sabato 4 luglio 2026

Viaggio a Macugnaga. Il Lago delle Fate

Dopo aver dormito qualche ora, ed essermi svegliata con la luce del sole che illuminava la montagna verdissima fuori dal balconcino, ci siamo preparati e siamo scesi a fare colazione in albergo. Una colazione deliziosa a base di brioche vuota, torta alla crema di limone e tè caldo per me, e muffin al cioccolato, torta alla crema di limone e cappuccino per il mio compagno. Prima di spostarci verso la nostra meta, ovvero il Lago delle Fate, abbiamo fatto una passeggiata nel centro di Macugnaga, esplorando tutti i negozietti e facendoci qualche regalino, come il bastone da cammino con un lupo intagliato nel legno per lui, e un pacchetto di biscotti di pasta frolla a forma di stelle alpine – squisiti – oltre alla solita, immancabile tazza con cervi e fiocchi di neve per me.
Quando siamo stati pronti a ripartire, abbiamo caricato la macchina, abbiamo salutato la gentile responsabile dell’albergo, che ci ha offerto altri buoni consigli per raggiungere la nostra destinazione, e siamo partiti.


Avremmo raggiunto il lago partendo dal parcheggio di Isella e percorrendo, pensavamo, la semplice e comoda strada sterrata. Pensavamo, appunto. Invece, presi dall’entusiasmo ci siamo incamminati dietro ad altre persone che cominciavano la passeggiata, passando dentro una frazione di splendide baite, con l’antico forno e la chiesetta, e ci siamo accorti solo dopo che la strada intrapresa non era affatto quella semplice e comoda, ma quella faticosa e scomoda, che si inerpica su lunghissime gradinate di pietre e radici, in salita ripida, dal lato del bosco. Ormai eravamo lì, di tornare indietro non se ne parlava, per cui abbiamo proseguito. Eppure la bellezza di questo percorso era davvero immensa.



Dopo tratti di salita impegnativa nel folto del bosco, si aprivano prati sconfinati sui quali si affacciava, lucente nel cielo turchese, il Monte Rosa. Durante la strada si incontrano altre baite che sembrano uscite da una fiaba, e zone verdissime dove crescono erbe curative in grande quantità. Intere macchie di achillea millefoglie, di iperico e di altri fiori selvatici, e scorci di montagne verde-azzurre sotto un sole decisamente caldo ma luminosissimo.



La salita è stata senza dubbio stancante, e quando finalmente abbiamo raggiunto l’ultimo tratto della strada sterrata eravamo distrutti. Ciò nonostante non vedevo l’ora di vedere il lago, per questo quando l’ambita destinazione si è aperta davanti a noi, e mi sono resa conto che il famoso Lago delle Fate pareva più una sorta di pozza dall’acqua torbida – probabilmente a causa della pioggia della sera prima, che aveva smosso il basso fondale – che scorreva giù da una gigantesca diga di ferro, ci sono rimasta sinceramente male.



Tutto qui?, mi sono detta, e con una certa delusione mi sono avvicinata alla staccionata per guardare meglio, e rendermi conto che la meta valeva molto meno del percorso che avevo fatto per raggiungerla. Ed è stato allora che ho compreso e ricordato una lezione importante che farò in modo mi resti dentro per sempre.
Quante volte ci muoviamo con il solo pensiero della destinazione, senza renderci conto di quanto sia importante, e forse persino più bello e appagante, il viaggio che compiamo per raggiungerla? Devo rendermene conto di più e più spesso, mi sono ripromessa. Devo ricordarmi di prestare più attenzione e di godermi di più ogni passo. Non devo guardare avanti e procedere, come fanno in molti, ma devo guardarmi attorno, il più possibile, e vivere ogni momento con presenza e consapevolezza.
Il viaggio, talvolta, vale davvero più della meta.

Per riprenderci dalla stanchezza, data la presenza del bar in posizione strategica, il mio compagno e io abbiamo ordinato qualcosa di fresco da bere e un toast, quindi ci siamo seduti sulle sdraio affacciate sul lago. E più guardavo avanti a me, più mi rendevo conto di quanto si vedesse che il bacino è artificiale – peraltro scavato solo nel 1948 – e quanto poco avesse di fiabesco. Quanto poco meritasse il nome che gli era stato dato appositamente per attirare i turisti. Persino la leggenda che è stata inventata di recente per renderlo più attraente, in quel momento mi sembrava una stonatura. Una leggenda di bellissime fate che camminano su quelle acque sotto la luce della luna piena, e che scambiano con l’oro scavato dai nani delle Miniere della Guia, le loro marmellate ai mirtilli, di cui i nani sono ghiotti, così da utilizzare l’oro per ricamare le loro vesti e creare la polvere dorata che permette loro di volare. Apparentemente bello, ma finto – come il lago stesso – improbabile e senza radici.
Qui le fate non ci verrebbero mai, mi sono detta, guardando ancora una volta la orribile diga.
Mi rendo conto di essere severa, e sono anche certa che il lago, nel momento in cui l’ho incontrato io, non era al massimo del suo potenziale. Avevo visto fotografie più belle nelle quali sembrava più trasparente, azzurro, riflettente la cima della montagna, eppure la forte sensazione di artificio è stata davvero forte e disturbante. Speravo di riuscire a vedere bellezza nonostante l’origine artificiale del posto, ma purtroppo non ci sono riuscita.
Ho cercato comunque di far scivolare via il disappunto, concentrandomi sulla bellezza del paesaggio che circonda il bacino, e questa, almeno, era autentica e innegabile.


Quando alcuni tuoni lontani hanno risuonato nell’aria improvvisamente ventosa, e la cima del monte si è incupita di nuvoloni scuri e minacciosi, abbiamo deciso che era il momento di alzarci e di incamminarci sulla via del ritorno, questa volta la semplice e comoda strada sterrata.
Proprio all’inizio della passeggiata sono felice di aver trovato i Götwiarchjini, o forse sono i nani della miniera, sparsi qua e là nel bosco accanto al sentiero. Ci tenevo a vederli, anche se temo di non averli incontrati tutti.




La camminata è stata tranquilla, con il mio compagno che procedeva lentamente a causa di una storta al piede presa qualche ora prima. Verso la fine della strada, sotto una pioggerella incalzante, mi sono accorta della presenza di un grande masso erratico, davanti al quale era stata conficcata una enorme croce. Evidentemente doveva essere stata una pietra sacra per chi viveva qui prima e durante la conversione al cristianesimo, altrimenti dubito che ci sarebbe stato motivo di segnare con la croce un luogo privo di alcuna ritualità precedente. Un po’ controproducente, ma grazie per la segnalazione, ho sorriso ironicamente fra me e me. Se non fosse stato per quella croce enorme non avrei notato il masso, non avrei ipotizzato la sua possibile utilità precristiana, e non avrei rivolto un pensiero alle entità che forse lì in tempi passati venivano venerate.


Finalmente raggiunto il parcheggio e la mia cara macchinina ci siamo spostati in un bar vicino per prendere un caffè in tranquillità prima di ripartire, quindi ci siamo riavviati verso casa – e verso il caldo devastante che non ha tardato a farsi sentire.

Il viaggio è stato molto bello, e Macugnaga è rimasta ancora impressa nel cuore. Forse si sono rivelate alcune nuove tappe da esplorare prossimamente, ricordando tuttavia quanto sia importante anche – se non di più – il viaggio per raggiungerle. Ma anche solo restare e riposare in un posto bellissimo, potrebbe essere una buona motivazione per tornarci presto.
E chissà che qualche Götwiarchj non si faccia vedere, nonostante la triste ma comprensibile dipartita, fra le cavità della montagna, o le radici del saggio, vecchio tiglio.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
Il cosiddetto Lago delle Fate si trova in Val Quarazza e si raggiunge percorrendo diversi sentieri. Uno di questi passa dalla vecchia città morta, mentre i due che abbiamo percorso noi partono entrambi dal parcheggio di Isella, fra Macugnaga-Staffa e Borca. Il primo inizia proprio di fronte al parcheggio, costeggiando il bel prato, che rimane sulla sinistra, e passando attraverso il primo gruppo di baite, con l’antico forno e la chiesetta. Il secondo parte dalla grande strada sterrata subito a destra dell’ingresso del parcheggio, e dopo aver costeggiato la sua ampia parte laterale sale verso sinistra e procede comodamente con una moderata pendenza. Questo sentiero è indubbiamente più semplice, ma la bellezza di quello che si inerpica fra boschi e praterie non è paragonabile. Si fa fatica, ma ne vale veramente la pena.