giovedì 10 settembre 2026

Viaggio in Sicilia. Marzamemi e Portopalo

Viaggio in Sicilia
Frammenti di bellezza fra Marzamemi, Portopalo di Capo Passero e Villa Giulia


Ci siamo fermati solo quattro giorni, nella bella terra di Sicilia, e in particolare nella sua parte più meridionale, da Marzamemi alla punta più estrema dell’isola, ovvero il paese di Portopalo di Capo Passero. Le nostre giornate erano caratterizzate da una mattinata rilassante, con un bagno in piscina – dove ho potuto nuotare liberamente e tornare a giocare a fare la sirenetta sott’acqua – poi una colazione da sogno, tipica del Villa Giulia, e un altro bagno, questa volta nel mare di Marzamemi, alla Contrada Reitani, seguito da uno spuntino al paradisiaco Agua Beach, dove mi sono sentita in vacanza come non mi succedeva da molti anni.




Il primo giorno, quando ho raggiunto la spiaggia di Marzamemi, d’istinto ho guardato fra la sabbia sperando di trovare, da qualche parte, una pietra forata, o pietra della strega, ma non ne ho viste. L’ultima mattina, camminando verso il mare alla Contrada Reitani, una pietra semi nascosta nella sabbia ha attirato la mia attenzione. L’ho sollevata, ed eccola lì tra le mie mani, col suo foro perfetto. L’ho adottata subito e adesso è accanto a me, lontana dal caos della spiaggia colma di turisti, ancora piena di energia marina. La adoro tantissimo.
Per due giorni abbiamo pranzato a casa del mio compagno, con i suoi genitori, dove ho potuto gustare fette di pesce spada e tonno – quello vero – cotti sul fuoco della griglia, i pomodorini dolcissimi di Pachino – che si trova a pochi chilometri – la ricotta di pecora freschissima, i cannoli siciliani e i moretti, piccoli coni di gelato ricoperto di cioccolato.
La seconda sera abbiamo passeggiato per il centro storico di Marzamemi, pieno di vita, di musica e di colori, mentre lo avremmo percorso al tramonto, con i colori più caldi e belli, l’ultimo pomeriggio prima di ripartire.





Mi sono innamorata della piazzetta con la famosa taverna La Cialoma, con le sedie bianche e turchesi, ma anche del murale con le sirene dai capelli rossi del cocktail bar Le Bagnanti, e soprattutto, dei quadri impressionisti di un pittore, che se ne stava seduto, pacifico, immerso fra le sue splendide opere raffiguranti soprattutto il mare, ma anche i campi di grano e papaveri. Dipinti che ho amato moltissimo.




Il terzo giorno ci siamo spostati a Portopalo di Capo Passero, dove abbiamo camminato lungo la costa con gli occhi puntati sull’Isola di Capo Passero, raggiungendo la zona sotto al castelletto, dove si trova uno dei luoghi magici e segreti del mio compagno: una grottina fresca, battuta dalle onde, dove il resto del mondo sembra lontano e il silenzio e la pace sono assoluti.
Lui ha fatto il bagno nonostante il mare lievemente mosso, mentre io ho preferito stare sugli scogli, un po’ intimorita dalle onde agitate.




Nel raggiungere la grottina ci siamo fermati al Plaza del Sol, il “bar più a Sud d’Europa”, come si legge sull’insegna, e bere lì il caffè più a Sud d’Europa è stato divertente!
In tutto questo, mi ha stupita soprattutto il mio stato d’animo, sempre sereno, più aperto del solito alla meraviglia, ai cambi di programma – che solitamente tollero poco e male – all’inatteso. Ero lì per vivere l’esperienza, viverla e basta, sicura che sarebbe stata bella. E che sarebbe andato tutto bene.



Ad accompagnare ogni momento, i piccoli ritorni al Villa Giulia, che ogni volta ci ha accolti, e abbracciati nella sua calda e fiorita bellezza. È un luogo che a entrambi è rimasto nel cuore, e nel quale di sicuro torneremo, magari per qualche giorno in più.




La sera dell’ultimo giorno siamo quindi ripartiti verso Catania, pregando che la cara mamma Etna, già sbuffante e non poco irritata, restasse tranquilla ancora per qualche ora, e che il vento che spargeva le sue ceneri continuasse a soffiare dalla parte opposta rispetto all’aeroporto, così da lasciarci partire senza troppi ritardi. E così è stato.
Il volo di ritorno è stato per me un momento di pace e raccoglimento profondi. Ho cercato di non dare attenzione alla massa di persone che viaggiavano con noi, e che comunque, in pochi minuti, si sono addormentate come sotto a un incantesimo. Viaggiare in aereo di notte è stata per me è una delle cose più dolci e rilassanti mai provate. Le luci si abbassano, diventano soffuse, delicate, e conciliano il sonno. Questa volta ero accanto al mio finestrino, di nuovo vicina all’ala, il posto più bello, e mentre tutti dormivano mi sono goduta ogni momento, osservando le luci delle regioni lontanissime, e qualche sparsa e fioca lucina che navigava solitaria in mezzo al mare. Quelle piccole lucine sparse sull’acqua mi hanno fatto pensare a delle barchette solitarie, illuminate da una tenue lanterna, oscillante sulle calme acque del mare. Su ognuna di esse un misterioso pescatore, che navigava guidato dalle stelle. So che non poteva essere così, ma mi è piaciuto immaginarlo. Immersa nel mio mondo, ho dipinto ogni cosa con gli occhi di bambina.
Mi sono sentita dentro una culla, sospesa sull’aria, sostenuta, sicura, nel buio soffice. Sveglia e presente a me stessa, mentre chiunque altro sonnecchiava – o dormiva russando…
Ho sentito nel profondo di me stessa una pace dolcissima, e in quella pace sono diventata amica, più di prima, dell’aereo che mi trasportava, di quell’ala che lampeggiava di bianco e di rosso, di quel volo notturno, silenzioso e soffuso.
Mi è dispiaciuto un po’ quando sono iniziate le fasi di atterraggio, non avrei voluto lasciare quella culla ovattata immersa nel cielo buio. Presto sarebbe finito tutto, e tutti gli altri si sarebbero svegliati. Mi sono ricordata uno dei motivi per cui amo stare sveglia di notte, ovvero restare vigile quando gli altri dormono, e dormire quando gli altri sono svegli. È sempre stato così, e lo è ancora oggi.

L’aereo è atterrato – un complimento ai piloti per l’estrema delicatezza dell’atterraggio, con le ruote che hanno letteralmente accarezzato il terreno – e la vacanza è finita.
Mi ha trasmesso tanto, l’ho amata, ho amato quel poco di Sicilia che ho vissuto, esplorato, scoperto, e tanti miei limiti sono stati superati.
Il segreto è non forzare nulla, è attendere il momento giusto, quando ogni cosa si rivela essere alla propria portata, e ciò che sembrava impossibile diventa non solo fattibile, ma semplice.
Questo viaggio mi ha portata un passo, anzi, più di uno, più vicina a ciò che sento essere nata per essere. Una piccola viaggiatrice che cerca il contatto con l’essenza dei luoghi, e che adesso è pronta a lasciare le sponde conosciute per spiccare il volo. Un volo, poi due voli, poi tanti voli.
Questo è stato il primo, e passato il primo, gli altri verranno da soli.
Ognuno a suo tempo… e forse, prima di quanto immagini.

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Altre foto di Villa Giulia



Altre foto dell’Agua Beach




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ALBUM FOTOGRAFICI
Marzamemi
Portopalo di Capo Passero
Villa Giulia

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mercoledì 9 settembre 2026

Viaggio in Sicilia. Ortigia, Santa Lucia e la Fonte Aretusa

Viaggio in Sicilia
Ortigia, i tesori di Santa Lucia e il mito della ninfa Aretusa


Dopo un buon sonno all’Hotel Alla Giudecca, ci siamo svegliati riposati e pronti per la nuova giornata. Dato che la colazione in albergo non era compresa, abbiamo deciso di aspettare e farla altrove, così da lasciare per tempo la camera e cominciare a spostarci verso la costa più a sud della Sicilia. Ma prima di ripartire, mi aspettava la mia dolce meta, e anche un’altra che, proprio, non mi aspettavo di incontrare.
Attraversando di nuovo il centro di Siracusa, siamo passati accanto all’imponente e bellissima cattedrale, dove la sera prima mi ero soffermata a guardare la splendida architettura. Purtroppo non mi ero informata in anticipo sulla sua storia, così, infastidita dalla valigia, non ci sono entrata. È stato un grave errore, perché ho scoperto solo in seguito che racchiude al suo interno un vero e proprio tempio dorico che un tempo era dedicato alla dea Atena-Minerva. Le colonne originali fanno effettivamente parte delle attuali murature, e muoversi all’interno di questa cattedrale deve sembrare come camminare fra due tempi, fra due mondi, quello antico, ancora presente e tangibile, e quello moderno. Qui il cristianesimo non ha raso al suolo per sostituirsi a ciò che c’era, ma lo ha letteralmente abbracciato. Facendolo proprio, lo ha preservato.
Laddove era onorata Atena-Minerva, ora si onora la Natività di Maria Santissima – il sacro femminino non poteva in alcun modo essere oscurato, la continuità doveva necessariamente essere mantenuta. Ma per chi onora il passato, la devozione si rivolge a entrambe.
Mi piange il cuore per non averlo visitato, la mia abitudine a infilarmi sempre e comunque dappertutto per non perdermi niente, questa volta ha ceduto alla scomodità del bagaglio che, di fronte alla scalinata, mi è parso più pesante del dovuto. Uno sbaglio che mi ricorderò e che non commetterò più.
Se non altro una bella sorpresa aspettava proprio dietro l’angolo.
Una caratteristica di Siracusa è la presenza costante della amatissima Santa Lucia. Statue, inscrizioni litiche, nicchie votive, lei è dappertutto. E accanto al tempio-cattedrale sorge la sua chiesa. Il mio compagno aveva appena finito di dire che, ogni volta che era stato a Ortigia l’aveva sempre, sempre trovata chiusa, quando avvicinandoci di qualche passo abbiamo notato che invece era aperta! La mia gioia è stata grande.



Ci siamo subito entrati, e sebbene l’interno non mi abbia colpita particolarmente, qualcosa ha attirato subito la mia attenzione. Accanto alla parete destra, erano esposte alcune reliquie dal valore religioso altissimo. Davanti alla Veste di Santa Lucia, alle Scarpette di Santa Lucia, e soprattutto al Velo di Santa Lucia, mi sono commossa. Pur sapendo, razionalmente, che si tratta solo di semplici abiti antichi, il fatto che vengano attribuiti alla santa, e che siano pregni della devozione che i credenti rivolgono a lei, mi ha toccato il cuore. Naturalmente davanti al Velo di Santa Lucia, sono stata colta da una forte ispirazione a creare qualcosa di magico che comprenda questo inaspettato e potente simbolo, e non vedo l’ora di ascoltare questa ispirazione e darle forma.



Quasi estasiata dopo aver conosciuto da vicino queste cose meravigliose, e ancora più innamorata della santa siracusana – così diversa dalla sua versione nordica, eppure ugualmente tanto cara – ho raggiunto il mio compagno, che dopo avermi lasciato qualche momento di raccoglimento in solitudine, mi aspettava accanto al portone.
Siamo usciti nuovamente nella luce calda ma ventilata della piazza di Siracusa, e abbiamo proseguito verso il luogo che da giorni attendevo di vedere.
La fonte circolare era lì, dove era la sera prima, dove è sempre stata. La Fonte Aretusa, legata al mito della ninfa, o nereide Aretusa, che dalla Grecia fuggì tramutata in sorgente dalla dea Artemide, per sfuggire alle violenze di Alfeo, era proprio davanti a me.



Le oche scintillanti della sera prima, erano poco visibili per via del sole caldo. Tutte nascoste all’ombra dei papiri, pescavano o si riposavano, mentre una in particolare si tuffava continuamente per pescare. Il suo sederotto bianco che spuntava dall’acqua mi ha fatta ridere tantissimo. Sotto la superficie trasparente dell’acqua miriadi di grossi pesci nuotavano fra luce e ombra.
La storia della ninfa Aretusa è raccontata in seguito, insieme a un bellissimo brano tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, che ho voluto riportare interamente.
Mi è spiaciuto lasciare la fonte, sarei stata lì ancora a lungo, ma il sole era caldo, la luce forte, avevamo un impegno per pranzo e non potevamo intrattenerci di più. Mi è anche spiaciuto che il Giardino della Fonte Aretusa, anni fa curato e aperto alle visite libere, era chiuso – ormai da alcuni anni, mi ha spiegato il mio compagno. All’interno del piccolo giardino è conservata una bella statua che raffigura proprio la ninfa Aretusa che sfugge ad Alfeo. Non sono riuscita a vederla e a fotografarla, e spero che comunque il Giardino venga riaperto e curato.


Tornati alla macchina, siamo partiti verso il nostro secondo albergo, nel paese d’origine del mio compagno, Marzamemi.
Appena lo abbiamo raggiunto ci siamo innamorati. Si trova precisamente nella Valle di Noto, nella contrada S. Lorenzo, ed è il meraviglioso Villa Giulia. La sua atmosfera racchiude l’essenza della Sicilia, è ricco di storia, immerso nella natura, con giardini pieni di ulivi secolari, di rigogliose siepi di lantana, di plumbago e buganvillee. La receptionist che ci ha accolti era simpaticissima e ci siamo subito sentiti a casa. La camera era molto carina, ma ciò che abbiamo amato di più, sin dal primo momento, sono state la piscina e la terrazza del ristorante dove avremmo fatto le nostre tre, favolose colazioni.


Da questo momento in poi è iniziata la vera vacanza, della quale parlerò in modo più generico, soffermandomi solo su certi momenti, e su ciò che mi ha ispirata di più.

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La fonte della ninfa Aretusa

Il mito greco si spinge fino alle coste della Sicilia, e con esso la ninfa di cui narra.
Il suo nome era Aretusa – dal greco Arethousa, che significa “la virtuosa”, ma anche “la sorgente” – ed era una delle figlie di Nereo, una bellissima nereide devota alla verginea dea Artemide. Un giorno molto caldo, la fanciulla volle rinfrescarsi facendo il bagno nelle acque cristalline di un fiume che scorreva a margine di un bosco. Si tolse le vesti e si immerse nelle dolci correnti, ma a un tratto il giovane Alfeo, figlio di Oceano, la intravvide fra le fronde e si infatuò di lei così intensamente da desiderare di possederla. Aretusa, accortasi delle brame del giovane, emerse di scatto dalle acque e, nuda, prese a fuggire più veloce del vento. A lungo corse, per boschi, prati e montagne, sempre inseguita da Alfeo, che pareva non si stancasse mai. Stremata dalla stanchezza, mentre l’uomo l’aveva ormai raggiunta, Aretusa invocò l’aiuto di Artemide, che impietosita per la triste sorte a cui stava andando incontro la propria protetta, la trasformò in una sorgente d’acqua pura, che tuttavia non emerse in Grecia, bensì nell’isola siciliana di Ortigia.
Aretusa divenne acqua di fonte, e in effetti una fonte sacra comparve accanto al mare della antica Siracusa.
Eppure Alfeo non si diede pace. Pretese la sua ninfa, e così il patriarcale Zeus, che poco si cura della volontà di una donna, ma prova pietà per un uomo respinto, lo tramutò in fiume, così da permettergli di scorrere sino alla fonte di Aretusa e unirsi a lei riversandosi nelle sue acque.

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Straniera sono, in Sicilia; ma questa regione mi è più cara di ogni altra: qui io Aretusa ho ora la mia casa, questo è il mio paese. (…) Per farmi passare, la terra mi dischiude un cammino, io scorro in caverne dentro le sue profondità, e qui levo fuori il capo e rivedo le stelle quasi dimenticate.

Ovidio, Metamorfosi, Libro V, 495-503.

Tacciono le acque, e dai loro gorghi profondi Aretusa trae fuori il capo, e strizzatisi con la mano i verdi capelli racconta dell’antico amore del fiume Alfeo:
“Io ero una delle ninfe che stanno nell’Acaia, – dice, – e nessun’altra con più passione di me percorreva le forre, nessun’altra con più passione di me tendeva le reti. Ma sebbene non avessi mai aspirato ad avere la fama d’essere bella, sebbene fossi rude, avevo fama d’essere bella. Malgrado tante lodi, il mio aspetto non m’inorgogliva, e mentre le altre di solito ne godono, io, semplice e scontrosa, arrossivo delle mie doti fisiche, e, se piacevo, mi pareva una colpa. Stanca tornavo, ricordo, dalla foresta di Stinfàlo. C’era afa, e il peso dell’afa era raddoppiato dalla fatica. Capitai ad un fiume senza un vortice, che se ne andava senza un mormorio, trasparente fino al fondo, tanto che attraverso l’acqua si poteva contare ogni sassolino, tanto che a stento avresti creduto che scorresse. Pallidi salici e pioppi nutriti dall’acqua davano alle rive in declivio un naturale riparo di ombre. Mi accostai, e dapprima mi bagnai la pianta del piede, poi la caviglia, e non contenta di questo mi spogliai e appesi i molli veli a un ramo pendente di salice, e m’immersi nell’acqua, nuda. Mentre battevo e traevo a me l’acqua guizzando in mille modi, levando e rituffando le braccia, sentii venire da sotto i gorghi uno strano bisbiglio, e atterrita risalii sul bordo della riva più vicina. – Dove vai così in fretta, Aretusa? –, e ancora – Dove vai così in fretta? –, mi aveva detto, con voce roca, l’Alfeo dalle sue acque. Fuggii così com’ero, senza vesti: le vesti erano rimaste sull’altra sponda. Tanto di più lui m’incalzava e s’infiammava, e poiché ero nuda, gli sembravo più pronta. Così io correvo, così lui m’inseguiva spietato, come le colombe fuggono con ali trepidanti davanti allo sparviero, e come lo sparviero si avventa contro le trepidanti colombe. Fino alle porte di Orcòmeno, fino a Psofíde e al Cilene e ai dirupi del Mènalo e al gelido Erimanto e ad Èlide riuscii a correre; e lui non mi raggiungeva. Ma correre più a lungo, io, meno resistente, non potevo, e lui reggeva a una lunga fatica. E tuttavia corsi per campi, per monti coperti di alberi, e anche per rocce e rupi, per dove una via non c’era. Avevo il sole alle spalle: davanti ai piedi, vidi un’ombra allungarsi e precedermi, a meno che non fosse la mia paura a vederla, ma è certo che il rumore dei passi mi atterriva e sulla benda che mi teneva i capelli arrivava il soffio potente del suo respiro affannoso. Sfinita dalla fatica: – Aiuto mi prende! – dico. – Aiuta, Diana Dictinna, la tua scudiera, da te incaricata tante volte di portarti l’arco e le frecce rinchiuse nella faretra –. La dea si commosse, e staccata una nube da uno spesso banco di nubi, la gettò su di me. La foschia mi nasconde e Alfeo scruta di qua e di là e non riesce a capacitarsi e mi cerca intorno alla nuvola cava, e due volte gira ignaro intorno al punto dove la dea mi ha nascosto, e due volte chiama – Aretusa! Aretusa! – In che stato d’animo ero io, poverina? Non forse in quello di un’agnella se per caso sente dei lupi ringhiare intorno all’alto ovile, o di una lepre che appiattata in un cespuglio vede i musi ostili dei cani e non osa fare il minimo movimento? E tuttavia lui non se ne va, e infatti più in là non vede nessuna orma di piedi: sorveglia la nuvola e il posto. Un sudore freddo, trovandomi così assediata, mi pervade le membra, da tutto il corpo mi cadono gocce azzurrine, e se sposto un po’ il piede, si forma una pozza, dai capelli cola una rugiada, e in meno di quanto non impieghi ora a raccontartelo, mi muto in acqua. Ma allora il fiume riconosce nell’acqua l’amata, e lasciato l’aspetto umano che aveva preso, torna ad essere quello che è, una corrente, per mescolarsi a me. La dea di Delo fece uno squarcio nel terreno, e io sprofondando in buie caverne arrivo fino a Ortigia, che mi è cara perché deve il suo nome alla mia dea, e qui per la prima volta rispunto fuori all’aria, da sottoterra”.


Ovidio, Metamorfosi, Libro V, 572-642.

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ALBUM FOTOGRAFICI
La Chiesa e le Vesti di Santa Lucia
La Fonte Aretusa
Villa Giulia

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Note di Viaggio:
La Chiesa di Santa Lucia si trova proprio a destra rispetto alla Cattedrale di Siracusa – che consiglio vivamente di visitare per non commettere il mio stesso errore, per il quale sarò costretta a tornare a Ortigia. La Fonte Aretusa si trova poco distante dalla piazza del Duomo, spostandosi verso il mare, a poche centinaia di metri dal Parcheggio della Marina.
L’Hotel Villa Giulia è una perla della Valle di Noto, si trova nella Contrada S. Lorenzo ed è raggiungibile in auto. Tutte le informazioni sono sul sito ufficiale: Villa Giulia

Viaggio in Sicilia. L'isola di Ortigia

Viaggio in Sicilia
Ortigia, la Fontana di Diana e il miqwè ebraico


Questo viaggio è nato da una promessa, fatta in un momento in cui la sua realizzazione mi appariva più grande di me. Eppure quel momento doveva arrivare, non solo per accompagnare chi mi sta accanto, ma anche per me stessa, soprattutto per me stessa. Perché quel volo, quel vero volo, che desideravo affrontare ormai da troppo tempo, doveva compiersi. Il momento è adesso, mi sono detta, adesso o mai più.
Nei giorni precedenti il viaggio rimanevo stupita perché la preoccupazione che credevo mi avrebbe colta era quasi assente, sostituita da momenti di pura euforia. Così la mattina della partenza mi sono svegliata e mi sono sentita pronta e contenta di compiere la mia piccola impresa. Sono passata a prendere il mio compagno, felice perché finalmente avrebbe potuto mostrarmi casa sua, e siamo andati all’aeroporto di Malpensa, dove abbiamo lasciato la macchina e ci siamo avviati verso i controlli e, infine, verso la pista, dove ad attenderci c’era il nostro aereo Ryanair. Siamo saliti, sedendoci purtroppo distanti – e io tragicamente lontana dal mio finestrino – ma con il permesso delle hostess di poterci riavvicinare dopo il decollo. Il momento che più mi ha entusiasmata – come ricordavo mi era già successo tanti anni fa – è stato quando si sono accesi i motori, quelli veri, che rombano sotto il sedile e avviano l’aereo verso il decollo. Che potenza, che emozione. La spinta iniziale è fortissima, la velocità che l’aereo prende mi faceva fremere, e il volo è per me un attimo quasi estatico. Un po’ meno lo sono le varie sensazioni di pressione alla testa date dal rapido cambiamento di pressione dell’aereo, che nonostante la pressurizzazione risente comunque un pochino degli sbalzi esterni. Dopo il decollo e i vari assestamenti, ho raggiunto il mio compagno nei posti in coda, quasi tutti vuoti, e mi sono aggrappata gioiosamente al mio finestrino, scoprendo che era proprio accanto all’ala. La bellezza di volare e di vedere, sotto, tutta l’Italia scorrere lentamente, e l’immenso mare turchese punteggiato di minuscole barche con la scia bianca, mi ha quasi commossa. Ho amato questo volo, e l’ho vissuto pienamente, contenta di essere esattamente dove dovevo essere.


Poco prima dell’inizio delle fasi di atterraggio ho raggiunto di nuovo il mio posto, e la parte più difficile è iniziata. Una turbolenza ha cominciato a far ballare l’aereo e le sensazioni di pressione e disorientamento ci hanno scombussolati un po’ tutti. Per fortuna è durato solo alcuni minuti, sufficienti tuttavia a farmi tirare un gran respiro di sollievo quando ho sentito le ruote adagiarsi sul terreno. Ero arrivata, sana e salva!
Appena usciti dall’aereo il caldo della Sicilia ci ha accolti non troppo gentilmente, ma il vento ha alleviato il decisamente caloroso benvenuto. Ci siamo diretti subito a prelevare la macchina che avevamo noleggiato – sorvolando sui costi improponibili, che dovremo rivedere e correggere in futuro – e siamo partiti verso la nostra prima tappa: Siracusa, e in particolare il suo centro antico, l’isola di Ortigia.
Da qui in avanti l’avventura di esplorazione nella bellezza e nell’inatteso ha avuto inizio.

Arrivati a Ortigia, abbiamo parcheggiato la macchina e ci siamo incamminati verso l’albergo, che trovandosi nel centro storico non era raggiungibile che a piedi. La camminata è stata faticosa per via del caldo e della valigia, ma molto bella. Gli stretti vicoli di Ortigia sono antichi, colorati, ricchi di storia e di vita.



Appena raggiunta Piazza Archimede ho incontrato la prima delle meraviglie che non vedevo l’ora di vedere: la Fontana di Diana. La fonte, che zampilla nel centro della piazza, racconta il mito della ninfa Aretusa, di cui parlerò in seguito. Venne realizzata nel 1906 dallo scultore di Ascoli Piceno Giulio Moschetti, e mostra una magnifica dea Artemide-Diana, coronata da una falce di luna, con arco, faretra e frecce legate alla schiena, mentre sotto di lei la ninfa Aretusa sta per trasformarsi in sorgente, e l’ardente Alfeo si sporge dalla schiena della dea, impotente di fronte all’inevitabile metamorfosi.
Sotto al mito raffigurato, emerge dall’acqua una famiglia di tritoni che cavalcano pistrici e cavalli marini, a simboleggiare il mare e le sue creature. La forma della vasca pare che proseguisse idealmente nella pavimentazione originaria della piazza – sostituita nel 1980 – che conteneva il segno di una stella a otto punte.
Ortigia e Artemide sono indissolubilmente legate l’una all’altra. Il toponimo deriva dal greco antico ortyx e significa “quaglia”, o “isola delle quaglie”, per via della presenza numerosa di questi uccelli in epoca antica. Alcuni autori classici, come Diodoro Siculo, affermano tuttavia che il nome fosse legato ad Artemide, che secondo l’Inno ad Apollo, era stata partorita dal grembo di Leto proprio a Ortigia. Secondo Omero, qui si trovava il trono dorato della dea, e Diodoro Siculo scrisse che furono gli oracoli a nominarla Ortigia, dopo che seppero che era consacrata alla signora della luna.



Davanti alla Fontana di Diana-Artemide mi sono incantata, attorniata da mille goccioline d’acqua lucentissima fra le quali avrei voluto rinfrescarmi, ma per via del sole cocente non ho potuto intrattenermi a lungo. Scattate alcune fotografie e salutata Diana e la amata Aretusa, sono fuggita all’ombra, e abbiamo proseguito verso l’albergo.
I negozietti che riempiono i viottoli di Ortigia sono bellissimi, pieni di ceramiche delle immancabili teste di moro, delle quali ho amato particolarmente quelle femminili, ma anche quelle che rappresentavano niente meno che Medusa. Ce n’erano moltissime, con al posto dei capelli, grovigli di serpenti, specialmente azzurri. Una in particolare, di media grandezza, bianca e azzurra, mi è rimasta nel cuore, così come i ciondoli, i bracciali, gli anelli e gli orecchini, tutti raffiguranti teste di gorgoni. Non avevo idea che qui fossero così diffuse, ma è stata una gioia trovarmi immersa fra volti pietrificanti e intricati serpenti.
Raggiunto il nostro albergo, l’Hotel Alla Giudecca, ci siamo sistemati nella bella camera che si affaccia sul cortile interno, pieno di lanterne e di alberi di buganvillea, e ci siamo rinfrescati e riposati. Di lì a poco ci aspettava una visita all’antichissimo miqwè, il bagno ebraico, che si trova proprio nei sotterranei dell’albergo e si può visitare con la guida in turni che partono ogni mezz’ora.



Nell’attesa, siamo usciti e abbiamo esplorato ancora un pochino le stradine del paese, costeggiando poi il mare e infilandoci nuovamente fra vicoli e negozietti.
Tornati in albergo per il nostro turno di visita, abbiamo quindi esplorato il bagno rituale ebraico, risalente all’epoca bizantina, il più antico e grande d’Europa. Lo si raggiunge scendendo una stretta scala scavata nella pietra, che si immerge sottoterra per circa 18 metri, ed è composto da una sala ad archi di pietra e da tre piccole stanze laterali, con vasche piene di acqua sorgiva, proveniente dai vicini monti Iblei.
Il miqwè, com’è chiamato in ebraico, era un luogo estremamente sacro, dove avvenivano i riti di purificazione. Con l’arrivo in Sicilia dell’Inquisizione Spagnola, alla fine del XV secolo, il bagno venne abbandonato per precauzione. Se gli inquisitori lo avessero scoperto, infatti, lo avrebbero certamente distrutto. Così, per proteggerlo, venne interrato, ovvero riempito di fango e pietre fino all’orlo, quindi all’inizio della scala che ivi conduceva. In questo modo si mantenne inalterato, fino a soli venticinque anni fa, quando venne riscoperto per caso dagli attuali proprietari dell’albergo durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio.
Durante la visita non è possibile scattare fotografie, ma è possibile esplorare lo spazio, le minuscole stanze e nicchie laterali, una delle quali, per la forma della pietra leggermente cava, mi ha ricordato una vulva di roccia.

Il miqwè ebraico. Fotografia dal web

Dopo la visita nel cuore della tradizione ebraica – l’albergo stesso sorge nell’antico quartiere ebraico di Ortigia – siamo riemersi alla luce, e abbiamo potuto rilassarci nella nostra stanza, prima di uscire per cena e per il primo incontro con alcuni amici del mio compagno, che ci avrebbero raggiunti per passare insieme la serata.
Nella passeggiata serale, fra luci, canti, suoni di flautini e profumi inebrianti, siamo passati accanto a una fonte circolare – la fonte circolare – al momento buia e nascosta. Solo le oche dalle piume bianchissime spiccavano, quasi luminose, nelle acque scure, fra i papiri e la vegetazione. L’ho osservata pur senza vederla, in attesa di incontrarla, piena di trepidazione, la mattina seguente.



Al termine della serata, stanchissimi – avremmo scoperto di lì a poco di aver percorso la bellezza di undici chilometri a piedi, e io avrei capito perché avevo un certo dolorino alle anche – siamo crollati nel sonno. Dovevamo essere riposati e freschi – benedetto condizionatore – per la mattina seguente, con le sue nuove e inaspettate sorprese.

Continua…

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
Il centro antico di Siracusa si raggiunge dall’Aeroporto di Catania con l’autobus oppure, come abbiamo preferito noi per comodità e libertà di movimento, con un’auto noleggiata. L’auto si prenota da varie applicazioni, o direttamente in aeroporto, e si preleva all’esterno dello stesso. Per la nostra esperienza personale sconsigliamo Hertz, che ha costi apparentemente buoni ma poi rincara enormemente con oneri e altre spese non comunicate all’atto del contratto di noleggio.
Per accedere al centro storico di Ortigia è necessario lasciare la macchina in un parcheggio coperto o esterno, sempre a pagamento. Noi l’abbiamo lasciata al parcheggio della Marina, a qualche centinaio di metri dalla Fonte Aretusa.
La Fontana di Diana si trova in Piazza Archimede, a poca distanza dai parcheggi.
Per visitare il miqveh è necessario presentarsi all’Hotel Alla Giudecca, in Via Alagona 52. Le visite sono puntualissime – tardando di qualche minuto si passa all’orario successivo – partono una ogni mezz’ora e costano 7 euro a persona.