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giovedì 10 settembre 2026

Viaggio in Sicilia. Marzamemi e Portopalo

Viaggio in Sicilia
Frammenti di bellezza fra Marzamemi, Portopalo di Capo Passero e Villa Giulia


Ci siamo fermati solo quattro giorni, nella bella terra di Sicilia, e in particolare nella sua parte più meridionale, da Marzamemi alla punta più estrema dell’isola, ovvero il paese di Portopalo di Capo Passero. Le nostre giornate erano caratterizzate da una mattinata rilassante, con un bagno in piscina – dove ho potuto nuotare liberamente e tornare a giocare a fare la sirenetta sott’acqua – poi una colazione da sogno, tipica del Villa Giulia, e un altro bagno, questa volta nel mare di Marzamemi, alla Contrada Reitani, seguito da uno spuntino al paradisiaco Agua Beach, dove mi sono sentita in vacanza come non mi succedeva da molti anni.




Il primo giorno, quando ho raggiunto la spiaggia di Marzamemi, d’istinto ho guardato fra la sabbia sperando di trovare, da qualche parte, una pietra forata, o pietra della strega, ma non ne ho viste. L’ultima mattina, camminando verso il mare alla Contrada Reitani, una pietra semi nascosta nella sabbia ha attirato la mia attenzione. L’ho sollevata, ed eccola lì tra le mie mani, col suo foro perfetto. L’ho adottata subito e adesso è accanto a me, lontana dal caos della spiaggia colma di turisti, ancora piena di energia marina. La adoro tantissimo.
Per due giorni abbiamo pranzato a casa del mio compagno, con i suoi genitori, dove ho potuto gustare fette di pesce spada e tonno – quello vero – cotti sul fuoco della griglia, i pomodorini dolcissimi di Pachino – che si trova a pochi chilometri – la ricotta di pecora freschissima, i cannoli siciliani e i moretti, piccoli coni di gelato ricoperto di cioccolato.
La seconda sera abbiamo passeggiato per il centro storico di Marzamemi, pieno di vita, di musica e di colori, mentre lo avremmo percorso al tramonto, con i colori più caldi e belli, l’ultimo pomeriggio prima di ripartire.





Mi sono innamorata della piazzetta con la famosa taverna La Cialoma, con le sedie bianche e turchesi, ma anche del murale con le sirene dai capelli rossi del cocktail bar Le Bagnanti, e soprattutto, dei quadri impressionisti di un pittore, che se ne stava seduto, pacifico, immerso fra le sue splendide opere raffiguranti soprattutto il mare, ma anche i campi di grano e papaveri. Dipinti che ho amato moltissimo.




Il terzo giorno ci siamo spostati a Portopalo di Capo Passero, dove abbiamo camminato lungo la costa con gli occhi puntati sull’Isola di Capo Passero, raggiungendo la zona sotto al castelletto, dove si trova uno dei luoghi magici e segreti del mio compagno: una grottina fresca, battuta dalle onde, dove il resto del mondo sembra lontano e il silenzio e la pace sono assoluti.
Lui ha fatto il bagno nonostante il mare lievemente mosso, mentre io ho preferito stare sugli scogli, un po’ intimorita dalle onde agitate.




Nel raggiungere la grottina ci siamo fermati al Plaza del Sol, il “bar più a Sud d’Europa”, come si legge sull’insegna, e bere lì il caffè più a Sud d’Europa è stato divertente!
In tutto questo, mi ha stupita soprattutto il mio stato d’animo, sempre sereno, più aperto del solito alla meraviglia, ai cambi di programma – che solitamente tollero poco e male – all’inatteso. Ero lì per vivere l’esperienza, viverla e basta, sicura che sarebbe stata bella. E che sarebbe andato tutto bene.



Ad accompagnare ogni momento, i piccoli ritorni al Villa Giulia, che ogni volta ci ha accolti, e abbracciati nella sua calda e fiorita bellezza. È un luogo che a entrambi è rimasto nel cuore, e nel quale di sicuro torneremo, magari per qualche giorno in più.




La sera dell’ultimo giorno siamo quindi ripartiti verso Catania, pregando che la cara mamma Etna, già sbuffante e non poco irritata, restasse tranquilla ancora per qualche ora, e che il vento che spargeva le sue ceneri continuasse a soffiare dalla parte opposta rispetto all’aeroporto, così da lasciarci partire senza troppi ritardi. E così è stato.
Il volo di ritorno è stato per me un momento di pace e raccoglimento profondi. Ho cercato di non dare attenzione alla massa di persone che viaggiavano con noi, e che comunque, in pochi minuti, si sono addormentate come sotto a un incantesimo. Viaggiare in aereo di notte è stata per me è una delle cose più dolci e rilassanti mai provate. Le luci si abbassano, diventano soffuse, delicate, e conciliano il sonno. Questa volta ero accanto al mio finestrino, di nuovo vicina all’ala, il posto più bello, e mentre tutti dormivano mi sono goduta ogni momento, osservando le luci delle regioni lontanissime, e qualche sparsa e fioca lucina che navigava solitaria in mezzo al mare. Quelle piccole lucine sparse sull’acqua mi hanno fatto pensare a delle barchette solitarie, illuminate da una tenue lanterna, oscillante sulle calme acque del mare. Su ognuna di esse un misterioso pescatore, che navigava guidato dalle stelle. So che non poteva essere così, ma mi è piaciuto immaginarlo. Immersa nel mio mondo, ho dipinto ogni cosa con gli occhi di bambina.
Mi sono sentita dentro una culla, sospesa sull’aria, sostenuta, sicura, nel buio soffice. Sveglia e presente a me stessa, mentre chiunque altro sonnecchiava – o dormiva russando…
Ho sentito nel profondo di me stessa una pace dolcissima, e in quella pace sono diventata amica, più di prima, dell’aereo che mi trasportava, di quell’ala che lampeggiava di bianco e di rosso, di quel volo notturno, silenzioso e soffuso.
Mi è dispiaciuto un po’ quando sono iniziate le fasi di atterraggio, non avrei voluto lasciare quella culla ovattata immersa nel cielo buio. Presto sarebbe finito tutto, e tutti gli altri si sarebbero svegliati. Mi sono ricordata uno dei motivi per cui amo stare sveglia di notte, ovvero restare vigile quando gli altri dormono, e dormire quando gli altri sono svegli. È sempre stato così, e lo è ancora oggi.

L’aereo è atterrato – un complimento ai piloti per l’estrema delicatezza dell’atterraggio, con le ruote che hanno letteralmente accarezzato il terreno – e la vacanza è finita.
Mi ha trasmesso tanto, l’ho amata, ho amato quel poco di Sicilia che ho vissuto, esplorato, scoperto, e tanti miei limiti sono stati superati.
Il segreto è non forzare nulla, è attendere il momento giusto, quando ogni cosa si rivela essere alla propria portata, e ciò che sembrava impossibile diventa non solo fattibile, ma semplice.
Questo viaggio mi ha portata un passo, anzi, più di uno, più vicina a ciò che sento essere nata per essere. Una piccola viaggiatrice che cerca il contatto con l’essenza dei luoghi, e che adesso è pronta a lasciare le sponde conosciute per spiccare il volo. Un volo, poi due voli, poi tanti voli.
Questo è stato il primo, e passato il primo, gli altri verranno da soli.
Ognuno a suo tempo… e forse, prima di quanto immagini.

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Altre foto di Villa Giulia



Altre foto dell’Agua Beach




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ALBUM FOTOGRAFICI
Marzamemi
Portopalo di Capo Passero
Villa Giulia

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mercoledì 9 settembre 2026

Viaggio in Sicilia. L'isola di Ortigia

Viaggio in Sicilia
Ortigia, la Fontana di Diana e il miqwè ebraico


Questo viaggio è nato da una promessa, fatta in un momento in cui la sua realizzazione mi appariva più grande di me. Eppure quel momento doveva arrivare, non solo per accompagnare chi mi sta accanto, ma anche per me stessa, soprattutto per me stessa. Perché quel volo, quel vero volo, che desideravo affrontare ormai da troppo tempo, doveva compiersi. Il momento è adesso, mi sono detta, adesso o mai più.
Nei giorni precedenti il viaggio rimanevo stupita perché la preoccupazione che credevo mi avrebbe colta era quasi assente, sostituita da momenti di pura euforia. Così la mattina della partenza mi sono svegliata e mi sono sentita pronta e contenta di compiere la mia piccola impresa. Sono passata a prendere il mio compagno, felice perché finalmente avrebbe potuto mostrarmi casa sua, e siamo andati all’aeroporto di Malpensa, dove abbiamo lasciato la macchina e ci siamo avviati verso i controlli e, infine, verso la pista, dove ad attenderci c’era il nostro aereo Ryanair. Siamo saliti, sedendoci purtroppo distanti – e io tragicamente lontana dal mio finestrino – ma con il permesso delle hostess di poterci riavvicinare dopo il decollo. Il momento che più mi ha entusiasmata – come ricordavo mi era già successo tanti anni fa – è stato quando si sono accesi i motori, quelli veri, che rombano sotto il sedile e avviano l’aereo verso il decollo. Che potenza, che emozione. La spinta iniziale è fortissima, la velocità che l’aereo prende mi faceva fremere, e il volo è per me un attimo quasi estatico. Un po’ meno lo sono le varie sensazioni di pressione alla testa date dal rapido cambiamento di pressione dell’aereo, che nonostante la pressurizzazione risente comunque un pochino degli sbalzi esterni. Dopo il decollo e i vari assestamenti, ho raggiunto il mio compagno nei posti in coda, quasi tutti vuoti, e mi sono aggrappata gioiosamente al mio finestrino, scoprendo che era proprio accanto all’ala. La bellezza di volare e di vedere, sotto, tutta l’Italia scorrere lentamente, e l’immenso mare turchese punteggiato di minuscole barche con la scia bianca, mi ha quasi commossa. Ho amato questo volo, e l’ho vissuto pienamente, contenta di essere esattamente dove dovevo essere.


Poco prima dell’inizio delle fasi di atterraggio ho raggiunto di nuovo il mio posto, e la parte più difficile è iniziata. Una turbolenza ha cominciato a far ballare l’aereo e le sensazioni di pressione e disorientamento ci hanno scombussolati un po’ tutti. Per fortuna è durato solo alcuni minuti, sufficienti tuttavia a farmi tirare un gran respiro di sollievo quando ho sentito le ruote adagiarsi sul terreno. Ero arrivata, sana e salva!
Appena usciti dall’aereo il caldo della Sicilia ci ha accolti non troppo gentilmente, ma il vento ha alleviato il decisamente caloroso benvenuto. Ci siamo diretti subito a prelevare la macchina che avevamo noleggiato – sorvolando sui costi improponibili, che dovremo rivedere e correggere in futuro – e siamo partiti verso la nostra prima tappa: Siracusa, e in particolare il suo centro antico, l’isola di Ortigia.
Da qui in avanti l’avventura di esplorazione nella bellezza e nell’inatteso ha avuto inizio.

Arrivati a Ortigia, abbiamo parcheggiato la macchina e ci siamo incamminati verso l’albergo, che trovandosi nel centro storico non era raggiungibile che a piedi. La camminata è stata faticosa per via del caldo e della valigia, ma molto bella. Gli stretti vicoli di Ortigia sono antichi, colorati, ricchi di storia e di vita.



Appena raggiunta Piazza Archimede ho incontrato la prima delle meraviglie che non vedevo l’ora di vedere: la Fontana di Diana. La fonte, che zampilla nel centro della piazza, racconta il mito della ninfa Aretusa, di cui parlerò in seguito. Venne realizzata nel 1906 dallo scultore di Ascoli Piceno Giulio Moschetti, e mostra una magnifica dea Artemide-Diana, coronata da una falce di luna, con arco, faretra e frecce legate alla schiena, mentre sotto di lei la ninfa Aretusa sta per trasformarsi in sorgente, e l’ardente Alfeo si sporge dalla schiena della dea, impotente di fronte all’inevitabile metamorfosi.
Sotto al mito raffigurato, emerge dall’acqua una famiglia di tritoni che cavalcano pistrici e cavalli marini, a simboleggiare il mare e le sue creature. La forma della vasca pare che proseguisse idealmente nella pavimentazione originaria della piazza – sostituita nel 1980 – che conteneva il segno di una stella a otto punte.
Ortigia e Artemide sono indissolubilmente legate l’una all’altra. Il toponimo deriva dal greco antico ortyx e significa “quaglia”, o “isola delle quaglie”, per via della presenza numerosa di questi uccelli in epoca antica. Alcuni autori classici, come Diodoro Siculo, affermano tuttavia che il nome fosse legato ad Artemide, che secondo l’Inno ad Apollo, era stata partorita dal grembo di Leto proprio a Ortigia. Secondo Omero, qui si trovava il trono dorato della dea, e Diodoro Siculo scrisse che furono gli oracoli a nominarla Ortigia, dopo che seppero che era consacrata alla signora della luna.



Davanti alla Fontana di Diana-Artemide mi sono incantata, attorniata da mille goccioline d’acqua lucentissima fra le quali avrei voluto rinfrescarmi, ma per via del sole cocente non ho potuto intrattenermi a lungo. Scattate alcune fotografie e salutata Diana e la amata Aretusa, sono fuggita all’ombra, e abbiamo proseguito verso l’albergo.
I negozietti che riempiono i viottoli di Ortigia sono bellissimi, pieni di ceramiche delle immancabili teste di moro, delle quali ho amato particolarmente quelle femminili, ma anche quelle che rappresentavano niente meno che Medusa. Ce n’erano moltissime, con al posto dei capelli, grovigli di serpenti, specialmente azzurri. Una in particolare, di media grandezza, bianca e azzurra, mi è rimasta nel cuore, così come i ciondoli, i bracciali, gli anelli e gli orecchini, tutti raffiguranti teste di gorgoni. Non avevo idea che qui fossero così diffuse, ma è stata una gioia trovarmi immersa fra volti pietrificanti e intricati serpenti.
Raggiunto il nostro albergo, l’Hotel Alla Giudecca, ci siamo sistemati nella bella camera che si affaccia sul cortile interno, pieno di lanterne e di alberi di buganvillea, e ci siamo rinfrescati e riposati. Di lì a poco ci aspettava una visita all’antichissimo miqwè, il bagno ebraico, che si trova proprio nei sotterranei dell’albergo e si può visitare con la guida in turni che partono ogni mezz’ora.



Nell’attesa, siamo usciti e abbiamo esplorato ancora un pochino le stradine del paese, costeggiando poi il mare e infilandoci nuovamente fra vicoli e negozietti.
Tornati in albergo per il nostro turno di visita, abbiamo quindi esplorato il bagno rituale ebraico, risalente all’epoca bizantina, il più antico e grande d’Europa. Lo si raggiunge scendendo una stretta scala scavata nella pietra, che si immerge sottoterra per circa 18 metri, ed è composto da una sala ad archi di pietra e da tre piccole stanze laterali, con vasche piene di acqua sorgiva, proveniente dai vicini monti Iblei.
Il miqwè, com’è chiamato in ebraico, era un luogo estremamente sacro, dove avvenivano i riti di purificazione. Con l’arrivo in Sicilia dell’Inquisizione Spagnola, alla fine del XV secolo, il bagno venne abbandonato per precauzione. Se gli inquisitori lo avessero scoperto, infatti, lo avrebbero certamente distrutto. Così, per proteggerlo, venne interrato, ovvero riempito di fango e pietre fino all’orlo, quindi all’inizio della scala che ivi conduceva. In questo modo si mantenne inalterato, fino a soli venticinque anni fa, quando venne riscoperto per caso dagli attuali proprietari dell’albergo durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio.
Durante la visita non è possibile scattare fotografie, ma è possibile esplorare lo spazio, le minuscole stanze e nicchie laterali, una delle quali, per la forma della pietra leggermente cava, mi ha ricordato una vulva di roccia.

Il miqwè ebraico. Fotografia dal web

Dopo la visita nel cuore della tradizione ebraica – l’albergo stesso sorge nell’antico quartiere ebraico di Ortigia – siamo riemersi alla luce, e abbiamo potuto rilassarci nella nostra stanza, prima di uscire per cena e per il primo incontro con alcuni amici del mio compagno, che ci avrebbero raggiunti per passare insieme la serata.
Nella passeggiata serale, fra luci, canti, suoni di flautini e profumi inebrianti, siamo passati accanto a una fonte circolare – la fonte circolare – al momento buia e nascosta. Solo le oche dalle piume bianchissime spiccavano, quasi luminose, nelle acque scure, fra i papiri e la vegetazione. L’ho osservata pur senza vederla, in attesa di incontrarla, piena di trepidazione, la mattina seguente.



Al termine della serata, stanchissimi – avremmo scoperto di lì a poco di aver percorso la bellezza di undici chilometri a piedi, e io avrei capito perché avevo un certo dolorino alle anche – siamo crollati nel sonno. Dovevamo essere riposati e freschi – benedetto condizionatore – per la mattina seguente, con le sue nuove e inaspettate sorprese.

Continua…

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
Il centro antico di Siracusa si raggiunge dall’Aeroporto di Catania con l’autobus oppure, come abbiamo preferito noi per comodità e libertà di movimento, con un’auto noleggiata. L’auto si prenota da varie applicazioni, o direttamente in aeroporto, e si preleva all’esterno dello stesso. Per la nostra esperienza personale sconsigliamo Hertz, che ha costi apparentemente buoni ma poi rincara enormemente con oneri e altre spese non comunicate all’atto del contratto di noleggio.
Per accedere al centro storico di Ortigia è necessario lasciare la macchina in un parcheggio coperto o esterno, sempre a pagamento. Noi l’abbiamo lasciata al parcheggio della Marina, a qualche centinaio di metri dalla Fonte Aretusa.
La Fontana di Diana si trova in Piazza Archimede, a poca distanza dai parcheggi.
Per visitare il miqveh è necessario presentarsi all’Hotel Alla Giudecca, in Via Alagona 52. Le visite sono puntualissime – tardando di qualche minuto si passa all’orario successivo – partono una ogni mezz’ora e costano 7 euro a persona.

venerdì 7 agosto 2026

Le Streghe della Valle Antigorio. Croveo e le Caldaie del Diavolo

Dopo essere stata, un anno fa, alla festa Le Streghe della Valle Antigorio, a Croveo di Baceno, innamorata del paesino e impaziente di ritornarci, ho colto l’occasione della nuova edizione della festa per partire e recarmi nuovamente lì, questa volta accompagnata da mia mamma e dal mio compagno.
Appena arrivati, parcheggiata la macchina con un pizzico di fortuna nell’ultimo posto rimasto libero nel parcheggio, ho notato subito una differenza rispetto all’anno passato, ovvero la mancanza della pioggia, a causa della quale i prati verdi e vivaci erano completamente aridi, secchi e giallastri. La siccità e il surriscaldamento hanno colpito anche le montagne, e purtroppo sembra che non vi sia magia di strega abbastanza forte da curare una natura così ferita e stremata dalla insana mano umana. È un colpo al cuore, al quale non credo sia possibile abituarsi, almeno per chi un cuore e un’anima naturale ce li ha ancora.
Per fortuna almeno non faceva troppo caldo, così abbiamo potuto fare una bella passeggiata fra le bancarelle, salutare vecchie amiche e acquistare nuovi libri e incensi artigianali. Ovviamente non prima di esserci fermati alla Trattoria Cistella per un caffè e una fetta di crostata integrale con i frutti di bosco.



Ripresa l’esplorazione, mentre nuvole scure si addensavano sopra le vette e un vento fresco iniziava a soffiare intensamente, mi sono imbattuta quasi per caso nello stand di quella che, poco dopo, ho scoperto essere l’illustratrice della locandina della festa. Ho sempre amato il volto di fanciulla-strega tra i fiori, stampato sui dépliant de Le Streghe della Valle Antigorio, e trovare la mano che l’aveva ritratta, nonché tante altre illustrazioni di fanciulle-streghe stampate su carta pregiata, è stata una gioia grandissima. Le ho prese tutte quante, una per tipo. Ma soprattutto conoscere l’illustratrice, Elisa Squillace, è stato per me quasi commovente.
Proseguendo, al museo etnografico Casa del Cappellano, già visitato l’anno scorso, ho finalmente acquistato il libro che contiene gli atti del processo alle streghe di Croveo, così potrò studiarlo con calma e attenzione. Dopo questa tappa obbligata ci siamo inoltrati su alcune stradine che un anno fa mi ero persa, scoprendo con sorpresa un percorso che si snoda in tutto il borgo di Croveo, scandito da cartelloni illustrati da Elisa che riportano la storia del luogo, delle sue streghe, e le leggende locali. Nulla di meglio per una cercatrice di leggende come me. Non ho trovato tutte le tappe, e questo è un motivo in più per tornare, magari lontano dalla festa, e cercarle tutte.
Raggiunto il piccolo portico antico, con le vasche di acqua purissima, sono rimasta alcuni minuti a guardare il mosaico dedicato a Giovanna la Fiora e alle altre streghe processate e torturate dall’Inquisizione. Proprio lì accanto due anziane del posto, vestite con abiti tradizionali, rievocavano l’antica filatura e tessitura della canapa con i loro strumenti di legno.


Dopo aver continuato il percorso fra le strette e pietrose vie del borgo, fra incontri inaspettati che hanno ricordato il mio primo innamoramento di quando ero bambina, ci siamo spostati appena fuori il centro del paesino per incontrare un luogo che, visto in fotografia, mi aveva incantata. Abbiamo raggiunto, attraverso il sentiero che costeggia il bosco, una parte del Giardino Glaciale degli Orridi di Uriezzo, ovvero le Caldaie del Diavolo di Croveo. Dal centro del ponte, crocevia di streghe, poiché si diceva che proprio lì accanto si cospargessero il corpo di unguento e volassero sul monte Cistella per danzare e celebrare i sabba, si assiste allo scrosciare eterno della cascata, che passa sotto a due enormi pietre appoggiate l’una sull’altra.



La forma dell’acqua sembra disegnare le sembianze di un inquietante fantasma ammantato di bianco, dal volto scuro e misterioso. Più lo osservavo, più mi sentivo osservata da lui. Cosa possa aver visto, lui solo lo sa, e gelosamente serba il suo segreto.



Stare davanti a una cascata simile permette di percepire la potenza inarrestabile della natura. Una natura che tuttavia continua a essere maltrattata e stremata, e che reagisce devastando e stremando, come necessaria conseguenza di ciò che subisce. Si assiste impotenti a tutto questo, con la vana speranza che gli uomini peggiori, i più potenti e privi di umanità, prima o poi si rendano conto di ciò che fanno.
Ai due lati del ponte, due cartelloni, uno dei quali illustrato da Elisa – il disegno che fra tutti amo di più – raccontano la storia e le leggende del posto. Quella delle Caldaie del Diavolo e quella del malvagio Rampign le ho trascritte accuratamente, e sono riportate qui sotto.


Lasciate le impressionanti Caldaie del Diavolo con la loro cascata, le nuvole erano ormai sopra di noi e qualche goccia fresca ha iniziato a cadere. Dopotutto, forse, qualche strega ci è riuscita a far piovere, ho pensato sorridendo. Ci siamo quindi infilati di nuovo alla Trattoria Cistella, dove abbiamo cenato con deliziosi gnocchetti alle ortiche conditi con burro e salvia per me, e gnocchi di zucca e castagne ai funghi porcini per il mio compagno e mia mamma. Tutto squisito.

Sotto una pioggia sempre più forte, con una temperatura di colpo decisamente bassa, siamo corsi a prendere la macchina per riprendere la via di casa. Eccezionalmente, ho lasciato che a guidare fosse il mio compagno. Ho scoperto che se la mia macchina la guida lui non soffro il mal d’auto, e per una volta mi è piaciuto rilassarmi e godermi il viaggio di ritorno, avvolta nel golfino, guardando fuori dal finestrino le montagne che scorrevano veloci sotto nuvoloni scuri e carichi di pioggia. Credo anche di essermi addormentata per qualche minuto… tante piccole cose che, in un mondo in cui mi sento sempre diversa dagli altri e spesso inadatta, mi fanno sentire un pochino più normale. Poco però… alla mia diversità ci tengo.

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Prima di avvicinarmi al ponte e alla cascata ho scattato una fotografia al cartellone che racconta le leggende delle Caldaie del Diavolo di Croveo. Riporto integralmente ciò che è riportato. Le parti in corsivo, come indicato sul cartellone, sono tratte dalla rivista L’Ossola, che in due numeri, tra il 1898 e il 1899, pubblicò la leggenda scritta da Ottorino Leoni.

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La leggenda delle Caldaie del Diavolo di Croveo

“Nei tempi antichi quando ancora i santi operavano prodigi e il diavolo andava pel mondo a giocar tiri birboni alla povera umanità, sorgeva nel letto del Devero, sotto Croveo, un molino che, distrutto e riedificato più volte, si vede tuttora sulla destra riva del fiume, presso le caldaie. Erane proprietario un vecchio ubbriacone e attaccabrighe, il quale di buono non aveva che una figlia, Lucia, bella e savia ed altrettanto amata da tutti, quanto il padre era cattivo e detestato.”

Tra Lucia e Michele, forestiero che si era stabilito a Croveo per fare anch’egli il mugnaio e costruire un mulino sul Devero, nacque l’amore, ostacolato da Domenico, il perfido padre della ragazza, che, abbandonato, accettò l’aiuto del Diavolo per ottenere vendetta.
Ma immediatamente se ne pentì e cercò l’aiuto del vecchio e santo eremita che viveva in una piccola grotta poco sopra al fiume. Il Diavolo apparve sulla cima della montagna, e il vecchio santo, gettatosi a terra con le braccia protese implorò la protezione celeste. Il Diavolo iniziò a lanciare enormi macigni sul torrente per distruggere il mulino e uccidere i due giovani. Ma miracolosamente non riuscì nell’intento e se ne tornò all’inferno, scornato.
Cessato il pericolo, Domenico, pentito, abbracciò e perdonò i giovani amanti, che si sposarono con la sua benedizione. E tutto andò bene fino alla morte del vecchio e santo eremita. Alla sua morte il Diavolo volle prendersi la sua rivincita e ostruì il letto del fiume per annegare i mugnai.

“Prese dunque due massi enormi, li trascinò alla riva del fiume e li sollevò in alto per precipitarveli in mezzo; ma per lo sforzo e nella fretta scivolò sull’umido terreno e cadde nell’acqua con sì mala sorte, che i due massi, cozzando l’uno contro l’altro, ne afferrarono in mezzo la coda. Per ira e dolore il demonio mandò acutissime grida, che intronarono per valli e per monti, come ululato di mille lupi presi al laccio. Cercò più volte invano di svincolarsi dalla terribile stretta; finalmente, in un parossismo di spasimo e di furore, diede un tale strappo, che un pezzo di coda rimase fra le rocce e lui andò a gambe levate, battendo il capo sopra uno dei massi, dove produsse una lunga spaccatura.
Per la seconda volta dovette darsi per vinto dinanzi a quella potenza occulta, più forte di lui, e tutto sanguinoso e cosparso di fango, si sprofondò nelle viscere della terra.
I due massi, bizzarramente accostati pel vertice l’un contro l’altro, giacciono fin d’allora in quella posizione e formano un ciclopico arco, sotto cui il torrente Devero, bianco di schiuma, si precipita in romoreggiante cascata nel profondo vortice, che il volgo battezzò col nome di caldaie del Diavolo.
”

La leggenda svela inoltre come la vera causa dell’epidemia di peste che colpì non solo l’Ossola ma tutta Italia fu il mozzicone di coda del Diavolo che ammorbò le acque del Devero, del Toce, del Ticino, e dell’intero Po, fino a che non si fu del tutto consumato.
“Era proprio quello il caso di dire che il Diavolo ci aveva messo la coda…”

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La leggenda del Rampign

“A questo ponte e ad altri luoghi pericolosi, come canali, fontanoni o gole, è legata una leggenda tramandata dagli anziani del paese, forse nata per incutere nei bambini un senso di timore e per allontanare il rischio di cadere. Si racconta di un’entità malvagia, il “rampign”, che vive in questi luoghi pericolosi e che, se non si sta attenti o ci si sporge troppo, trascina di sotto l’incauto allungando improvvisamente un “rampino”.”

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In merito a tutto ciò che riguarda le streghe di Croveo, proseguirò con lo studio, anche grazie ai libri acquistati alla festa, e magari scriverò qualcosa di approfondito non appena conoscerò adeguatamente l’argomento.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
La festa Le Streghe della Valle Antigorio si svolge da alcuni anni nell’ultimo weekend di luglio, a Croveo di Baceno. Tutte le info sono disponibili sulla relativa pagina di FB e su Instagram, cercando @streghe.valle.antigorio
Per conoscere le splendide illustrazioni di Elisa Squillace potete seguirla e contattarla su Instagram: @arte.sensibile

sabato 4 luglio 2026

Viaggio a Macugnaga. Il Lago delle Fate

Dopo aver dormito qualche ora, ed essermi svegliata con la luce del sole che illuminava la montagna verdissima fuori dal balconcino, ci siamo preparati e siamo scesi a fare colazione in albergo. Una colazione deliziosa a base di brioche vuota, torta alla crema di limone e tè caldo per me, e muffin al cioccolato, torta alla crema di limone e cappuccino per il mio compagno. Prima di spostarci verso la nostra meta, ovvero il Lago delle Fate, abbiamo fatto una passeggiata nel centro di Macugnaga, esplorando tutti i negozietti e facendoci qualche regalino, come il bastone da cammino con un lupo intagliato nel legno per lui, e un pacchetto di biscotti di pasta frolla a forma di stelle alpine – squisiti – oltre alla solita, immancabile tazza con cervi e fiocchi di neve per me.
Quando siamo stati pronti a ripartire, abbiamo caricato la macchina, abbiamo salutato la gentile responsabile dell’albergo, che ci ha offerto altri buoni consigli per raggiungere la nostra destinazione, e siamo partiti.


Avremmo raggiunto il lago partendo dal parcheggio di Isella e percorrendo, pensavamo, la semplice e comoda strada sterrata. Pensavamo, appunto. Invece, presi dall’entusiasmo ci siamo incamminati dietro ad altre persone che cominciavano la passeggiata, passando dentro una frazione di splendide baite, con l’antico forno e la chiesetta, e ci siamo accorti solo dopo che la strada intrapresa non era affatto quella semplice e comoda, ma quella faticosa e scomoda, che si inerpica su lunghissime gradinate di pietre e radici, in salita ripida, dal lato del bosco. Ormai eravamo lì, di tornare indietro non se ne parlava, per cui abbiamo proseguito. Eppure la bellezza di questo percorso era davvero immensa.



Dopo tratti di salita impegnativa nel folto del bosco, si aprivano prati sconfinati sui quali si affacciava, lucente nel cielo turchese, il Monte Rosa. Durante la strada si incontrano altre baite che sembrano uscite da una fiaba, e zone verdissime dove crescono erbe curative in grande quantità. Intere macchie di achillea millefoglie, di iperico e di altri fiori selvatici, e scorci di montagne verde-azzurre sotto un sole decisamente caldo ma luminosissimo.



La salita è stata senza dubbio stancante, e quando finalmente abbiamo raggiunto l’ultimo tratto della strada sterrata eravamo distrutti. Ciò nonostante non vedevo l’ora di vedere il lago, per questo quando l’ambita destinazione si è aperta davanti a noi, e mi sono resa conto che il famoso Lago delle Fate pareva più una sorta di pozza dall’acqua torbida – probabilmente a causa della pioggia della sera prima, che aveva smosso il basso fondale – che scorreva giù da una gigantesca diga di ferro, ci sono rimasta sinceramente male.



Tutto qui?, mi sono detta, e con una certa delusione mi sono avvicinata alla staccionata per guardare meglio, e rendermi conto che la meta valeva molto meno del percorso che avevo fatto per raggiungerla. Ed è stato allora che ho compreso e ricordato una lezione importante che farò in modo mi resti dentro per sempre.
Quante volte ci muoviamo con il solo pensiero della destinazione, senza renderci conto di quanto sia importante, e forse persino più bello e appagante, il viaggio che compiamo per raggiungerla? Devo rendermene conto di più e più spesso, mi sono ripromessa. Devo ricordarmi di prestare più attenzione e di godermi di più ogni passo. Non devo guardare avanti e procedere, come fanno in molti, ma devo guardarmi attorno, il più possibile, e vivere ogni momento con presenza e consapevolezza.
Il viaggio, talvolta, vale davvero più della meta.

Per riprenderci dalla stanchezza, data la presenza del bar in posizione strategica, il mio compagno e io abbiamo ordinato qualcosa di fresco da bere e un toast, quindi ci siamo seduti sulle sdraio affacciate sul lago. E più guardavo avanti a me, più mi rendevo conto di quanto si vedesse che il bacino è artificiale – peraltro scavato solo nel 1948 – e quanto poco avesse di fiabesco. Quanto poco meritasse il nome che gli era stato dato appositamente per attirare i turisti. Persino la leggenda che è stata inventata di recente per renderlo più attraente, in quel momento mi sembrava una stonatura. Una leggenda di bellissime fate che camminano su quelle acque sotto la luce della luna piena, e che scambiano con l’oro scavato dai nani delle Miniere della Guia, le loro marmellate ai mirtilli, di cui i nani sono ghiotti, così da utilizzare l’oro per ricamare le loro vesti e creare la polvere dorata che permette loro di volare. Apparentemente bello, ma finto – come il lago stesso – improbabile e senza radici.
Qui le fate non ci verrebbero mai, mi sono detta, guardando ancora una volta la orribile diga.
Mi rendo conto di essere severa, e sono anche certa che il lago, nel momento in cui l’ho incontrato io, non era al massimo del suo potenziale. Avevo visto fotografie più belle nelle quali sembrava più trasparente, azzurro, riflettente la cima della montagna, eppure la forte sensazione di artificio è stata davvero forte e disturbante. Speravo di riuscire a vedere bellezza nonostante l’origine artificiale del posto, ma purtroppo non ci sono riuscita.
Ho cercato comunque di far scivolare via il disappunto, concentrandomi sulla bellezza del paesaggio che circonda il bacino, e questa, almeno, era autentica e innegabile.


Quando alcuni tuoni lontani hanno risuonato nell’aria improvvisamente ventosa, e la cima del monte si è incupita di nuvoloni scuri e minacciosi, abbiamo deciso che era il momento di alzarci e di incamminarci sulla via del ritorno, questa volta la semplice e comoda strada sterrata.
Proprio all’inizio della passeggiata sono felice di aver trovato i Götwiarchjini, o forse sono i nani della miniera, sparsi qua e là nel bosco accanto al sentiero. Ci tenevo a vederli, anche se temo di non averli incontrati tutti.




La camminata è stata tranquilla, con il mio compagno che procedeva lentamente a causa di una storta al piede presa qualche ora prima. Verso la fine della strada, sotto una pioggerella incalzante, mi sono accorta della presenza di un grande masso erratico, davanti al quale era stata conficcata una enorme croce. Evidentemente doveva essere stata una pietra sacra per chi viveva qui prima e durante la conversione al cristianesimo, altrimenti dubito che ci sarebbe stato motivo di segnare con la croce un luogo privo di alcuna ritualità precedente. Un po’ controproducente, ma grazie per la segnalazione, ho sorriso ironicamente fra me e me. Se non fosse stato per quella croce enorme non avrei notato il masso, non avrei ipotizzato la sua possibile utilità precristiana, e non avrei rivolto un pensiero alle entità che forse lì in tempi passati venivano venerate.


Finalmente raggiunto il parcheggio e la mia cara macchinina ci siamo spostati in un bar vicino per prendere un caffè in tranquillità prima di ripartire, quindi ci siamo riavviati verso casa – e verso il caldo devastante che non ha tardato a farsi sentire.

Il viaggio è stato molto bello, e Macugnaga è rimasta ancora impressa nel cuore. Forse si sono rivelate alcune nuove tappe da esplorare prossimamente, ricordando tuttavia quanto sia importante anche – se non di più – il viaggio per raggiungerle. Ma anche solo restare e riposare in un posto bellissimo, potrebbe essere una buona motivazione per tornarci presto.
E chissà che qualche Götwiarchj non si faccia vedere, nonostante la triste ma comprensibile dipartita, fra le cavità della montagna, o le radici del saggio, vecchio tiglio.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
Il cosiddetto Lago delle Fate si trova in Val Quarazza e si raggiunge percorrendo diversi sentieri. Uno di questi passa dalla vecchia città morta, mentre i due che abbiamo percorso noi partono entrambi dal parcheggio di Isella, fra Macugnaga-Staffa e Borca. Il primo inizia proprio di fronte al parcheggio, costeggiando il bel prato, che rimane sulla sinistra, e passando attraverso il primo gruppo di baite, con l’antico forno e la chiesetta. Il secondo parte dalla grande strada sterrata subito a destra dell’ingresso del parcheggio, e dopo aver costeggiato la sua ampia parte laterale sale verso sinistra e procede comodamente con una moderata pendenza. Questo sentiero è indubbiamente più semplice, ma la bellezza di quello che si inerpica fra boschi e praterie non è paragonabile. Si fa fatica, ma ne vale veramente la pena.