mercoledì 24 giugno 2026

Viaggio in Liguria. L'Acquario di Genova e Varazze

Proseguendo il viaggio, dopo aver dormito a Bogliasco e aver fatto un bagno nella splendida spiaggetta sotto la chiesa, ci siamo avviati verso la nostra terza tappa, una meta che desideravo raggiungere da tanto tempo e che non vedevo l’ora di vivere: l’Acquario di Genova.
Lo abbiamo raggiunto con un pochino di difficoltà – non sono brava a guidare nelle grandi città – e percorrendo strade dalle tante corsie che mi hanno fatto rendere conto di quanto Genova sia grande e trafficata. In ogni caso ce l’abbiamo fatta, e dopo aver miracolosamente trovato un parcheggio nell’area davanti all’Acquario, abbiamo fatto velocemente i biglietti online e ci siamo diretti all’ingresso.
Mi sentivo come una bambina che stava per entrare in un mondo magico, dove avrebbe visto ogni sorta di creatura marina, forse persino le sirene! Per questo, incontrare come prime creature le murene, con la testa inquietante che sbucava dai buchi di una grande roccia verticale, mi ha resa subito entusiasta.



Raccontare l’Acquario di Genova non è semplice, mancano le parole. È un mondo magico e molto grande. In ogni stanza e corridoio si incontrano animali che con ogni probabilità si ha visto solo in fotografia o nei documentari, e averli tutti lì davanti rende piccole e incantate, pronte a stupirsi dietro ogni angolo.




Le mie creature preferite sono state, naturalmente, le foche, ma anche i lamantini, che ho amato immensamente; i delfini gioiosi, uno dei quali continuava a giocare da solo con una boa gialla, lanciandola con la bocca come fosse una palla e nuotando a riprenderla; poi gli squali inquietanti, che nuotano come se perlustrassero con attenzione ogni angolo della loro vasca, e la dolcissima tartaruga marina, che osservava noi, attaccata al vetro, come noi osservavamo lei. I pinguini giocosi, i piranha, le dolci razze appiattite sulla sabbia e gli storioni, pesci e pesciolini tropicali dai mille colori, e una miriade di stelle e stelline marine, delle quali ho amato soprattutto quelle rosa, che vivono nel freddo, a una temperatura costante di -1°.



Poco oltre la metà dell’Acquario, dopo aver vissuto una buona parte della magia di tutte le creature che lo abitano, abbiamo accolto con piacere la presenza di un bar molto carino, oltre che del primo negozietto di gadget a tema acquario. Peluche di pesci, foche, lamantini, squali, cavallucci marini di tutte le dimensioni, e tantissime altre cose carine, fra le quali ho scelto una biro trasparente dei colori dell’arcobaleno, con una stellina in punta e, appesi, tre pesciolini colorati, e un portachiavi con una fochina bianca di peluche. La foca dovevo per forza portarmela a casa!



Dopo un caffè di cui avevamo urgente bisogno, dal momento che, sedendoci, ci siamo accorti di quanto fossimo stanchi – l’Acquario è grande e dona tante emozioni, e tutta l’energia spesa deve potersi rigenerare – abbiamo ripreso la visita.



Non è possibile nominare tutti gli animali presenti all’Acquario, sono davvero tantissimi, ma verso la fine mi hanno incantata le meduse, soprattutto quelle semi-trasparenti. Sembravano candidi e sottilissimi veli che ruotavano e si muovevano fluttuando, tuttavia in spazi molto piccoli.


Quello che mi ha lasciata perplessa è stato solo questo, e me lo aspettavo. Certe vasche e ambienti naturali ricostruiti offrono uno spazio piuttosto grande, anche se nulla a confronto della natura libera. Altri invece erano piccolini, e forse insufficienti a garantire una vita soddisfacente. Per questo mi auguro che comunque vi sia una rotazione all’interno dell’Acquario, e che gli animali più longevi vengano ciclicamente liberati e sostituiti, così da non dover trascorrere lì tutta la loro vita. Ma dubito che sia così.
Sapevo che avrei sofferto per questo. Spesso mi sono chiesta se lo spazio fosse sufficiente, se non fosse troppo limitato, se gli animali stessero bene e vivessero sereni e senza particolari esigenze. Sono fatta così, la libertà di essere, ma anche di seguire il proprio istinto naturale senza alcuna restrizione né obbligo imposto, sia esso di spazio o di comportamento, per me viene sempre al primo posto.
A parte questo, l’esperienza dell’Acquario di Genova è stata bellissima, la porterò nel cuore a lungo e ancora adesso mi perdo per ore a guardare le fotografie e il video che ho fatto ai lamantini che girano su se stessi infilandosi fra una roccia e l’altra della loro grande vasca turchese.
Le sirene purtroppo non c’erano… o forse qualcuna sì, anche se al momento dotata di gambe, con una lacrimuccia agli occhi e il nasino appiccicato ai vetri.

Usciti dall’Acquario col cuore pieno di bellezza, ma anche tanta stanchezza, ci siamo fermati qualche minuto nel porto antico, dove svetta il gigantesco galeone con la sua caratteristica polena, e qui ho ricordato la leggenda ambientata proprio nel porto antico di Genova. È la storia di una vecchina dai poteri divinatori e di un ammiraglio sposato con una strega, la racconterò a breve.


Dopo qualche passo sotto un cielo improvvisamente nuvoloso, siamo tornati alla macchina. Non avevamo alcuna voglia di girare per la città con il caldo, per cui abbiamo deciso di avviarci verso il primo tratto della Riviera di Ponente, e precisamente a Varazze, per stare ancora un pochino vicino al mare e per fare una bella cena a base di pesce.


Arrivati a Varazze, in realtà, il caldo ci ha tramortiti. Ci siamo infilati nelle strette vie fino alla piazza del duomo, dove abbiamo preso qualcosa da bere, e dovendo aspettare l’orario di apertura del ristorante ci siamo rifugiati niente meno che nella chiesa, unico posto un pochino più fresco e arieggiato. Tutto sommato il duomo di Varazze è bello, anche se lontano dal genere di chiese che apprezzo di più. Mi sono sentita un pochino a disagio a restare in chiesa solo per rinfrescarmi, dal momento che non sono cristiana, e quando visito certe chiese lo faccio per cercare la presenza luminosa di qualcosa di più antico e per me più vero. Qualcosa che il cristianesimo ha coperto, riscritto, sostituito. E di cose simili, come anche racconti e leggende affascinanti, ce ne sono tante, se si ha voglia di trovarle.
Qui ammetto di non aver trovato nulla, o meglio, non vi era nulla che fosse per me, solo freschezza in una giornata bollente, e pace.
Quando è arrivato il momento di andare, abbiamo raggiunto il vicino ristorante sul mare La Perle, dove io ho ordinato una pasta alle vongole, molto delicata, e il mio compagno una strepitosa pasta all’astice. Il costo era elevato, ma ne valeva la pena.


Dopo cena, per iniziare a smaltire le pance troppo piene, abbiamo passeggiato un pochino sul mare, lungo la passerella della scogliera. Qui il vento fresco e la pace assoluta del rifrangersi delle onde mi hanno lentamente rimessa al mondo. Mi sono accoccolata su uno scoglio e non mi sarei più mossa.
Queste sono le mie chiese, mi sono ripetuta, con una sicurezza e una convinzione se possibile ancora più forti di sempre. Non importa se attraverso periodi in cui non riesco a credere e a sentire la divinità immanente nella natura. Questi momenti fanno parte del cammino. Vanno e vengono, come le onde sulla spiaggia.
Ed è giusto che sia così. Se così non fosse non si crescerebbe.
A volte dobbiamo credere di essere solə al mondo per alzarci in piedi con coraggio, tirarci su le maniche e imparare a cavarcela con le nostre forze, senza pensare che ci sia sempre qualcuno che ci sostiene e risolve i nostri problemi, o sistema i nostri pasticci.
Questi momenti di solitudine esistenziale sono essenziali. E se un giorno scopriremo di essere veramente solə al mondo, che ogni credenza e religione non è stata che una strategica invenzione di chi ci ha sempre voluto tenere buonə e ubbidienti, almeno saremo statə comunque in grado di vivere pienamente la nostra vita, con coraggio e indipendenza, costruendo cose buone e spargendo bellezza e amore lungo i nostri passi.
E questo, nel tempo oltre la vita, voglio credere che conti qualcosa. A prescindere da qualsiasi religione o via spirituale.


Restare a lungo seduta a guardare il mare e a riflettere ha seminato in me queste prese di coscienza, che solo adesso sono riuscita a razionalizzare e a tradurre in parole.
Ne sono grata, il mio cammino prosegue, fra visibile e invisibile, nella bellezza. Nel fare e dare cose buone che facciano stare bene.

Meno bene mi ha fatto il ritorno verso casa, che è stato più lungo del previsto e non poco snervante. La stanchezza, ma soprattutto il disorientamento, dopo tutta quella pace e centratura, del ritrovarmi immersa nel traffico dei continui “lavori in corso” e della prepotenza aggressiva di tanti guidatori, che fanno sentire te una incapace solo perché viaggi con prudenza e tranquillità, rifiutando il loro modo di essere arrogante, mi hanno frastornata. Mi sono ritrovata, per la prima volta, a piangere mentre guidavo, sentendo fortemente di non fare parte di quel mondo violento e prevaricatore, di rifiutarlo con tutta me stessa. Pertanto arrivare finalmente a casa è stato un respiro di sollievo. E una pace ritrovata.
Non è facile davvero abitare sulla stessa terra di tante brutte persone, e nei momenti di stanchezza questa consapevolezza pesa e brucia ancora di più.
La si può alleggerire, ma resta una questione aperta, e il ritorno da questo viaggio me l’ha trasmessa con forza.
Siamo chiamatə a opporci alla violenza e a resistere, a combattere per ciò che è buono e giusto, e al contempo a coltivare apertura, pace e bellezza dentro di noi. Nessuna di queste azioni può essere trascurata.

Ripenso all’azzurro del mare, a tutta la bellezza vissuta, e ritrovo centratura e pace. Centratura e pace che vanno difese e preservate, e sulle quali io personalmente devo lavorare ancora e ancora, così da non farmi trovare di nuovo impreparata in un momento di debolezza.

Questo viaggio mi ha dato tanto, ma c’è ancora tanto da vivere e da scoprire, in Liguria e oltre.
Ogni cosa a suo tempo, e quel tempo, lo sto già aspettando.

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Leggenda del porto di Genova
La strega e l’ammiraglio


La leggenda, che nasce attorno al porto antico di Genova, narra di un ammiraglio che, poco prima di partire con la sua nave, incontrò una misteriosa vecchina. L’uomo stava salendo dalla banchina della sua nave quando la anziana donnetta gli si avvicinò e gli chiese con garbo se aveva qualche moneta da darle. Imponente e burbero ma dal cuore gentile, l’ammiraglio donò alla signora diverse monete. Allora la vecchina lo ringraziò e con uno sguardo luminoso e penetrante gli fece una strana predizione. Gli raccomandò di fare molta attenzione, sulla via del ritorno, al canale di Piombino, poiché avrebbe assistito a un misterioso addensamento di nubi dalla forma simile a un arcolaio, che avrebbe tentato di abbattersi sulla sua imbarcazione per sommergere lui e tutto l’equipaggio. La donna aggiunse che quella nube sarebbe stata la manifestazione del potere magico di sua moglie, che era una potente strega e voleva liberarsi di lui poiché innamorata di un altro uomo.
Poco prima di andare via, la vecchina gli insegnò il rito che serviva per sconfiggere la nube tempestosa e sopravvivere alla sua furia.
L’ammiraglio, perplesso ma preoccupato, partì per il suo viaggio, e quando fu tempo di tornare, proprio mentre stava per attraversare il canale di Piombino, ripensò all’avvertimento della vecchina, e pochi istanti dopo vide la terribile nube addensarsi e assumere la forma di un arcolaio. Questa si riversò sulla nave per abbatterla, ma l’uomo afferrò la sua spada e inferse tre incisioni a forma di croce nel centro della nube, invocando il paternoster verde.
Immediatamente la tempesta si dissolse con un urlo lacerante, e poco dopo cadde sul ponte della nave un dito insanguinato, nel quale era infilato un anello. L’ammiraglio lo raccolse e riconobbe la fede che aveva donato alla sua sposa nel giorno del loro matrimonio. (1)

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Per conoscere meglio il misterioso paternoster verde potete trovare un breve accenno qui: La strega, l’ammiraglio e il mistero del paternoster verde

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ALBUM FOTOGRAFICI
L’Acquario di Genova
Varazze

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Note:

1. Cfr. Marco Alex Pepè, Liguria magica e stregata. Diavoli, spettri, santi, streghe e leggende millenarie, De Ferrari Editore, 2018, pag. 95.

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Note di viaggio:
L’Acquario di Genova è aperto tutti i giorni dalle 9:00 alle 18:00, e per visitarlo occorrono almeno un paio d’ore. È dotato di un comodo parcheggio riservato a pagamento. È consigliabile acquistare il biglietto di ingresso online, scegliendo la data e la fascia oraria di visita, sia perché il prezzo del biglietto a data fissa è leggermente inferiore rispetto a quello acquistato in biglietteria, sia perché in questo modo si saltano eventuali code all’ingresso nei giorni festivi. È anche possibile acquistare un biglietto online a data e orario flessibili, a un costo maggiore. Noi abbiamo acquistato il biglietto online pochi minuti prima di entrare, per cui non è necessario che la prenotazione sia da effettuarsi in anticipo, a meno che non si intenda visitare l’Acquario nel fine settimana, durante il quale è più probabile che i posti in alcune fasce orarie siano esauriti.
Trovate le info per acquistare il biglietto qui: Biglietteria Ufficiale dell’Acquario di Genova

Viaggio in Liguria. Ritorno a Camogli e Bogliasco

Mi rendo conto ogni giorno che passa che questo è un anno di ritorni. Ci sono certamente mete inesplorate che finalmente tocco con i miei passi, ma anche tanti ritorni in luoghi già conosciuti in passato eppure amati, tanto da avere voglia – a volte pura necessità – di ritornarvi per viverli ancora. In questo secondo viaggio in Liguria la prima tappa è stata proprio questo, un ritorno in un luogo amato, che soprattutto il mio compagno voleva rivivere, anche più intensamente della prima volta.
Abbiamo caricato la macchina all’ora di pranzo della scorsa domenica, per trovare la strada libera e tranquilla, e siamo partiti con gioia e serenità verso l’amato mare ligure.
Dopo la tappa, ormai divenuta obbligatoria e tradizionale, all’autogrill di Masone, dove ruota la maestosa pala eolica e la striscia azzurra del mare si scorge già da lontano, abbiamo proseguito verso la Riviera di Levante.
Questa volta avevamo scelto di affittare una mansardina carinissima in stile boho nel paesino di Bogliasco, che volevo assolutamente vedere per via di una dolce leggenda, così prima di dirigerci a Camogli abbiamo fatto una breve sosta lì, dove abbiamo conosciuto Adria, la gentilissima padrona di casa, e abbiamo scaricato le borse dalla macchina. Adria ci ha dato le chiavi e ci ha consigliato di raggiungere Camogli con il comodissimo treno che si ferma proprio davanti alla scalinata che porta alla spiaggia e agli scogli, così da evitare di dover cercare un parcheggio pressoché introvabile. In effetti il treno raggiunge Camogli in soli quindici minuti e a parte il piccolo ritardo è stato una soluzione ottima.



Siamo quindi scesi a Camogli e passando accanto ai negozietti, dai quali questa volta mi ero ripromessa di acquistare qualcosa di carino, ma faceva di nuovo troppo caldo per fermarsi, ci siamo diretti verso gli scogli accanto al Castello della Dragonara – o Castel Dragone, di cui ho scritto un anno fa qui – dove abbiamo fatto il bagno in un’acqua limpida e freschissima. Il mio compagno lo desiderava da un anno, e io ero curiosa, dato che il bagno fra gli scogli non lo avevo mai fatto.


È stato divertente e rigenerante, e dopo essere usciti e aver fatto una veloce doccia, ci siamo diretti alla antica Focacceria Revello 1964, che offre le migliori focacce del posto. E lo posso confermare, non credo di aver mai mangiato una focaccia ligure così buona. Io ho scelto la focaccia semplice, sottile, con la superficie dorata e croccante e l’interno morbido, con tanto olio e un sapore delizioso; il mio compagno invece ha scelto la famosa focaccia di Recco, sottile e piena di formaggio fuso, buonissima.


Le abbiamo gustate davanti al mare e poi ci siamo rilassati con un tè freddo e una birra in uno dei bar della piazzetta, prima di fare una passeggiata per rivedere il coloratissimo porto, il Castello della Dragonara, le sculture delle code di balena e, in lontananza perché non si poteva proseguire per raggiungerlo, il piccolo faro bianco e verde.


Con la pancia piena e un pochino di stanchezza siamo quindi tornati in treno a Bogliasco, e dopo una doccia che ci ha rimessi al mondo siamo usciti a passeggiare per il paesino, molto carino.
Il nome di Bogliasco sembra avere origine dalla parola bogli, dal latino bulliens, che significa “bollente”, forse perché il torrente che la attraversa veniva chiamato rio dei bogli, per via di piccole cascatelle che nelle pozze presenti lungo il percorso creavano un effetto gorgogliante o spumeggiante, simile all’acqua che bolle. Un’altra possibilità vorrebbe invece che il termine derivi dal dialetto genovese bœggi, o “buchi”, data la presenza di buche nel torrente; il suffisso asco è una caratteristica prettamente ligure.


La serata a Bogliasco era fresca e ventilata e siamo rimasti per diverso tempo seduti su una panchina a guardare il mare notturno, con le barche e le navi illuminate che, partite da Genova, si inoltravano nell’infinito orizzonte, ormai buio e misterioso.
Ho pensato a quante creature, reali e leggendarie, abitino da sempre il mare, e soprattutto nella notte il mistero delle sue acque profonde è ancora più inconoscibile e affascinante. Il primo quarto di luna brillava sulla superficie increspata dalle onde, uno spicchio dorato che si apprestava a tramontare, creando la bella scia luminosa, quasi rosata.
Siamo passati vicino al ponte cosiddetto romano, ma in realtà di origine medievale, ovvero del XIII secolo circa, perché era il punto in cui è nata una leggenda che ho amato dal primo momento in cui l’ho letta, e anche se ho scattato qualche fotografia serale mi sono ripromessa di tornare la mattina dopo a fotografarlo nuovamente, con la luce del sole. Quindi siamo tornati alla mansardina per passare la notte. La mia è stata un pochino problematica, sono dovuta restare alzata più del previsto per smaltire le focacce – il mio stomaco è il mio punto debole, purtroppo, ma ho imparato a conviverci – e quando finalmente sono potuta andare a letto, sono crollata dal sonno. Non mi capita mai di riuscire a dormire in un “posto nuovo”, a prescindere dalla stanchezza, ma la mansardina di Adria era così tranquilla e accogliente che sono felicemente scivolata in un sonno leggero ma riposante.

La mattina seguente ci siamo alzati poco prima delle 10, senza fretta. Adria non aveva ospiti imminenti, per cui ci aveva concesso di prendercela comoda, senza orari fissi per il checkout. Ci siamo preparati, con il costume e il cambio già in borsa, e dopo aver ricaricato la macchina abbiamo lasciato le chiavi nella cassetta della posta, e siamo usciti. È stata la mia prima esperienza con un Airbnb e ne sono rimasta più che soddisfatta. Se dovessi tornare da queste parti, la mansardina Joy Bamboo di Adria sarebbe di nuovo la soluzione migliore.



Abbiamo quindi raggiunto di nuovo il ponte, che scavalca il torrente Poggio – purtroppo quasi asciutto – e ho scattato altre foto, quindi ci siamo fiondati verso la splendida – ma troppo affollata – spiaggetta sotto la chiesa. Il posto è incantevole, soprattutto se deserto. L’affollamento non ci ha comunque fatto passare la voglia di tuffarci in quel mare limpidissimo, così abbiamo sceso la ripida scalinata e, lasciate giù le stole, abbiamo fatto il bagno nell’acqua trasparente, fresca e di tutte le tonalità del verde-acqua e del turchese. La sirenetta che vive in me da sempre era entusiasta, eccetto per il fatto di non potersi immergere completamente e nuotare sul fondale, come amo fare, dato che non potendo più tornare alla mansarda mi ero preparata per la giornata, mi ero già truccata e non potevo bagnare i capelli. Unico piccolo problema dei viaggi brevi, non avere un punto d’appoggio più duraturo in cui cambiarsi, asciugarsi e risistemarsi.



Dopo il bagno in quella piccola e incantevole spiaggetta ci siamo goduti una bella colazione con brioche e cappuccino, e non appena ci siamo ritenuti pronti e rifocillati, ci siamo cambiati in macchina e ci siamo diretti verso il mondo magico della terza tappa del nostro viaggio.

Continua…

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Leggenda di Bogliasco
Il canto della damigella nella torre


Proprio nei pressi del ponte cosiddetto romano, nel centro di Bogliasco, davanti al mare limpido e alle sue onde spumose, si racconta questa dolce e triste leggenda.
Si dice che nel 641 d.C., durante l’invasione di re Rotari dei Longobardi, vicino al ponte sorgesse un castelletto con una torre, nel quale viveva una fanciulla bellissima, dai capelli biondi come oro, che lei soleva raccogliere in trecce, e che erano talmente lunghi che per poterli pettinare li doveva sciogliere giù dalla finestrella della torre. La giovane cantava in modo sublime, e una mattina, mentre stava intonando una dolce melodia, passò sotto la finestra re Rotari, che la udì e se ne innamorò follemente. La fanciulla però lo respinse, poiché già innamorata di un altro giovane, e davanti a questo rifiuto inaspettato, il re si inferocì a tal punto che distrusse il paese e fece murare la porta del castello nel quale abitava la damigella. Non potendo più uscire, la fanciulla iniziò a deperire, fino a morire di stenti e di fame. “Si dice che nonostante la lenta agonia lei continuasse a cantare alla luna una triste e disperata melodia” (1), sperando, invano, che presto o tardi un cavaliere giungesse a salvarla.
Ancora oggi si racconta che vicino al ponte, “quando sorge la luna e il mare diventa d’argento” si oda l’eco della melodia che la povera fanciulla della torre cantò sino alla morte. (2)

Dopo che era sorta la luna, e il mare era divenuto d’argento, ho scattato questa foto. Il canto non l’ho udito, ma sono sicura che sia bellissimo.


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ALBUM FOTOGRAFICI
Camogli
Bogliasco

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Note:

1. Cfr. Marco Alex Pepè, Liguria magica e stregata. Diavoli, spettri, santi, streghe e leggende millenarie, De Ferrari Editore, 2018, pag. 75.
2. Ibidem.

lunedì 15 giugno 2026

Ritorno all'Eremo di Santa Caterina del Sasso

Era da tanto, troppo tempo che desideravo tornare all’Eremo di Santa Caterina del Sasso, sulla sponda destra del Lago Maggiore, per me uno dei luoghi più belli mai vissuti. Ripensando alla prima volta in cui ci ero stata, ho fatto fatica a credere che fossero passati dieci anni, eppure è così, il tempo sfugge e certi momenti che sembrano trascorsi da poco sono invece lontanissimi.
Ma quando il momento arriva, bisogna assecondarlo. Non importa se fa troppo caldo, non importa se era meglio partire prima. Quello è il momento e nulla può cambiarlo.
Così sabato pomeriggio abbiamo imboccato la strada verso la amata Sesto Calende e poi siamo scesi verso Leggiuno, passando per Angera, Ispra e altri paesini incantevoli immersi fra boschi e lago, fra verde intenso e turchese, sotto un cielo terso e lucentissimo.
Arrivati nei pressi dell’eremo, abbiamo parcheggiato la macchina nel comodo parcheggio e ci siamo incamminati verso la famosa scalinata, splendida da scendere, ma devastante da risalire.


Abbiamo acquistato il biglietto e prima di scendere abbiamo preso un ottimo caffè al bar di fronte alla biglietteria, adocchiando anche alcune fette di torta dall’aria deliziosa e ripromettendoci di gustarle al ritorno. Quindi abbiamo intrapreso il percorso di discesa, immersi in una bellezza naturale indescrivibile. A ogni passo, o meglio, a ogni scalino, non potevo resistere dal fermarmi a scattare fotografie, così in men che non si dica ci siamo trovati nel terrazzino col pergolato di glicini – che nella stagione delle fioriture è magia pura – e quindi all’inizio del portico che porta alla chiesetta.



Me la ricordavo molto più lunga la scala, ho pensato quando mi sono ritrovata davanti al portico. Memore della fatica che avevo fatto per risalirla l’avevo evidentemente ingigantita. Così mi è parso che fosse finita troppo presto.
Il porticato offre scorci incantevoli del lago, sotto una luce calda e avvolgente. La sua prima parte passa attraverso due stanze, una delle quali affrescata, e termina nel cortile del gigantesco torchio, dove ci si può sedere davanti all’albero rigoglioso e lasciarsi accarezzare dal sole – decisamente troppo caldo per me.




La seconda parte del portico porta invece nel secondo cortile prima della chiesa, dove a destra si apre una splendida grotta nella quale pare che in tempi remoti si svolgessero culti femminili dedicati a una divinità materna e benevola, oggi sostituita dalla madonna. Sono rimasta stupita dal raggio di sole che, dal profondo della grotta, si apriva a illuminare esattamente la statua della madonna con la corona e il bambino. Una statua molto carina che, rischiarata e attorniata da altre figure, sembrava trasmettere loro parole di saggezza. Peccato che sia una religione non mi appartiene, ho pensato, perché a volte seguire un cammino così ben tracciato è molto semplice, forse appagante, e offre tante certezze. Ma non fa per me. La mia strada è affatto semplice e non offre alcuna certezza, ma è libera, e anche nei momenti più duri non la cambierei per nulla al mondo.




Nella bella chiesa da alcuni minuti era iniziato il rosario, e in una mezz’ora sarebbe iniziata la messa serale, per cui ho preferito affrettarmi a visitarla nuovamente, così da allontanarmi in tempo prima della funzione. Ho ritrovato il sarcofago di vetro nel quale è conservato il corpo del Beato Alberto Besozzi di Arolo, che aveva fondato l’eremo nel 1170 circa, e ho osservato il più a lungo possibile i dipinti e gli affreschi. Come faccio sempre, ho lasciato una piccola offerta e ho acceso una candela, accompagnando la fiamma con una preghiera di guarigione.


Mentre stavo per uscire sono rimasta affascinata da alcune suore con un saio di un colore splendido. Azzurro polvere, chiarissimo. Un colore che mi ha trasmesso subito una profonda pace, ma anche la curiosità di conoscere meglio coloro che lo portavano. Una di loro, accortasi che la stavo osservando, mi ha sorriso e mi ha salutata, con una gentilezza disarmante, e sono stata felice di ricambiarla. Di nuovo la lieve malinconia che mi coglie quando incontro persone votate alla loro religione, così certe e dedite a ciò in cui credono, mi ha attraversato il cuore. Peccato che sia una religione che non mi appartiene, ho ripetuto a me stessa. Eppure forse, se si è persone spirituali oltre che religiose, qualcosa che ci unisce esiste sempre, e resta vivo comunque, nell’anima e nel cuore.
Lasciata la chiesa mi sono fermata a guardare i vari rosari, bracciali, medagliette e crocifissi, distribuiti in diversi cestini e a disposizione dei visitatori, in cambio di una semplice offerta. Lì ho letto che il ricavato avrebbe aiutato la Fraternità Francescana di Betania, così ho capito che le gentili suore vestite di azzurro erano sorelle Francescane di Betania. Il loro simbolo, affisso anche in una delle stanze che portano al secondo portico, è la croce di legno di San Francesco sormontata dalla stella a otto punte della Vergine Maria, su uno sfondo azzurro polvere pieno di pace. Quella stella, come sempre mi è apparsa come un piccolo segno, perché lei brilla anche sulla mia strada, anche se in modo molto diverso.
Più tardi avrei dedicato qualche ricerca per conoscere meglio la Fraternità Francescana di Betania, scoprendo che è un gruppo francescano-mariano fondato ufficialmente nel 1998, composto sia da chierici che da laici, sia da donne che da uomini che vivono insieme, aperto e disponibile, semplice e gioioso, che intraprende anche missioni nel mondo, a Salvador de Bahia soprattutto, per costruire scuole e portare sostegno.
Non è la mia religione, ma questa congregazione mi è piaciuta tantissimo. Mi piacerebbe tornare all’eremo, che mi parla non solo per la sua bellezza ma anche interiormente, e magari scambiare qualche parola con quelle sorelle azzurre dal sorriso luminoso, figlie della croce e della stella. Qualcosa mi dice che questa comunione di anima porterebbe nutrimento e bellezza, a prescindere da tutto il resto.

Per tutto il tempo, attorno all’eremo hanno volato, giocando col vento, con la superficie dell’acqua, con i raggi di sole, alcuni uccellini dolcissimi. Non sono riuscita a capire cosa fossero, perché assomigliavano alle rondini ma erano marroncini, forse potrebbero essere delle rondini montane, che volano e nidificano abitualmente anche sulle pareti rocciose del Lago Maggiore. Il mio momento magico è stato restare a guardarli volare, con l’anima gioiosa che volava insieme a loro. Li porto nel cuore.
Avrei voluto restare molto più a lungo, ma abbiamo preferito ritornare, scegliendo questa volta di risparmiare la fatica e salire con l’ascensore. Nel piccolo negozietto dove si acquista il biglietto – l’ascensore ha un modico costo di un euro, e lo vale tutto – ho trovato un libricino a dir poco provvidenziale. Il Piccolo manuale illustrato per cercatori di stelle, nel quale sono narrate e illustrate le costellazioni secondo i loro miti e le loro leggende. Quando l’ho visto non ci potevo credere. Ho chiesto alla commessa di acquistarne uno, pensando che quello fosse da esposizione, ma lei mi ha invitata a prenderlo. Era l’ultimo rimasto. Ovviamente è diventato subito mio.


Abbiamo quindi raggiunto l’ascensore e in pochi secondi ci siamo ritrovati all’inizio della scalinata, e alle nostre fette di torta: una torta di mele fresca per il mio compagno e una torta di carote e nocciole per me. Restare immersi nella bellezza mette sempre fame, e forse, assecondarla con cose buone, è un po’ come nutrire anche il corpo con l’esperienza vissuta, suggellandola.


Il ritorno verso casa è stato tranquillo e molto più fresco e rigenerante dell’andata, anche se la stanchezza era tanta, soprattutto a causa del caldo.
Mi riprometto di tornare presto in questo luogo magico, senza attendere altri dieci anni. Mi ha chiamata e continua a chiamare, e sono sicura che ci sia altro da scoprire, da conoscere, da ascoltare. E quell’azzurro polvere, chiarissimo, a cui sorridere ancora.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
L’Eremo di Santa Caterina del Sasso si trova a Leggiuno sul Lago Maggiore, e per raggiungerlo si costeggia il lago e ci si immerge in alcuni tratti circondati da prati e boschi bellissimi. È possibile raggiungerlo anche attraversando il lago con il battello della Navigazione Lago Maggiore. L’Eremo è aperto tutti i giorni, dal 16 marzo al 14 ottobre e dal 16 dicembre al 6 gennaio dalle ore 9:30 alle ore 19:30; dal 15 ottobre al 15 dicembre e dal 7 gennaio al 15 marzo, dal lunedì al venerdì dalle ore 13:30 alle ore 18:00, e sabato, domenica e festivi infrasettimanali dalle ore 9:30 alle ore 19.30. Alle 17:30 o alle 18:00 è possibile assistere alla messa. Il biglietto di ingresso intero costa 5 euro. Tutte le info sono qui: Eremo di Santa Caterina del Sasso
Dal 1 aprile 2019 una piccola parte della Fraternità Francescana di Betania si è stabilita all’eremo e si prende cura dei suoi spazi e dei fedeli che lì giungono per pregare e trovare pace.
Il loro sito ufficiale è qui: Fraternità Francescana di Betania