Visualizzazione post con etichetta Viaggi nella Storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Viaggi nella Storia. Mostra tutti i post

mercoledì 9 settembre 2026

Viaggio in Sicilia. L'isola di Ortigia

Viaggio in Sicilia
Ortigia, la Fontana di Diana e il miqwè ebraico


Questo viaggio è nato da una promessa, fatta in un momento in cui la sua realizzazione mi appariva più grande di me. Eppure quel momento doveva arrivare, non solo per accompagnare chi mi sta accanto, ma anche per me stessa, soprattutto per me stessa. Perché quel volo, quel vero volo, che desideravo affrontare ormai da troppo tempo, doveva compiersi. Il momento è adesso, mi sono detta, adesso o mai più.
Nei giorni precedenti il viaggio rimanevo stupita perché la preoccupazione che credevo mi avrebbe colta era quasi assente, sostituita da momenti di pura euforia. Così la mattina della partenza mi sono svegliata e mi sono sentita pronta e contenta di compiere la mia piccola impresa. Sono passata a prendere il mio compagno, felice perché finalmente avrebbe potuto mostrarmi casa sua, e siamo andati all’aeroporto di Malpensa, dove abbiamo lasciato la macchina e ci siamo avviati verso i controlli e, infine, verso la pista, dove ad attenderci c’era il nostro aereo Ryanair. Siamo saliti, sedendoci purtroppo distanti – e io tragicamente lontana dal mio finestrino – ma con il permesso delle hostess di poterci riavvicinare dopo il decollo. Il momento che più mi ha entusiasmata – come ricordavo mi era già successo tanti anni fa – è stato quando si sono accesi i motori, quelli veri, che rombano sotto il sedile e avviano l’aereo verso il decollo. Che potenza, che emozione. La spinta iniziale è fortissima, la velocità che l’aereo prende mi faceva fremere, e il volo è per me un attimo quasi estatico. Un po’ meno lo sono le varie sensazioni di pressione alla testa date dal rapido cambiamento di pressione dell’aereo, che nonostante la pressurizzazione risente comunque un pochino degli sbalzi esterni. Dopo il decollo e i vari assestamenti, ho raggiunto il mio compagno nei posti in coda, quasi tutti vuoti, e mi sono aggrappata gioiosamente al mio finestrino, scoprendo che era proprio accanto all’ala. La bellezza di volare e di vedere, sotto, tutta l’Italia scorrere lentamente, e l’immenso mare turchese punteggiato di minuscole barche con la scia bianca, mi ha quasi commossa. Ho amato questo volo, e l’ho vissuto pienamente, contenta di essere esattamente dove dovevo essere.


Poco prima dell’inizio delle fasi di atterraggio ho raggiunto di nuovo il mio posto, e la parte più difficile è iniziata. Una turbolenza ha cominciato a far ballare l’aereo e le sensazioni di pressione e disorientamento ci hanno scombussolati un po’ tutti. Per fortuna è durato solo alcuni minuti, sufficienti tuttavia a farmi tirare un gran respiro di sollievo quando ho sentito le ruote adagiarsi sul terreno. Ero arrivata, sana e salva!
Appena usciti dall’aereo il caldo della Sicilia ci ha accolti non troppo gentilmente, ma il vento ha alleviato il decisamente caloroso benvenuto. Ci siamo diretti subito a prelevare la macchina che avevamo noleggiato – sorvolando sui costi improponibili, che dovremo rivedere e correggere in futuro – e siamo partiti verso la nostra prima tappa: Siracusa, e in particolare il suo centro antico, l’isola di Ortigia.
Da qui in avanti l’avventura di esplorazione nella bellezza e nell’inatteso ha avuto inizio.

Arrivati a Ortigia, abbiamo parcheggiato la macchina e ci siamo incamminati verso l’albergo, che trovandosi nel centro storico non era raggiungibile che a piedi. La camminata è stata faticosa per via del caldo e della valigia, ma molto bella. Gli stretti vicoli di Ortigia sono antichi, colorati, ricchi di storia e di vita.



Appena raggiunta Piazza Archimede ho incontrato la prima delle meraviglie che non vedevo l’ora di vedere: la Fontana di Diana. La fonte, che zampilla nel centro della piazza, racconta il mito della ninfa Aretusa, di cui parlerò in seguito. Venne realizzata nel 1906 dallo scultore di Ascoli Piceno Giulio Moschetti, e mostra una magnifica dea Artemide-Diana, coronata da una falce di luna, con arco, faretra e frecce legate alla schiena, mentre sotto di lei la ninfa Aretusa sta per trasformarsi in sorgente, e l’ardente Alfeo si sporge dalla schiena della dea, impotente di fronte all’inevitabile metamorfosi.
Sotto al mito raffigurato, emerge dall’acqua una famiglia di tritoni che cavalcano pistrici e cavalli marini, a simboleggiare il mare e le sue creature. La forma della vasca pare che proseguisse idealmente nella pavimentazione originaria della piazza – sostituita nel 1980 – che conteneva il segno di una stella a otto punte.
Ortigia e Artemide sono indissolubilmente legate l’una all’altra. Il toponimo deriva dal greco antico ortyx e significa “quaglia”, o “isola delle quaglie”, per via della presenza numerosa di questi uccelli in epoca antica. Alcuni autori classici, come Diodoro Siculo, affermano tuttavia che il nome fosse legato ad Artemide, che secondo l’Inno ad Apollo, era stata partorita dal grembo di Leto proprio a Ortigia. Secondo Omero, qui si trovava il trono dorato della dea, e Diodoro Siculo scrisse che furono gli oracoli a nominarla Ortigia, dopo che seppero che era consacrata alla signora della luna.



Davanti alla Fontana di Diana-Artemide mi sono incantata, attorniata da mille goccioline d’acqua lucentissima fra le quali avrei voluto rinfrescarmi, ma per via del sole cocente non ho potuto intrattenermi a lungo. Scattate alcune fotografie e salutata Diana e la amata Aretusa, sono fuggita all’ombra, e abbiamo proseguito verso l’albergo.
I negozietti che riempiono i viottoli di Ortigia sono bellissimi, pieni di ceramiche delle immancabili teste di moro, delle quali ho amato particolarmente quelle femminili, ma anche quelle che rappresentavano niente meno che Medusa. Ce n’erano moltissime, con al posto dei capelli, grovigli di serpenti, specialmente azzurri. Una in particolare, di media grandezza, bianca e azzurra, mi è rimasta nel cuore, così come i ciondoli, i bracciali, gli anelli e gli orecchini, tutti raffiguranti teste di gorgoni. Non avevo idea che qui fossero così diffuse, ma è stata una gioia trovarmi immersa fra volti pietrificanti e intricati serpenti.
Raggiunto il nostro albergo, l’Hotel Alla Giudecca, ci siamo sistemati nella bella camera che si affaccia sul cortile interno, pieno di lanterne e di alberi di buganvillea, e ci siamo rinfrescati e riposati. Di lì a poco ci aspettava una visita all’antichissimo miqwè, il bagno ebraico, che si trova proprio nei sotterranei dell’albergo e si può visitare con la guida in turni che partono ogni mezz’ora.



Nell’attesa, siamo usciti e abbiamo esplorato ancora un pochino le stradine del paese, costeggiando poi il mare e infilandoci nuovamente fra vicoli e negozietti.
Tornati in albergo per il nostro turno di visita, abbiamo quindi esplorato il bagno rituale ebraico, risalente all’epoca bizantina, il più antico e grande d’Europa. Lo si raggiunge scendendo una stretta scala scavata nella pietra, che si immerge sottoterra per circa 18 metri, ed è composto da una sala ad archi di pietra e da tre piccole stanze laterali, con vasche piene di acqua sorgiva, proveniente dai vicini monti Iblei.
Il miqwè, com’è chiamato in ebraico, era un luogo estremamente sacro, dove avvenivano i riti di purificazione. Con l’arrivo in Sicilia dell’Inquisizione Spagnola, alla fine del XV secolo, il bagno venne abbandonato per precauzione. Se gli inquisitori lo avessero scoperto, infatti, lo avrebbero certamente distrutto. Così, per proteggerlo, venne interrato, ovvero riempito di fango e pietre fino all’orlo, quindi all’inizio della scala che ivi conduceva. In questo modo si mantenne inalterato, fino a soli venticinque anni fa, quando venne riscoperto per caso dagli attuali proprietari dell’albergo durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio.
Durante la visita non è possibile scattare fotografie, ma è possibile esplorare lo spazio, le minuscole stanze e nicchie laterali, una delle quali, per la forma della pietra leggermente cava, mi ha ricordato una vulva di roccia.

Il miqwè ebraico. Fotografia dal web

Dopo la visita nel cuore della tradizione ebraica – l’albergo stesso sorge nell’antico quartiere ebraico di Ortigia – siamo riemersi alla luce, e abbiamo potuto rilassarci nella nostra stanza, prima di uscire per cena e per il primo incontro con alcuni amici del mio compagno, che ci avrebbero raggiunti per passare insieme la serata.
Nella passeggiata serale, fra luci, canti, suoni di flautini e profumi inebrianti, siamo passati accanto a una fonte circolare – la fonte circolare – al momento buia e nascosta. Solo le oche dalle piume bianchissime spiccavano, quasi luminose, nelle acque scure, fra i papiri e la vegetazione. L’ho osservata pur senza vederla, in attesa di incontrarla, piena di trepidazione, la mattina seguente.



Al termine della serata, stanchissimi – avremmo scoperto di lì a poco di aver percorso la bellezza di undici chilometri a piedi, e io avrei capito perché avevo un certo dolorino alle anche – siamo crollati nel sonno. Dovevamo essere riposati e freschi – benedetto condizionatore – per la mattina seguente, con le sue nuove e inaspettate sorprese.

Continua…

***

ALBUM FOTOGRAFICO

***

Note di viaggio:
Il centro antico di Siracusa si raggiunge dall’Aeroporto di Catania con l’autobus oppure, come abbiamo preferito noi per comodità e libertà di movimento, con un’auto noleggiata. L’auto si prenota da varie applicazioni, o direttamente in aeroporto, e si preleva all’esterno dello stesso. Per la nostra esperienza personale sconsigliamo Hertz, che ha costi apparentemente buoni ma poi rincara enormemente con oneri e altre spese non comunicate all’atto del contratto di noleggio.
Per accedere al centro storico di Ortigia è necessario lasciare la macchina in un parcheggio coperto o esterno, sempre a pagamento. Noi l’abbiamo lasciata al parcheggio della Marina, a qualche centinaio di metri dalla Fonte Aretusa.
La Fontana di Diana si trova in Piazza Archimede, a poca distanza dai parcheggi.
Per visitare il miqveh è necessario presentarsi all’Hotel Alla Giudecca, in Via Alagona 52. Le visite sono puntualissime – tardando di qualche minuto si passa all’orario successivo – partono una ogni mezz’ora e costano 7 euro a persona.

giovedì 2 aprile 2026

Il Castello di Montalto Dora e la sua leggenda

Durante una delle due Giornate del FAI di Primavera ho potuto raggiungere uno di quei posti che avevo sempre voluto esplorare, ma che era sempre chiuso, o aperto soltanto in certe date e manifestazioni. Il Castello di Montalto Dora, accanto a Ivrea, stavolta era invece aperto e pronto ad accogliere chiunque avesse voluto scoprirlo. E naturalmente non potevo mancare.
Ho fatto questa piccola esplorazione da sola, per cui sono partita abbastanza presto e ho raggiunto Montalto nel primo pomeriggio, con un bel sole e l’aria profumata di primavera. Sapevo che mi aspettava una bella camminata faticosa, così, appena parcheggiata la macchina, mi sono infilata gli scarponcini da trekking e mi sono avviata su per la stradina che dopo circa due chilometri raggiungeva il castello.



Per quanto la salita sia stata faticosa, mi sono fermata diverse volte solo per ammirare la bellezza del sentiero, degli alberi in fiore, del castello che svettava nel cielo azzurro e della vista sul paesaggio sottostante, con una splendida montagna azzurra coronata di neve.
Durante la salita ho scoperto qualche angolino un po’ magico nel quale mi sono infilata per sostare qualche secondo e scattare qualche fotografia, ma senza perdere troppo tempo perché la strada era lunga.



Arrivata in cima, con un ultimo sforzo ho varcato i cancelli del castello e… mi sono sorbita una lunga coda per entrare. Quando finalmente è stato il mio turno, mi sono fiondata nel cortile ed è iniziata la visita vera e propria, organizzata come spesso accade, dalle scuole e svolta da alcuni liceali – non amo molto questo genere di visite, perché sono spesso ripetute a memoria e non è possibile approfondire nulla, ma pazienza.




La visita è iniziata dalla chiesetta all’ingresso del cortile, uno dei luoghi più importanti che mi interessavano di più perché ricca di reminiscenze di sacro femminino. Sopra la porticina d’accesso è infatti affrescata una antica Madonna del Latte, e all’interno della chiesetta è sopravvissuto solo un affresco, quello di tre sante una accanto all’altra. Una santa triade molto bella e simbolicamente potente: Santa Margherita con il drago a sinistra, al centro Santa Liberata con i due bambini, e a destra Santa Lucia con il piattino con i suoi occhi. Una santa che emerge dalla pancia del drago, ovvero subentra all’antico culto delle divinità femminili, una santa che rappresenta la maternità, e una santa della luce e del saper vedere. Il tutto coronato dalla Madonna del Latte, che più di tutte rappresenta l’eco della Grande Madre precristiana. Una chiesetta molto particolare, che avevo visto solo in fotografia e che finalmente ho potuto guardare da vicino e toccare.



La visita è proseguita quindi all’interno del castello, edificato tra il X e l’XI secolo, ma devo ammettere che non mi ha entusiasmata. Non era possibile scattare fotografie e in ogni caso era tutto perfettamente ristrutturato, quindi non c’erano affreschi né mobilio originale dell’epoca, ma solo riproduzioni. Ho però amato moltissimo la biblioteca antica nascosta nei sotterranei, visibile da una finestrella sotto una scalinata del cortile. Lì ci ho lasciato gli occhi… ma anche in quel caso era rigorosamente vietato fare fotografie.




A visita conclusa il cielo si era rannuvolato e marcava pioggia e vento, così non mi sono trattenuta oltre e mi sono incamminata nuovamente per il lungo sentiero.


Ma una cosa importante l’ho portata a casa con me. Una leggenda legata al castello, a un tragico amore incompiuto e a due fantasmi. La si può leggere su di un cartellone all’inizio del sentiero, così da portarla con sé durante la visita. Chissà fra le stanze del castello non si notino fruscii, spifferi, o che con la coda dell’occhio non si veda sfumare via una lunga gonna velata…

La leggenda di Emma e Guiscardo

“La leggenda narra di Emma di Montalto e Guiscardo di Monferrato, protagonisti di una tragica storia d’amore ostacolata dall’odio reciproco delle rispettive famiglie.
I due innamorati si incontravano di nascosto presso una fontana vicino al lago Sirio. Un giorno Guiscardo manifestò al padre la sua intenzione di sposare Emma. Il padre, contrario al matrimonio, per dividere i due giovani mentì a Guiscardo, inventando un falso legame di fratellanza tra i due innamorati. Oltre a ciò, Roberto di Monferrato fece pervenire questa voce calunniosa al Sire di Montalto, che offeso nell’orgoglio, scacciò immediatamente dal castello l’innocente fanciulla. La povera Emma, ripudiata dal padre, senza il conforto dell’amato, non sapendo dove andare non trovò altra soluzione che cercare rifugio presso la sua nutrice, sulla Serra.
Guiscardo, per dimenticare, si recò in un lontano paese a guerreggiare, dove rimase ucciso in combattimento.
Il padre di Emma, per vendicarsi sfidò in duello all’ultimo sangue il Sire di Monferrato, che ferito a morte, gli rivelò infine la menzogna pronunciata per separare i due giovani. Il padre di Emma si precipitò fin sulla Serra, ma arrivò troppo tardi, la figlia stava morendo.
Le ombre dei due sventurati giovani, pare si aggirino ancora presso la fontana dei loro incontri
.”

La leggenda è trascritta dal cartellone alla base del sentiero che porta su al Castello di Montalto Dora. È anche stata raccontata da Beppe Valperga nel suo prezioso libro Leggende del Canavese, con la piccola variante nel nome della fanciulla, che nella sua versione si chiama Elena di Montalto.
Ecco solo un breve tratto:

“Tra Montalto Dora e Ivrea due fantasmi appaiono e scompaiono, secondo alcuni soltanto nelle notti di plenilunio, secondo altri anche in pieno giorno, sotto il sole splendente, in modo particolare nei periodi di maggiore calura estiva.
Di notte sono due ombre evanescenti, di giorno invece sembrano creature vive e perfettamente normali, eppure c’è chi sostiene sia facile distinguerle da tutti gli altri perché, anche in piena luce, i loro corpi spettrali non proiettano ombra alcuna.
Non c’è da avere nessun timore, sono fantasmi buoni, innocui e molto piacevoli a vedersi perché sono belli, ombre di due giovani innamorati.
Sono i fantasmi di Elena di Montalto e Guiscardo di Monferrato. (…)
”

Brano tratto da Beppe Valperga, Leggende del Canavese, LUNAEdizioni, pag. 35.

***

ALBUM FOTOGRAFICO

sabato 1 novembre 2025

Il Castello di Ussel in autunno

Certi momenti particolarmente difficili nella vita offrono altri momenti, nei quali il sollievo e la leggerezza sono ancora più preziosi e importanti. In questi momenti di respiro, che saranno sempre più frequenti fino al tanto anelato ritorno alla normale – e quanto è straordinaria la normalità in questi casi – vita quotidiana, amo staccare da tutto e volare verso luoghi che, per un motivo o per l’altro, mi chiamano e affascinano.
Uno di questi luoghi, da incontrare rigorosamente in autunno, con il cielo nuvoloso e le foglie dorate, era per me il Castello di Ussel, accanto a Châtillon e poco distante da Saint-Vincent, in Valle d’Aosta. La mia amata, amatissima Valle d’Aosta, che ogni volta mi riempie il cuore e che vorrei vivere più intensamente, fino quasi ad abitarla, prima o poi, da qualche parte.
Ma torniamo a Ussel e al suo castello. L’interno è formato da due spazi su due piani, molto ampi e spogli, ristrutturati e ben curati; vi si espongono mostre durante i mesi estivi, e per il resto dell’anno è chiuso.
Sapevo, pertanto, che lo avrei trovato chiuso, ma viverlo proprio in questo periodo, con questi colori, e con la compagnia che desideravo, era ciò che volevo di più. E non ne sono rimasta delusa.


La costruzione del castello risale alla prima metà del XIV secolo, ed è “il primo esempio di castello monoblocco in Valle d’Aosta (…), un parallelepipedo a pianta rettangolare costruito su un roccione che guarda verso Châtillon e Saint-Vincent.” (1). È unico nel suo genere, ma verrà imitato solo 50 anni dopo dal possente Castello di Verrès. Volle farlo costruire il titolare del feudo di Ussel e Saint Marcel, Ebalo di Challant, e negli stessi anni suo fratello Aimone di Challant fece erigere il poco distante e splendido Castello di Fenis.
Il Castello di Ussel sembra essere stato una dimora signorile, ma col tempo venne adibito a prigione e infine abbandonato. Quando la famiglia Challant si estinse nel 1800, passò ai Passerin d’Entrèves, e quindi venne acquistato nel 1983 da Marcel Bich – l’inventore della famosissima penna Bic – che lo vendette alla Regione Valle d’Aosta perché se ne prendesse cura e lo utilizzasse per eventi culturali aperti al pubblico, come mostre e convegni (2). Ed è così che viene utilizzato ancora oggi, anche se soltanto nei mesi estivi – date le temperature rigide dei mesi più freddi.



Arrivati al parcheggio ci siamo incamminati per il bel sentiero, ammirando i colori dell’autunno e la vista sulle montagne e il sottostante paese di Châtillon. Dopo il primo tratto piano e ampio, il sentiero prosegue in salita, e nei punti più ripidi sono state create delle comode scale che affiancano la stradina di pietra – evitando rovinosi scivoloni quando fanno la loro comparsa ghiaccio e neve. Camminando per il breve ma intenso percorso ho notato tanti piccoli cespugli di assenzio, che forse per le temperature ancora miti erano giovani e rigogliosi. Ho colto qualche rametto da portare a casa ed essiccare, e ancora adesso la tasca della giacca a vento nella quale li avevo riposti profuma di assenzio e mi ricorda luoghi lontani che da tempo desidero ripercorrere.




Il sentiero e la scalinata portano alla base del castello, che si staglia contro il cielo, incombente e, in certe angolature, anche abbastanza minaccioso. Ho cercato di fotografarlo evitando le poco estetiche impalcature dei lavori di ristrutturazione sulla facciata, e mi è spiaciuto non poterne avere un’immagine intera, ma era davvero bruttina.
Alla destra del castello, un ampio prato con belvedere si affaccia sulla catena montuosa, dove si può riconoscere, nascosta dietro i monti, la cara Valtournenche.
Ho esplorato ogni anfratto che mi richiamava, perdendomi a osservare scorci e dettagli, mentre alcuni uccellini, fra cui codirossi e merli, si facevano sentire ma raramente vedere.



È stata una meta breve ma amata, perché quando un luogo supera le migliori aspettative e si rivela più bello e, oserei dire, accogliente, mi entra nel cuore e non ne esce più.
Stando lassù fra le pietre, l’aria era decisamente fredda, così appena scesi ci siamo rifugiati al caldo nel bar Copapan, dove abbiamo bevuto uno dei caffè schiumati migliori di sempre, con croissant al cioccolato e, per me, un fagottino pain au chocolat delizioso.
Il programma era di tornare e fermarci a Bard per vedere il borgo e il forte, ma avendo fatto tutto con sacra calma – benedetta calma, mai scontata ma sempre imprescindibile – il sole stava ormai calando, così abbiamo deciso di rimandare la visita e fare un giretto nelle sue vicinanze. Sono stata felice di tornare nella cara Verrès e fare una passeggiata veloce anche nella stranamente deserta Donnas, così diversa dalla prima volta in cui ci ero stata, durante la Fiera di Sant’Orso.

Dopo una buona cena a Donnas ci siamo quindi infilati in macchina e siamo tornati a casa. Ho guidato in piena pace, mentre il mio compagno di viaggio sonnecchiava sfinito da una lunga giornata.
A guidare il ritorno, anche fra le nuvole, sono sempre le stelle. Sono sempre loro ad accompagnare verso casa, quando ormai è notte e le esplorazioni del giorno sono inevitabilmente finite.
Tengono compagnia, mentre si ricorda con gioia la bellezza che gli occhi hanno accolto e raccolto, e sussurrano che tutto va bene, che casa è vicina, che ogni cosa è ben riposta, nel cuore, e lì riposa, continuando a vivere.


Piccolo rituale serale dopo un viaggio

Nonostante lo abbia sempre fatto, non lo avevo mai vissuto come piccolo rituale, sino a ieri sera. Al termine di ogni viaggio, specialmente quando le temperature sono autunnali e invernali, entrare in casa dopo aver tolto le scarpe, cambiarsi, e mettere su l’acqua per preparare un tè bollente o una tisana rilassante è qualcosa di veramente magico. E poi, sorseggiarlo lentamente è come tornare a casa anche dentro, e coccolare il corpo dopo una giornata magari stancante. Scalda il corpo, il cuore e l’anima, e se ad accompagnarlo c’è una candela accesa, la magia è completa.
Lo dicono anche le stelle, sulla strada del ritorno… e loro non mentono mai.

***

Una nota divertente

Cercando qualche fotografia del Castello di Ussel, un paio di mesi fa, ho visto con sempre grande piacere quelle scattate da I Viaggiascrittori che seguo da tanto tempo e ammiro smodatamente. Nel loro viaggio a Ussel avevano scritto che avevano scattato “foto idiote di spalle” lungo la strada, scherzando sul fatto che facessero tendenza. Non so se facciano tendenza o meno, ma la cosa mi aveva divertita tanto, così li abbiamo spudoratamente copiati. E ammetto che a me piacciono pure.
Chiara e Marco, perdonateci, non ho potuto farne a meno!



***

ALBUM FOTOGRAFICO

***

Note:

1. Tratto da Guida Turistica Aosta – Castello di Ussel
2. Vedi Guida Turistica Aosta – Castello di Ussel e Love VDA – Castello di Ussel

***

Note di Viaggio:
Il Castello di Ussel si raggiunge uscendo dall’autostrada A5 a Châtillon/Saint-Vincent e proseguendo sulla sinistra verso Ussel. È importante sapere che, impostando il navigatore, questo definisce la meta raggiunta quando in realtà si è ancora a metà strada. Bisogna invece proseguire fino al paesino di Ussel e posteggiare nel comodo parcheggio del Ristorante Chez Nous. Consiglio pertanto di impostare il navigatore direttamente sul Ristorante Chez Nous. Suggerisco anche di indossare scarpe comode per la salita, brevissima ma abbastanza impegnativa, e non adatta a tutti.
Il castello è aperto solitamente da metà luglio a fine settembre, con varie esposizioni ed eventi culturali, ma per conoscere il periodo di apertura esatto controllare sempre qui: Love VDA – Castello di Ussel

giovedì 16 ottobre 2025

Cassano d'Adda e le sue streghe

Questo breve viaggio nasce da alcuni studi svolti la scorsa primavera, quando sono venuta a conoscenza di due processi alle streghe che si erano svolti a Cassano d’Adda nel 1519 e nel 1520. Del primo processo non è rimasta alcuna documentazione, e tutto ciò che si conosce proviene dai vari accenni trascritti nel secondo. Questo pare abbia avuto un esito positivo, in quanto le accusate vennero con ogni probabilità rilasciate. Ma il primo si concluse in modo completamente diverso: tre delle cinque povere donne accusate vennero messe al rogo.
I processi si svolsero interamente nel Castello Visconteo di Cassano d’Adda, nelle cui fredde prigioni sotterranee le presunte streghe vennero relegate. I nomi di quelle imputate nel primo processo erano Leonarda da Inzago, Petrina de’ Terreni, Vanina detta la Zoppa di Pontirolo Vecchio, Caterina de’ Cerbalii di Pontirolo Nuovo e Cossina detta Formiga di Groppello.
Caterina venne infine rilasciata, e Cossina subì una verberazione – una fustigazione pubblica – con una verga e poi lasciata andare anche lei. Le altre tre furono meno fortunate. Leonarda e Petrina vennero arse vive sulla sponda dell’Adda, proprio davanti al castello e al paese di Cassano, così che tutti potessero vederle bruciare, i riverberi delle loro fiamme a illuminare le acque del fiume. Leonarda invece venne bruciata nel centro della piazza di Cassano, probabilmente davanti al castello.



Di questa storia avevo guardato con interesse un episodio di Martesana Fantastica condotto da Giancarlo Mele – non privo di incorrettezze ma comunque interessante – ed era sorto in me il desiderio di conoscere quel posto, soprattutto quella riva di fiume sulla quale si affaccia l’intero paese. Volevo vedere con i miei occhi ciò che gli occhi delle povere Leonarda e Petrina avevano visto per l’ultima volta, e quindi osservare dall’alto ciò che invece era apparso agli occhi attoniti dei paesani.


Sono quindi partita verso Cassano d’Adda con l’intenzione di visitare anche un altro luogo vicino che mi aveva inquietata non poco.
Giunta a Cassano, dopo aver studiato il percorso per raggiungere il cosiddetto Traversino, ovvero la stradina asfaltata che costeggia la riva del fiume fino alla biforcazione fra l’Adda e il canale Muzza, e si affaccia esattamente davanti al paese e al castello, sono scesa verso Villa Maggi Ponti e ho lasciato la macchina. Quindi mi sono incamminata verso l’ingresso del Traversino. Una cancellata indicava il divieto d’accesso, ma è possibile passarvi accanto e superarla – non ero l’unica ad averlo fatto.


Ecco dunque il luogo esatto dove i roghi di Leonarda e Petrina avevano divampato, e le volute nere del fumo avevano incupito il cielo. Un’immagine contrastante con la lucentezza e la pace che invece appariva davanti a me, rincuorandomi.
Naturalmente al tempo dei roghi il Traversino non c’era, e le pire di legna dovettero essere montate sulla sponda sassosa, di cui rimane ampia traccia accanto al sentiero.


Sono rimasta lì in ascolto, e su un tetto poco distante le taccole si sono fatte sentire. Capita spesso che le incontri in luoghi antichi e stregati, come se ne fossero le protettrici. (1)

Dopo aver camminato e osservato a lungo, ho lasciato il Traversino e dopo una piccola tappa intermedia – di cui parlerò a parte – mi sono spostata verso il centro di Cassano, raggiungendo la piazza del castello. Era completamente deserta. Il castello è diventato un ristorante e una location per eventi – che detta così atterrisce un pochino, ma tant’è – e non è possibile entrare.


Sapevo che non avrei potuto visitare l’interno, men che meno i sotterranei e la sala dove si era svolto il processo, così mi sono accontentata di girarci attorno. Mi sono spostata verso la parete esterna, quella che si affaccia sul fiume e sulla riva dove Leonarda e Petrina erano bruciate, e ho guardato giù. Non vi è dubbio che chiunque, da quell’altezza e con quell’ampia visuale, le avrebbe viste chiaramente. Il Frate Inquisitore Gioachino Beccaria, nella sua fanatica spietatezza e teatralità, aveva scelto bene.


La piazza del resto era stata anch’essa teatro del terzo rogo, svoltosi qualche settimana dopo il primo. La povera Vanina la Zoppa era arsa qui, probabilmente attorniata dalla folla accorsa per vedere la strega bruciare.

Dopo aver scattato diverse fotografie, con l’intenzione di accompagnare questo resoconto alla ricerca che avrei pubblicato l’indomani, mi sono rintanata in un bar per il caffè di rito e un dolcetto.
Rinvigorita e riposata mi sono quindi spostata verso Inzago, paese di Leonarda. Nel secondo processo di Cassano è riportato che, durante gli interrogatori del primo, l’imputata Cossina detta Formiga aveva dichiarato di aver visto certe streghe nel bosco Tuneda, mentre si deliziavano con insalata e ciliegie “come fanno i demoni” (2). Il bosco Tuneda al tempo era ampio e rigoglioso, e si estendeva a triangolo fra Inzago, Cassano d’Adda e Groppello. Ad oggi ci sono solo campi coltivati, a parte qualche arbusto e sporadico albero a ricordare ciò che era stato.
Al margine di quello che era stato il bosco, tuttavia, sorge ancora oggi una vecchia costruzione, la Cascina Draga. Come narrato nel video di Giancarlo Mele, quella doveva essere l’ultima abitazione prima del bosco, o meglio, l’abitazione si affacciava direttamente sul bosco, e questo doveva fare molta paura. Se poi in quel bosco si diceva che si incontrassero le streghe, la paura diventava terrore. La cascina nel 1500 esisteva già, anche se probabilmente col tempo subì gravi danni e dovette essere rattoppata o ricostruita – con i mattoni rossi oggi ben visibili. Ma qualcosa di antico è rimasto. Per proteggere la casa dal male, dai demoni, dalle streghe, da tutto ciò che era invisibile, ignoto e potenzialmente pericoloso, venne infatti murata sulla parete esterna che fronteggiava il bosco Tuneda una enorme croce. Il potere di questa croce rivolta al bosco maledetto doveva tenerlo lontano, lui e tutto ciò che di malefico vi si aggirasse.



Ho voluto vederla quella croce, e come immaginavo, mi ha profondamente inquietata. Di certo tiene lontano me, ho pensato, e data la mia natura non ha tutti i torti.
Sono però rimasta stupita dal fatto che del legno della croce vera e propria non rimanesse quasi più nulla. Nel video girato per Martesana Fantastica solo pochi anni fa la croce era ancora quasi intera, e deve essere rimasta cementata lì per diversi secoli. Pertanto mi è sembrato strano che in una manciata di anni da quando è uscito il filmato sia quasi del tutto scomparsa.

Ad ogni modo, allontanarmi dalla Cascina Draga è stata una gioia. Rispetto a chi cementifica enormi croci scure sui muri per tenere lontano il bosco con i suoi diavoli, io avrei scelto il bosco, sarei fuggita nel bosco. Dopotutto, ancora oggi la croce ha sortito il suo effetto. Con una certa inquietudine nel cuore mi sono quindi avviata verso casa, in direzione del tramonto.
Camminare nei luoghi di processi e di streghe al rogo lascia qualcosa dentro di inafferrabile. Un altro tipo di ombra, un velo scuro di tristezza e impotenza, grigio e pesante come il fumo di un fuoco ormai spento. E la sensazione che le cose sono cambiate, sì, ma neanche poi tanto.
Eppure raccontare queste storie, ricordare questi luoghi e coloro che vi hanno subito il martirio della superstizione e del fuoco è importante. Questo noi oggi lo possiamo fare, lo dobbiamo fare. Se non noi, chi? E se non oggi, quando?
Un pensiero di comprensione e affetto va a Leonarda, Petrina e Vanina.
Non siete state dimenticate. Possiate aver trovato pace e rinascita.

***

Per leggere la ricerca I processi alle streghe di Cassano d’Adda, così come le fonti riportate nella bibliografia, rimando a Radici di Strega, a questi collegamenti:
I processi alle streghe di Cassano d’Adda – Parte prima. Accenni al primo processo e i roghi di Leonarda, Petrina e Vanina la Zoppa
I processi alle streghe di Cassano d’Adda – Parte seconda. Frammenti di tradizione stregonica nel secondo processo

***

ALBUM FOTOGRAFICO

***

Note:

1. La presenza delle taccole in certi luoghi magici, e soprattutto in quelli legati alle streghe, mi ricorda sempre che una delle sembianze che la famosa strega scozzese Isobel Gowdie soleva assumere, era proprio quella di una taccola.

2. Cfr. Tullio Bazzi, Da un processo di streghe, in Archivio Storico Lombardo: Giornale della Società Storica Lombarda, Serie 2, Volume 7, Fascicolo 4, 1890, pag. 881.

***

Note di Viaggio:
Per arrivare a Cassano d’Adda si prende l’autostrada Milano-Venezia e con un buon navigatore satellitare la si raggiunge facilmente. Per arrivare al Traversino, invece, bisogna attraversare il centro di Cassano, quindi passare il ponte sull’Adda e scendere verso Villa Maggi Ponti, che si trova sull’Isola Ponti, affacciata verso Cassano.
La Cascina Draga invece si trova su una stradina di campagna, la Strada della Draga. Bisogna percorrerla fino in fondo, dove apparirà la grande costruzione e l’ombra della sua croce.

venerdì 3 ottobre 2025

Casa ed Emporio Macchi. Dove il tempo si è fermato

“A Casa Macchi non c’è nulla di straordinario, né nel giardino, né nell'architettura, né nelle decorazioni o negli arredi, né infine negli oggetti o nella storia dei suoi abitanti. Eppure la prima visita qui soddisfa: è il fascino di penetrare in un mondo che è stato conservato fin nei suoi minimi dettagli e congelato nel momento dell'abbandono - quasi furtivo, repentino e inevitabile. Un mondo che ancora odora di vita quotidiana, della caffettiera rimasta sulla stufa o della pipa lasciata sul tavolino tra le poltrone del salotto.” (1)


Una casa antica, rimasta pressoché intatta da cinquant’anni, sorge nel centro di Morazzone, un paesino a poca distanza da Varese. È Casa Macchi e la sua storia nasce nel 1800, epoca della quale conserva la tipica architettura. Nel 1898 diviene proprietà di Adele Bottelli, moglie di Giuseppe Macchi, e da allora resterà sempre un rifugio sospeso nel tempo per la famiglia Macchi, che per tre generazioni la abiterà e se ne prenderà cura. Ereditata dall’ultima erede, Maria Luisa, una donna assai bella che decise di non sposarsi e rimanere libera, verrà vissuta da lei fino alla morte dei suoi genitori, di cui si prese cura in quelle stesse stanze. Sarà Maria Luisa, nel 2015, a donarla al FAI prima di ritirarsi in una casa di riposo. Nella sua donazione espresse il desiderio che la casa fosse restaurata eppure mantenuta com’era, così che potesse ricordare il tempo che fu e “dare lustro al paese di Morazzone”. E così è stato.



“Maria Luisa ha conservato il fascino della casa, abitandola con la famiglia per gran parte del Novecento. Le stanze, arredate con i mobili originali, custodiscono un prezioso archivio di famiglia fatto di lettere, fotografie, diari e cartoline che raccontano la storia dei Bottelli-Macchi sullo sfondo delle vicende italiane dal Risorgimento alla Seconda Guerra Mondiale.” (1)

Ho voluto visitare questa casa antica con mia mamma per camminare – letteralmente – in un passato che sembra ancora vivo. È rimasta intatta come allora. Ogni cosa è al suo posto, laddove, dopo essere stata usata quotidianamente, veniva accuratamente riposta. Gli orologi sono fermi, non li si sente ticchettare, né l’alta pendola suona le ore: fa parte dell’incantesimo che ferma il tempo e lascia tutto come deve essere. Una porta si chiude, il piccolo mondo antico si ferma, come assopito, nel silenzio.
Persino la polvere ha il suo significato, vela ciò che è stato, perché nulla venga spostato.
Uno strato di polvere fra i trafori lavorati ad uncinetto dei centrini disegna forme armoniose sull’ebano dei vecchi mobili. Un ricordo impresso nel tempo.



A Casa Macchi si accede dal grazioso emporio, nel quale è possibile acquistare prodotti confezionati alla vecchia maniera, le scatole di latta decorate, quaderni, matite, caramelle e liquerizie. Dalla bottega si entra quindi nel bel cortile della casa, sulle cui mura crescono glicini, vite rampicante, edera e la mia preferita, la rosa canina. In questa stagione è ancora verde ma le sue bacche scarlatte spiccano già fra le foglie. Resteranno solo loro, fra le spine, quando i rami saranno spogli. Promessa di nuova vita dopo la resa e il sonno.



All’inizio della nostra visita veniamo accompagnate da una gentile volontaria nella scuderia, dove è stato allestito un piccolo cinema con panche e sedie di legno e paglia. Qui assistiamo alla proiezione nella quale Casa Macchi viene raccontata in modo poetico ma sobrio dalla grande Lella Costa. La sua voce calda e amorevole ci racconta la storia di questa vecchia casa e di chi l’ha abitata. Persone comuni dell’epoca, niente di straordinario, solo la vita, la vita semplice e genuina, vera.


Dopo aver ascoltato e ammirato il filmato veniamo quindi accompagnate all’interno della dimora, fra le vecchie stanze, e il tempo si ferma, sussulta, e torna indietro.
Io cammino osservando curiosa ciò che vedo, alcune cose mi ricordano mia nonna, ma sono troppo giovane per sapere cosa volesse dire vivere in quel modo. La più entusiasta è mia mamma, che invece ricorda e riconosce. I secchi dove si conservava l’acqua attinta dal pozzo, appesi accanto alla stufa, la cucina a legna, gli scaldini per il letto, perché allora si faceva così, e la notte si dormiva sotto otto strati di coperte. Mentre ci muoviamo per le stanze sembra quasi che sia lei a raccontare alla nostra guida, come si usavano certi utensili. Era una vita più difficile, ma aggiunge, vivevamo bene lo stesso.



Per me è più complicato, e mi rendo conto di quanto siamo fortunati adesso, nonostante spesso ci lamentiamo. Eppure qualcosa mi manca… quella vita era più reale, più genuina, ogni gesto era carico di significato, mai inutile, era sopravvivenza, ed era così perché così era giusto. L’esperienza lo aveva insegnato, e così doveva essere tramandato.
Tradizione, cura, una praticità priva di fronzoli… eppure qualche vezzoso suppellettile bisognava sempre possederlo. Perché la vita è dura, e la bellezza la addolcisce.

Doveva essere una casa vissuta, allegra forse, e sempre piena di cani, perché i Macchi adoravano i cani, specialmente quelli da caccia. Di certo in quel passato li si sentiva abbaiare spesso. Sono ritratti dappertutto: dipinti, fotografie, soprammobili. Erano loro i veri re di casa.
E anche in questo si riflette la vita della famiglia, nelle sue cose più vere e preziose.
Quelle che rendono anche la vita più semplice degna di essere vissuta, e ricordata.




***

“Al di là di ragnatele fittissime e polvere di tarli, quel che colpisce a Casa Macchi è la possibilità di cogliere la vita autentica di una dimora che non fu né cascina né palazzo, né ordinaria né straordinaria, ma tipica, tradizionale, semplice, vicina nelle forme e nel tempo, tanto da generare curiosità ed empatia nel visitatore, che qui riconoscerà oggetti e consuetudini in un paesaggio domestico che appartiene alla sua stessa tradizione.” (1)



***

Nota:

1. Le citazioni sono tratte dal sito del FAI – Casa ed Emporio Macchi

***

ALBUM FOTOGRAFICO

***

Note di Viaggio:
La Casa e l’Emporio Macchi si trovano a Morazzone, alle porte di Varese. Per arrivare si prende l’autostrada A8 e si può uscire a Castronno, seguendo poi le indicazioni. Curata e gestita dal FAI, segue gli orari delle altre strutture che ne fanno parte, ed è visitabile dal mercoledì alla domenica dalle 10 alle 18.
Se si desidera visitare la casa con una visita guidata della durata di circa un’ora e mezza – noi abbiamo preferito farci accompagnare solo dalla gentilissima volontaria che ci ha raccontato a grandi linee la storia della casa e delle sue stanze – è meglio prenotarla e informarsi sugli orari fissi nei quali vengono effettuate.