivati, parcheggiata la macchina con un pizzico di fortuna nell’ultimo posto rimasto libero nel parcheggio, ho notato subito una differenza rispetto all’anno passato, ovvero la mancanza della pioggia, a causa della quale i prati verdi e vivaci erano completamente aridi, secchi e giallastri. La siccità e il surriscaldamento hanno colpito anche le montagne, e purtroppo sembra che non vi sia magia di strega abbastanza forte da curare una natura così ferita e stremata dalla insana mano umana. È un colpo al cuore, al quale non credo sia possibile abituarsi, almeno per chi un cuore e un’anima naturale ce li ha ancora.
Per fortuna almeno non faceva troppo caldo, così abbiamo potuto fare una bella passeggiata fra le bancarelle, salutare vecchie amiche e acquistare nuovi libri e incensi artigianali. Ovviamente non prima di esserci fermati alla Trattoria Cistella per un caffè e una fetta di crostata integrale con i frutti di bosco.



Ripresa l’esplorazione, mentre nuvole scure si addensavano sopra le vette e un vento fresco iniziava a soffiare intensamente, mi sono imbattuta quasi per caso nello stand di quella che, poco dopo, ho scoperto essere l’illustratrice della locandina della festa. Ho sempre amato il volto di fanciulla-strega tra i fiori, stampato sui dépliant de Le Streghe della Valle Antigorio, e trovare la mano che l’aveva ritratta, nonché tante altre illustrazioni di fanciulle-streghe stampate su carta pregiata, è stata una gioia grandissima. Le ho prese tutte quante, una per tipo. Ma soprattutto conoscere l’illustratrice, Elisa Squillace, è stato per me quasi commovente.
Proseguendo, al museo etnografico Casa del Cappellano, già visitato l’anno scorso, ho finalmente acquistato il libro che contiene gli atti del processo alle streghe di Croveo, così potrò studiarlo con calma e attenzione. Dopo questa tappa obbligata ci siamo inoltrati su alcune stradine che un anno fa mi ero persa, scoprendo con sorpresa un percorso che si snoda in tutto il borgo di Croveo, scandito da cartelloni illustrati da Elisa che riportano la storia del luogo, delle sue streghe, e le leggende locali. Nulla di meglio per una cercatrice di leggende come me. Non ho trovato tutte le tappe, e questo è un motivo in più per tornare, magari lontano dalla festa, e cercarle tutte.
Raggiunto il piccolo portico antico, con le vasche di acqua purissima, sono rimasta alcuni minuti a guardare il mosaico dedicato a Giovanna la Fiora e alle altre streghe processate e torturate dall’Inquisizione. Proprio lì accanto due anziane del posto, vestite con abiti tradizionali, rievocavano l’antica filatura e tessitura della canapa con i loro strumenti di legno.


Dopo aver continuato il percorso fra le strette e pietrose vie del borgo, fra incontri inaspettati che hanno ricordato il mio primo innamoramento di quando ero bambina, ci siamo spostati appena fuori il centro del paesino per incontrare un luogo che, visto in fotografia, mi aveva incantata. Abbiamo raggiunto, attraverso il sentiero che costeggia il bosco, una parte del Giardino Glaciale degli Orridi di Uriezzo, ovvero le Caldaie del Diavolo di Croveo. Dal centro del ponte, crocevia di streghe, poiché si diceva che proprio lì accanto si cospargessero il corpo di unguento e volassero sul monte Cistella per danzare e celebrare i sabba, si assiste allo scrosciare eterno della cascata, che passa sotto a due enormi pietre appoggiate l’una sull’altra.



La forma dell’acqua sembra disegnare le sembianze di un inquietante fantasma ammantato di bianco, dal volto scuro e misterioso. Più lo osservavo, più mi sentivo osservata da lui. Cosa possa aver visto, lui solo lo sa, e gelosamente serba il suo segreto.



Stare davanti a una cascata simile permette di percepire la potenza inarrestabile della natura. Una natura che tuttavia continua a essere maltrattata e stremata, e che reagisce devastando e stremando, come necessaria conseguenza di ciò che subisce. Si assiste impotenti a tutto questo, con la vana speranza che gli uomini peggiori, i più potenti e privi di umanità, prima o poi si rendano conto di ciò che fanno.
Ai due lati del ponte, due cartelloni, uno dei quali illustrato da Elisa – il disegno che fra tutti amo di più – raccontano la storia e le leggende del posto. Quella delle Caldaie del Diavolo e quella del malvagio Rampign le ho trascritte accuratamente, e sono riportate qui sotto.


Lasciate le impressionanti Caldaie del Diavolo con la loro cascata, le nuvole erano ormai sopra di noi e qualche goccia fresca ha iniziato a cadere. Dopotutto, forse, qualche strega ci è riuscita a far piovere, ho pensato sorridendo. Ci siamo quindi infilati di nuovo alla Trattoria Cistella, dove abbiamo cenato con deliziosi gnocchetti alle ortiche conditi con burro e salvia per me, e gnocchi di zucca e castagne ai funghi porcini per il mio compagno e mia mamma. Tutto squisito.

Sotto una pioggia sempre più forte, con una temperatura di colpo decisamente bassa, siamo corsi a prendere la macchina per riprendere la via di casa. Eccezionalmente, ho lasciato che a guidare fosse il mio compagno. Ho scoperto che se la mia macchina la guida lui non soffro il mal d’auto, e per una volta mi è piaciuto rilassarmi e godermi il viaggio di ritorno, avvolta nel golfino, guardando fuori dal finestrino le montagne che scorrevano veloci sotto nuvoloni scuri e carichi di pioggia. Credo anche di essermi addormentata per qualche minuto… tante piccole cose che, in un mondo in cui mi sento sempre diversa dagli altri e spesso inadatta, mi fanno sentire un pochino più normale. Poco però… alla mia diversità ci tengo.

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Prima di avvicinarmi al ponte e alla cascata ho scattato una fotografia al cartellone che racconta le leggende delle Caldaie del Diavolo di Croveo. Riporto integralmente ciò che è riportato. Le parti in corsivo, come indicato sul cartellone, sono tratte dalla rivista L’Ossola, che in due numeri, tra il 1898 e il 1899, pubblicò la leggenda scritta da Ottorino Leoni.

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La leggenda delle Caldaie del Diavolo di Croveo

“Nei tempi antichi quando ancora i santi operavano prodigi e il diavolo andava pel mondo a giocar tiri birboni alla povera umanità, sorgeva nel letto del Devero, sotto Croveo, un molino che, distrutto e riedificato più volte, si vede tuttora sulla destra riva del fiume, presso le caldaie. Erane proprietario un vecchio ubbriacone e attaccabrighe, il quale di buono non aveva che una figlia, Lucia, bella e savia ed altrettanto amata da tutti, quanto il padre era cattivo e detestato.”

Tra Lucia e Michele, forestiero che si era stabilito a Croveo per fare anch’egli il mugnaio e costruire un mulino sul Devero, nacque l’amore, ostacolato da Domenico, il perfido padre della ragazza, che, abbandonato, accettò l’aiuto del Diavolo per ottenere vendetta.
Ma immediatamente se ne pentì e cercò l’aiuto del vecchio e santo eremita che viveva in una piccola grotta poco sopra al fiume. Il Diavolo apparve sulla cima della montagna, e il vecchio santo, gettatosi a terra con le braccia protese implorò la protezione celeste. Il Diavolo iniziò a lanciare enormi macigni sul torrente per distruggere il mulino e uccidere i due giovani. Ma miracolosamente non riuscì nell’intento e se ne tornò all’inferno, scornato.
Cessato il pericolo, Domenico, pentito, abbracciò e perdonò i giovani amanti, che si sposarono con la sua benedizione. E tutto andò bene fino alla morte del vecchio e santo eremita. Alla sua morte il Diavolo volle prendersi la sua rivincita e ostruì il letto del fiume per annegare i mugnai.

“Prese dunque due massi enormi, li trascinò alla riva del fiume e li sollevò in alto per precipitarveli in mezzo; ma per lo sforzo e nella fretta scivolò sull’umido terreno e cadde nell’acqua con sì mala sorte, che i due massi, cozzando l’uno contro l’altro, ne afferrarono in mezzo la coda. Per ira e dolore il demonio mandò acutissime grida, che intronarono per valli e per monti, come ululato di mille lupi presi al laccio. Cercò più volte invano di svincolarsi dalla terribile stretta; finalmente, in un parossismo di spasimo e di furore, diede un tale strappo, che un pezzo di coda rimase fra le rocce e lui andò a gambe levate, battendo il capo sopra uno dei massi, dove produsse una lunga spaccatura.
Per la seconda volta dovette darsi per vinto dinanzi a quella potenza occulta, più forte di lui, e tutto sanguinoso e cosparso di fango, si sprofondò nelle viscere della terra.
I due massi, bizzarramente accostati pel vertice l’un contro l’altro, giacciono fin d’allora in quella posizione e formano un ciclopico arco, sotto cui il torrente Devero, bianco di schiuma, si precipita in romoreggiante cascata nel profondo vortice, che il volgo battezzò col nome di caldaie del Diavolo.
”

La leggenda svela inoltre come la vera causa dell’epidemia di peste che colpì non solo l’Ossola ma tutta Italia fu il mozzicone di coda del Diavolo che ammorbò le acque del Devero, del Toce, del Ticino, e dell’intero Po, fino a che non si fu del tutto consumato.
“Era proprio quello il caso di dire che il Diavolo ci aveva messo la coda…”

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La leggenda del Rampign

“A questo ponte e ad altri luoghi pericolosi, come canali, fontanoni o gole, è legata una leggenda tramandata dagli anziani del paese, forse nata per incutere nei bambini un senso di timore e per allontanare il rischio di cadere. Si racconta di un’entità malvagia, il “rampign”, che vive in questi luoghi pericolosi e che, se non si sta attenti o ci si sporge troppo, trascina di sotto l’incauto allungando improvvisamente un “rampino”.”

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In merito a tutto ciò che riguarda le streghe di Croveo, proseguirò con lo studio, anche grazie ai libri acquistati alla festa, e magari scriverò qualcosa di approfondito non appena conoscerò adeguatamente l’argomento.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
La festa Le Streghe della Valle Antigorio si svolge da alcuni anni nell’ultimo weekend di luglio, a Croveo di Baceno. Tutte le info sono disponibili sulla relativa pagina di FB e su Instagram, cercando @streghe.valle.antigorio
Per conoscere le splendide illustrazioni di Elisa Squillace potete seguirla e contattarla su Instagram: @arte.sensibile

venerdì 3 luglio 2026

Viaggio a Macugnaga. Il Museo Antica Casa Walser, il Tiglio, la Chiesa Vecchia e i Götwiarchjini

In un anno di ritorni in luoghi già vissuti e amati, anche questo viaggio è stato un ritorno, questa volta alla cara Macugnaga e alla vicina Val Quarazza. L’avevamo lasciata promettendoci di tornarci in breve tempo per completare l’esplorazione delle tappe più suggestive, ma sono passati tre anni. Eppure il tempo non conta, conta la sensazione che sia arrivato il momento giusto per partire e vivere ancora quei posti che, in modi diversi, sono rimasti impressi nel cuore.
Tentando di sfuggire al terribile caldo anomalo dei giorni scorsi, abbiamo quindi deciso che era il momento di rivedere la cara montagna, cogliendo l’occasione per raggiungere le mete che avevo appuntato sul mio quaderno dei viaggi.
Siamo partiti domenica all’ora di pranzo, quando le strade sono più libere e tranquille, e a metà strada abbiamo imboccato la provinciale che sale verso le fresche vette. Siamo arrivati in un paio di ore scarse e abbiamo lasciato le borse nell’hotel Dufour, che mi era piaciuto la prima volta che ci ero passata accanto, e che ci ha accolti per passare la notte. La nostra camera era minuscola ma carina, l’avevamo scelta col balconcino rivolto alle montagne, così da uscire a guardarle e a respirare l’aria fresca a tarda sera.
Abbiamo quindi lasciato l’albergo con i buoni consigli della gentile receptionist, e ci siamo spostati a Borca, a pochi chilometri di distanza, per visitare il Museo Antica Casa Walser, un’autentica abitazione Walser, risalente al 1600, molto grande e bella, oggi adibita a museo sulla vita quotidiana dei del suddetto popolo di origine tedesca, che scese dalle Alpi e si stabilì in diverse zone attorno al Monte Rosa.


Parcheggiata la macchina nel parcheggio a pochi passi dal museo, siamo entrati nella casa e una signora dolcissima ci ha accolto con una gioia e un entusiasmo che mi hanno scaldato il cuore. Ci ha quindi accompagnati nella visita, raccontando ogni stanza, l’utilizzo degli strumenti e la vita quotidiana di una tipica famiglia Walser, con le loro difficoltà e le loro tradizioni. Ascoltare la voce di questa dolce signora, osservando il suo volto così sincero, puro e gentile, è stata la cosa più bella.



La casa è divisa in tre piani. Il primo che si visita è il pianterreno, con la cucina e il focolare – sopra il quale è stata posta una statua intagliata nel legno di un Götwiarchj, i buoni folletti domestici delle leggende del posto – la sala crocevia, o vecchio ingresso, dalla quale si accede alle altre camere, e la stanza più importante di tutta la casa, la stobu – o stube – dove il calore del fuoco acceso manteneva il calore all’interno e la famiglia era solita riunirsi, soprattutto in inverno, poiché la stobu era l’unica parte calda della casa. Visitato il pianterreno, si sale quindi al primo piano, dove si trova la sala dei mestieri tradizionali, con gli antichi strumenti per praticarli, la sala della lavorazione del pane, la sala in cui sono conservati minerali e oggetti preziosi come corredi pregiati e abiti tradizionali, ricamati col filo dorato – per chi poteva permetterselo – che raffigurava spighe di grano, stelle alpine, nontiscordardime.


In questo piano era presente un dettaglio che io desideravo vedere da tanto tempo. All’interno della stanza, oggi adibita a sala dei mestieri, era infatti presente una finestrella quadrata, più piccola delle altre e sempre chiusa. Questa era la Seelabalgga, o “finestrella dell’anima” in lingua titsch – la lingua parlata dai Walser. Quando nella casa qualcuno moriva, e solo in quel momento, la Seelabalgga veniva aperta, così che l’anima del defunto potesse uscire e involarsi in cielo. La finestrella dell’anima era essenziale e non vi era casa Walser che non ne avesse una. Per me vederla, e sentirne raccontare dalla guida, è stato emozionante.


Dopo il piano superiore, ci siamo spostati nel piano interrato, dove è esposta una collezione di fotografie d’epoca e dove è possibile acquistare qualche piccolo ricordo, in particolare i folletti Götwiarchjini, così cari alla tradizione di Macugnaga. La nostra dolce guida ce ne ha parlato con un tale amore e rispetto che sono sicura che credesse fermamente nella loro presenza. Ed è stato bello sentirla pronunciare la formula in lingua titsch con la quale i folletti, offesi per il comportamento degli esseri umani, si congedarono per sempre e se ne andarono a vivere sopra le nuvole.
In questa stanza ho immediatamente adocchiato dei libri, venduti a coppie tenute insieme da un elastico, proprio sui Götwiarchjini, ovvero sulle loro leggende accompagnate dai disegni dei bambini delle scuole elementari di Macugnaga. Ovviamente ho comprato la mia coppia e me la sono tenuta stretta come un preziosissimo tesoro, con l’intenzione di leggerla durante la nottata.
Terminata la visita ci è dispiaciuto dover salutare la signora della casa, anche se con gioia l’avremmo rincontrata inaspettatamente la mattina successiva, scambiando con lei ancora qualche parola.
Ci siamo quindi riavviati verso la piazza di Macugnaga, dove ci siamo rilassati con un buon caffè e qualche biscottino al bar pasticceria Jäger. Seduti fuori al sole, che tuttavia stava cominciando a nascondersi dietro le nuvole, si gode della vista limpida della cima del Monte Rosa, che tuttavia mi ha trasmesso tristezza, perché i ghiacciai sono quasi esauriti e anche la neve perenne è quasi del tutto sciolta. Il cambiamento climatico si mostra soprattutto qui, nei ghiacciai e sulle vette, anche se certe persone prive di sensibilità e di intelligenza continuano imperterrite a negare ogni evidenza.
Dopo il caffè e qualche lungo minuto di spensierato rilassamento, ci siamo incamminati verso il tiglio secolare e la Chiesa Vecchia, che speravo questa volta di trovare aperta. Il tragitto è breve e bellissimo, con la lontana cascata che scorre sulla montagna a destra, proprio accanto alla funivia, e un paesaggio incantevole che accompagna ogni passo. Ci siamo avvicinati con rispetto al vecchio tiglio – di cui ho parlato qui – che ci ha accolti nel suo profumo inebriante, e ricordando le leggende del posto ho osservato a lungo le radici e gli incavi del possente tronco, dentro i quali si dice che vivessero i Götwiarchjini.



Siamo quindi entrati nell’antico cimitero, suggestivo e bellissimo, e con gioia ho trovato il portone della chiesa aperto. Nella penombra dell’interno si vedevano tremolare le fiammelle di tante candele accese da poco.




La chiesa è più grande di quanto immaginassi. È leggermente interrata, come vuole la leggenda delle streghe Streckala e Brennara, e al suo interno è presente una statua della Madonna con Bambino che mi aveva sempre incuriosita.


Sembra molto antica – qualcuno sostiene che sia una riproduzione fedele dell’originale, che sarebbe conservato altrove – e per alcune sue caratteristiche mi ricorda le Madonne Nere autentiche, specialmente il volto grande, lo sguardo rivolto avanti, lo stile rustico e semplice.


Sono rimasta nella chiesa per un po’ di tempo, persa a osservare ogni dettaglio, poi ho acceso una candela, come sono solita fare, nonostante non sia cristiana, l’ho accompagnata con una preghiera e sono uscita. Il mio compagno mi aspettava fuori nel grande prato verde, seduto sulla panchina, mentre il cielo, ormai nuvolo, iniziava a lasciar cadere qualche gocciolina.


Qualche gocciolina che è presto diventata una bella pioggia decisa, e che ci ha spinti a entrare velocemente nel ristorante nel quale avremmo cenato, il Flizzi, proprio all’angolo della piazza. Una cena che ricorderemo a lungo, perché raramente capita di mangiare così bene. Avevamo anche un piccolo sconto che ci ha fornito l’albergo, come omaggio per la nostra permanenza, così ci siamo concessi qualche sfizio in più, come il dessert a base di torna scomposta di crema pasticcera e fragole, una delizia.
Dopo cena faceva decisamente freddino, così siamo usciti di corsa per raggiungere l’hotel dall’altra parte della piazza, e ci siamo rintanati in camera. Avevo portato con me il mio mini bollitore elettrico, completo di bicchieri e cucchiaini, dato che la camera ne era sprovvista, e ho preparato una tisana bollente che siamo poi andati a bere nel salottino comune, così carino in stile montano con dettagli moderni, e tanto splendido legno.
La nottata è trascorsa tranquilla. Il mio compagno si è addormentato subito, mentre io ho passato qualche ora a leggere le leggende dei Götwiarchjini, uscendo per qualche minuto sul balconcino, al cospetto delle grandi montagne. Poco prima di dormire sono uscita ancora una volta, e ho notato una stellina luminosa proprio sopra la vetta del Monte Rosa. Solitaria e lucente, vegliava sul mondo. L’ho ringraziata per la sua luce e la sua bellezza, le ho parlato un pochino e, rientrando, le ho augurato la buonanotte. Sapevo che avrebbe vegliato anche su di me.
Con una candelina accesa e la presenza delle montagne a proteggere e custodire, sono scivolata in un sonno leggero e tranquillo.

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La prima giornata a Macugnaga, fra la casa-museo, il tiglio secolare e la bellezza dei paesaggi, oltre alla mia nottata di lettura delle leggende locali, è stata costantemente accompagnata dal pensiero dei Götwiarchjini. Per questo mi sono ripromessa di approfondire l’argomento e di trascrivere la storia della loro dipartita.

I Götwiarchjini – o Guttviarghini, da got-viarghini, ovvero “buoni lavoratori” – come vengono chiamati i nani di Macugnaga nell’antica lingua titsch, erano creature buone, gentili e generose, ma talvolta dispettose se venivano offese dal comportamento degli esseri umani. Avevano insegnato agli uomini a lavorare il latte, ossia a ricavarne burro, ricotta e formaggio, ma non avevano svelato l’ultimo segreto, ovvero cosa fare con il siero. Erano i custodi dei camosci e li accompagnavano nei pascoli, sapevano mutare i sassi, il carbone e le foglie degli alberi in oro puro, e abitavano nelle montagne, nelle buche, nelle miniere o in piccole dimore nascoste fra le radici e gli incavi del grande tiglio secolare che cresce accanto al cimitero di Macugnaga.
Questi folletti in realtà erano diffusi in tutta la Val d’Ossola, e differivano solo nel nome, che cambiava a seconda delle zone. A Macugnaga erano appunto definiti Götwiarchjini o Guttviarghini, mentre a Ornavasso erano chiamati Twergi, a Bognanco erano i Cuscitt, Cucitt nella Bassa Ossola e Cüsch ad Anzola, Kwerc a Migiandone, Zwargje in Val Formazza, ma anche Stockji nella Valle del Lys, Doggi a Obersaxen e Tacchie a Rima. (1)
La loro caratteristica principale era che avevano i piedini rivolti all’indietro. Questa particolarità era segno della loro appartenenza alla dimensione magica, ma poteva essere considerata da qualcuno come un difetto, una dimostrazione della loro diversità. Proprio a causa di questo pregiudizio, esternato niente meno che da un bambino, i Götwiarchjini si allontanarono per sempre, come narra la loro leggenda più nota a Macugnaga.
La leggenda è stata trasmessa oralmente, con più o meno dettagli, da diverse persone macugnaghesi nel corso degli anni. Riporto tuttavia quella più ricca, raccontata da Beba Schranz nella coppia di preziosi libri reperibili presso il Museo Antica Casa Walser.

La “rinascita” dei Götwiarchjini di Macugnaga

“A Macugnaga ai piedi dell’immensa parete est del Monte Rosa, c’è un grande tiglio secolare le cui fronde, tempo addietro, arrivavano a sfiorare le tombe adagiate nel piccolo cimitero posto lì accanto. (…)
Nel tronco di quel vecchio albero, da tempo immemorabile, vivevano dei piccoli nani con i piedini girati all’indietro, i götwiarchjini che, forse in “Titsch”, l’antica lingua del luogo, significa “buoni lavoratori”. Gli abitanti del villaggio, boscaioli, pastori, cacciatori, scalatori, cercatori d’oro convivevano con loro e li apprezzavano immensamente. Si racconta che, senza i loro suggerimenti, i Walser non avrebbero potuto sopravvivere alle difficoltà e ai rigori della montagna. Pare che furono proprio i götwiarchjini che, tra le altre cose, insegnarono agli abitanti di Macugnaga come ricavare dal latte il burro, il formaggio e la ricotta. Un sabato sera la luna era già alta nel cielo e i nanetti stavano per svelare ai montanari il segreto per trattare l’ultimo siero, quello rimasto dopo aver ottenuto dal latte anche la ricotta, ma erano ormai tutti molto stanchi, troppo stanchi, e si diedero così appuntamento al lunedì successivo di buonora. Nessuno dei tranquilli e laboriosi macugnaghesi poteva immaginare cosa sarebbe successo la domenica mattina quando, finita la S. Messa, tutta la popolazione si recò in processione a Chiesa Vecchia… chiudeva la fila una mamma che, per mano, teneva il suo bambino. Passando sotto il grande tiglio il bimbo vide una götwiarchj e cominciò a canzonarla a causa dei suoi piedini storti, invano la mamma cercò di zittirlo strattonandolo per un braccio e ponendogli lesta una mano sulla bocca; vane furono pure le scuse che la poverina presentò subito alla nanetta. La götwiarchj si offese molto, forse troppo, e mormorò: se il più piccolo è così maleducato, chissà quelli grandi!
Infuriata chiamò tutti i götwiarchjini a raccolta, lanciò un gomitolo di lana verso il cielo, in alto oltre le fronde del vecchio tiglio e, tra lo sgomento generale, tutti, uno dopo l’altro, vi si arrampicarono gridando:
“Hi hiina, hi daana, hinaa nìmmer mie. Ts chlenschta ischt z’bìeschta.” – “Né qua né là e mai più qui. Il più piccolo è il più cattivo.”
Così sparirono tra le nuvole e da allora nessuno li vide più, del loro passaggio sono rimaste solo le cavità nel vecchio tronco del tiglio, dove da sempre avevano avuto dimora.” (2)

Tratto Beba Schranz, Götwiarchjini, folletti di Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2016, pagg. 50-51.

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ALBUM FOTOGRAFICI
Il Museo Antica Casa Walser
La Chiesa Vecchia e il Tiglio secolare

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Note di viaggio:
Il Museo Antica Casa Walser è raggiungibile facilmente percorrendo la provinciale che raggiunge Macugnaga, e si trova a Borca, proprio di fronte alle indicazioni per le Miniere della Guia. Si può parcheggiare poco più avanti, sulla destra, e raggiungere la casa-museo a piedi. Gli orari di apertura variano di mese in mese e sono elencati qui: Museo Antica Casa Walser – Orari di apertura
Tutte le info sono nel sito ufficiale: Museo Antica Casa Walser, Borca di Macugnaga

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Note:

1. Cfr. Beba Schranz, La “rinascita” dei Götwiarchjini da Macugnaga, pag. 11, e Paolo Crosa Lenz Leggende delle Alpi, pagg. 33-37.
2. Della leggenda della dipartita – o “rinascita” – dei Götwiarchjini da Macugnaga, oltre a Beba Schranz nel libro citato, raccontano Paolo Crosa Lenz in Leggende delle Alpi. Il mondo fantastico in Val d’Ossola, Edizioni Grossi, Domodossola, 2012, pag. 40; Valsesia Teresio e Giuseppe Bugener in Macugnaga e il Monte Rosa, Edizioni A. Fattorini, Trezzano sul Naviglio, Milano, 1968, pag. 33; Mortarotti Renzo in I Walser nella Val d’Ossola: le colonie tedesco-vallesane di Macugnaga, Formazza, Agaro, Salecchio, Ornavasso e Migiandone, Giovannacci Editore, Biella, 1979.

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Bibliografia

Crosa Lenz Paolo, Leggende delle Alpi. Il mondo fantastico in Val d’Ossola, Edizioni Grossi, Domodossola, 2012
Mortarotti Renzo, I Walser nella Val d’Ossola: le colonie tedesco-vallesane di Macugnaga, Formazza, Agaro, Salecchio, Ornavasso e Migiandone, Giovannacci Editore, Biella, 1979.
Schranz Beba, La “rinascita” dei Götwiarchjini da Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2015
Schranz Beba, Götwiarchjini, folletti di Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2016
Valsesia Teresio e Giuseppe Bugener, Macugnaga e il Monte Rosa, Edizioni A. Fattorini, Trezzano sul Naviglio, Milano, 1968

venerdì 13 marzo 2026

Ritorno ad Ara e la fanciulla di pietra

Sono passati alcuni anni dall’ultima volta in cui sono stata ad Ara, un luogo che mi ha chiamata dodici anni fa, quando ancora quasi nessuno ne parlava, e che mi è rimasto dentro sin dal primo istante. Ci sono ritornata ieri con il mio compagno, ci tenevo a fargliela conoscere e a condividere con lui la sua bellezza, la sua magia e unicità.





Ogni volta è sempre diverso e sempre uguale, e mi è parso curioso che mi anche questa volta ci sia tornata in primavera, nel momento della rinascita e del risveglio. Come sempre, il sentiero che porta al giardino delle grotte era cosparso di primule, di pervinche e violette viola e bianche, di pulmonaria fiorita, di anemone nemorosa, e ovviamente, di magnifici narcisi selvatici.




Ritornare in questo magico giardino acquatico, sotto l’arco di pietra, fra le nicchie scavate nella roccia e i riflessi luminosi dell’acqua, mi ha fatta immaginare, ancora una volta, come doveva essere tanti secoli fa, quando era frequentato soprattutto dalle donne, che ponevano le pietre bianche raccolte nel torrente Magiaiga dentro l’apertura a forma di vulva, un poco nascosta nella pietra, per ricevere fertilità, e portavano offerte alle divinità femminili che qui erano onorate.




Qualche tempo fa mi ero ripromessa che appena ci fossi tornata avrei cercato la conformazione rocciosa che ricorda una fanciulla di pietra, velata, con la testa china, in preghiera o in raccoglimento. Dopo averla vista in alcune fotografie me ne ero innamorata, e nonostante avessi esplorato Ara tante volte non l’avevo mai notata. Inoltre sentivo che quella forma, quasi una presenza viva, richiamava l’energia sacra e femminile del posto. Dopo varie ricerche ho pensato che anche questa volta sarei tornata a casa senza averla trovata… poi mi sono spostata, per caso ho alzato gli occhi e lei era lì accanto a me. È stato un momento dolce ed emozionante, nel quale l’ho riconosciuta e amata. Ho cercato il punto migliore per vederla bene e scattarle qualche fotografia, perché da sotto la forma della roccia cambia – e assomiglia a un draghetto – e finalmente ho portato con me la sua immagine più bella, immersa tra i fiori e i boccioli, sulla soglia del tempo di primavera.




Ho amato Ara ancora una volta, e anche chi era con me l’ha amata molto. Questo luogo ha reso una normale giornata, nella quale avevamo avuto altri progetti e all’ultimo avevamo cambiato nettamente direzione, in una piccola magia inaspettata e non programmata.
Dopo averla incontrata di nuovo e amata ancora di più, abbiamo ripercorso il sentiero fiorito e siamo tornati alla macchina.



Quindi abbiamo proseguito verso Varallo Sesia per una fugace visita alla mia futura casetta, immersa nel canto del ruscello e degli uccellini, e quindi alla nostra miacceria preferita degli amici Silvia e Manuel, che ci hanno deliziati come sempre con le loro miacce valsesiane.

Il tempo passa, eppure Ara torna sempre… oltre il quotidiano, ritorna nei pensieri, nel desiderio, nei sogni. È un luogo fra i più magici esistenti, e ha tanto bisogno di riservatezza e di cura.
Ara non è per tutti. Le poche e i pochi che camminano fra le sue rocce con consapevolezza lo sanno.
Le sue guardiane, ancora oggi, vegliano e proteggono.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Per conoscere meglio le Grotte di Ara e il loro magico giardino, potete leggere i miei resoconti qui:

Le Grotte di Ara e il culto delle Dee delle Acque
Le Grotte di Ara e il Volto del Fauno
Le Grotte di Ara – Diario di Viaggio