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lunedì 15 giugno 2026

Ritorno all'Eremo di Santa Caterina del Sasso

Era da tanto, troppo tempo che desideravo tornare all’Eremo di Santa Caterina del Sasso, sulla sponda destra del Lago Maggiore, per me uno dei luoghi più belli mai vissuti. Ripensando alla prima volta in cui ci ero stata, ho fatto fatica a credere che fossero passati dieci anni, eppure è così, il tempo sfugge e certi momenti che sembrano trascorsi da poco sono invece lontanissimi.
Ma quando il momento arriva, bisogna assecondarlo. Non importa se fa troppo caldo, non importa se era meglio partire prima. Quello è il momento e nulla può cambiarlo.
Così sabato pomeriggio abbiamo imboccato la strada verso la amata Sesto Calende e poi siamo scesi verso Leggiuno, passando per Angera, Ispra e altri paesini incantevoli immersi fra boschi e lago, fra verde intenso e turchese, sotto un cielo terso e lucentissimo.
Arrivati nei pressi dell’eremo, abbiamo parcheggiato la macchina nel comodo parcheggio e ci siamo incamminati verso la famosa scalinata, splendida da scendere, ma devastante da risalire.


Abbiamo acquistato il biglietto e prima di scendere abbiamo preso un ottimo caffè al bar di fronte alla biglietteria, adocchiando anche alcune fette di torta dall’aria deliziosa e ripromettendoci di gustarle al ritorno. Quindi abbiamo intrapreso il percorso di discesa, immersi in una bellezza naturale indescrivibile. A ogni passo, o meglio, a ogni scalino, non potevo resistere dal fermarmi a scattare fotografie, così in men che non si dica ci siamo trovati nel terrazzino col pergolato di glicini – che nella stagione delle fioriture è magia pura – e quindi all’inizio del portico che porta alla chiesetta.



Me la ricordavo molto più lunga la scala, ho pensato quando mi sono ritrovata davanti al portico. Memore della fatica che avevo fatto per risalirla l’avevo evidentemente ingigantita. Così mi è parso che fosse finita troppo presto.
Il porticato offre scorci incantevoli del lago, sotto una luce calda e avvolgente. La sua prima parte passa attraverso due stanze, una delle quali affrescata, e termina nel cortile del gigantesco torchio, dove ci si può sedere davanti all’albero rigoglioso e lasciarsi accarezzare dal sole – decisamente troppo caldo per me.




La seconda parte del portico porta invece nel secondo cortile prima della chiesa, dove a destra si apre una splendida grotta nella quale pare che in tempi remoti si svolgessero culti femminili dedicati a una divinità materna e benevola, oggi sostituita dalla madonna. Sono rimasta stupita dal raggio di sole che, dal profondo della grotta, si apriva a illuminare esattamente la statua della madonna con la corona e il bambino. Una statua molto carina che, rischiarata e attorniata da altre figure, sembrava trasmettere loro parole di saggezza. Peccato che sia una religione non mi appartiene, ho pensato, perché a volte seguire un cammino così ben tracciato è molto semplice, forse appagante, e offre tante certezze. Ma non fa per me. La mia strada è affatto semplice e non offre alcuna certezza, ma è libera, e anche nei momenti più duri non la cambierei per nulla al mondo.




Nella bella chiesa da alcuni minuti era iniziato il rosario, e in una mezz’ora sarebbe iniziata la messa serale, per cui ho preferito affrettarmi a visitarla nuovamente, così da allontanarmi in tempo prima della funzione. Ho ritrovato il sarcofago di vetro nel quale è conservato il corpo del Beato Alberto Besozzi di Arolo, che aveva fondato l’eremo nel 1170 circa, e ho osservato il più a lungo possibile i dipinti e gli affreschi. Come faccio sempre, ho lasciato una piccola offerta e ho acceso una candela, accompagnando la fiamma con una preghiera di guarigione.


Mentre stavo per uscire sono rimasta affascinata da alcune suore con un saio di un colore splendido. Azzurro polvere, chiarissimo. Un colore che mi ha trasmesso subito una profonda pace, ma anche la curiosità di conoscere meglio coloro che lo portavano. Una di loro, accortasi che la stavo osservando, mi ha sorriso e mi ha salutata, con una gentilezza disarmante, e sono stata felice di ricambiarla. Di nuovo la lieve malinconia che mi coglie quando incontro persone votate alla loro religione, così certe e dedite a ciò in cui credono, mi ha attraversato il cuore. Peccato che sia una religione che non mi appartiene, ho ripetuto a me stessa. Eppure forse, se si è persone spirituali oltre che religiose, qualcosa che ci unisce esiste sempre, e resta vivo comunque, nell’anima e nel cuore.
Lasciata la chiesa mi sono fermata a guardare i vari rosari, bracciali, medagliette e crocifissi, distribuiti in diversi cestini e a disposizione dei visitatori, in cambio di una semplice offerta. Lì ho letto che il ricavato avrebbe aiutato la Fraternità Francescana di Betania, così ho capito che le gentili suore vestite di azzurro erano sorelle Francescane di Betania. Il loro simbolo, affisso anche in una delle stanze che portano al secondo portico, è la croce di legno di San Francesco sormontata dalla stella a otto punte della Vergine Maria, su uno sfondo azzurro polvere pieno di pace. Quella stella, come sempre mi è apparsa come un piccolo segno, perché lei brilla anche sulla mia strada, anche se in modo molto diverso.
Più tardi avrei dedicato qualche ricerca per conoscere meglio la Fraternità Francescana di Betania, scoprendo che è un gruppo francescano-mariano fondato ufficialmente nel 1998, composto sia da chierici che da laici, sia da donne che da uomini che vivono insieme, aperto e disponibile, semplice e gioioso, che intraprende anche missioni nel mondo, a Salvador de Bahia soprattutto, per costruire scuole e portare sostegno.
Non è la mia religione, ma questa congregazione mi è piaciuta tantissimo. Mi piacerebbe tornare all’eremo, che mi parla non solo per la sua bellezza ma anche interiormente, e magari scambiare qualche parola con quelle sorelle azzurre dal sorriso luminoso, figlie della croce e della stella. Qualcosa mi dice che questa comunione di anima porterebbe nutrimento e bellezza, a prescindere da tutto il resto.

Per tutto il tempo, attorno all’eremo hanno volato, giocando col vento, con la superficie dell’acqua, con i raggi di sole, alcuni uccellini dolcissimi. Non sono riuscita a capire cosa fossero, perché assomigliavano alle rondini ma erano marroncini, forse potrebbero essere delle rondini montane, che volano e nidificano abitualmente anche sulle pareti rocciose del Lago Maggiore. Il mio momento magico è stato restare a guardarli volare, con l’anima gioiosa che volava insieme a loro. Li porto nel cuore.
Avrei voluto restare molto più a lungo, ma abbiamo preferito ritornare, scegliendo questa volta di risparmiare la fatica e salire con l’ascensore. Nel piccolo negozietto dove si acquista il biglietto – l’ascensore ha un modico costo di un euro, e lo vale tutto – ho trovato un libricino a dir poco provvidenziale. Il Piccolo manuale illustrato per cercatori di stelle, nel quale sono narrate e illustrate le costellazioni secondo i loro miti e le loro leggende. Quando l’ho visto non ci potevo credere. Ho chiesto alla commessa di acquistarne uno, pensando che quello fosse da esposizione, ma lei mi ha invitata a prenderlo. Era l’ultimo rimasto. Ovviamente è diventato subito mio.


Abbiamo quindi raggiunto l’ascensore e in pochi secondi ci siamo ritrovati all’inizio della scalinata, e alle nostre fette di torta: una torta di mele fresca per il mio compagno e una torta di carote e nocciole per me. Restare immersi nella bellezza mette sempre fame, e forse, assecondarla con cose buone, è un po’ come nutrire anche il corpo con l’esperienza vissuta, suggellandola.


Il ritorno verso casa è stato tranquillo e molto più fresco e rigenerante dell’andata, anche se la stanchezza era tanta, soprattutto a causa del caldo.
Mi riprometto di tornare presto in questo luogo magico, senza attendere altri dieci anni. Mi ha chiamata e continua a chiamare, e sono sicura che ci sia altro da scoprire, da conoscere, da ascoltare. E quell’azzurro polvere, chiarissimo, a cui sorridere ancora.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
L’Eremo di Santa Caterina del Sasso si trova a Leggiuno sul Lago Maggiore, e per raggiungerlo si costeggia il lago e ci si immerge in alcuni tratti circondati da prati e boschi bellissimi. È possibile raggiungerlo anche attraversando il lago con il battello della Navigazione Lago Maggiore. L’Eremo è aperto tutti i giorni, dal 16 marzo al 14 ottobre e dal 16 dicembre al 6 gennaio dalle ore 9:30 alle ore 19:30; dal 15 ottobre al 15 dicembre e dal 7 gennaio al 15 marzo, dal lunedì al venerdì dalle ore 13:30 alle ore 18:00, e sabato, domenica e festivi infrasettimanali dalle ore 9:30 alle ore 19.30. Alle 17:30 o alle 18:00 è possibile assistere alla messa. Il biglietto di ingresso intero costa 5 euro. Tutte le info sono qui: Eremo di Santa Caterina del Sasso
Dal 1 aprile 2019 una piccola parte della Fraternità Francescana di Betania si è stabilita all’eremo e si prende cura dei suoi spazi e dei fedeli che lì giungono per pregare e trovare pace.
Il loro sito ufficiale è qui: Fraternità Francescana di Betania

giovedì 16 aprile 2026

La bellezza e i tesori di Villa del Balbianello

Questo è un viaggetto piuttosto lontano che il mio compagno di viaggio e io abbiamo fatto il 4 di aprile, sotto un cielo turchese e un sole sfavillante. Siamo partiti all’ora di pranzo e ci siamo diretti verso il Lago di Como, superando Como e costeggiando il lago fino a raggiungere la splendida Villa del Balbianello, uno dei beni più preziosi del FAI.
Raggiunto il parcheggio ci siamo incamminati per il lungo e un pochino faticoso sentiero, spesso in salita, che dall’ingresso del parco della villa superava alcune zone boschive per poi raggiungerla e aprirsi su uno scorcio di lago incantevole. Arrivati al cancello della villa, e pagando l’ingresso ridotto grazie alla preziosa tessera FAI, siamo rimasti incantati da ciò che si è mostrato ai nostri occhi. Non solo la parte più intima del giardino della villa, ma il lago azzurro, circondato da splendide e alte montagne dalla cresta innevata, erano belli da togliere il fiato.





Dovevamo attendere il nostro turno per la visita guidata, che sarebbe iniziata dopo circa un quarto d’ora, ma saremmo rimasti lì immersi in quella bellezza per ore.
Allo scoccare del nostro orario ci siamo fatti trovare sotto il portico dalle colonne coperte di rampicanti e abbiamo iniziato il nostro viaggio fra le stanze di Villa del Balbianello. La guida ci ha raccontato la storia della villa e del suo ultimo, ricchissimo proprietario, Guido Monzino, grande viaggiatore ed esploratore che organizzò portentose spedizioni e visitò molte parti del mondo. Abbiamo quindi visitato le stanze di quella che era stata la sua casa, e che lui prima di morire volle donare al FAI con l’unica richiesta di non toccare nulla, ovvero di lasciare ogni cosa così come lui l’aveva lasciata.



Abbiamo visitato la stanza delle mappe e delle esplorazioni, con la biblioteca e il passaggio segreto che conduceva al lago sottostante, poi le sontuose stanze da ricevimento e quelle vissute nella vita quotidiana. Nella stanza delle esplorazioni erano esposti moltissimi piccoli e grandi oggetti che il Monzino portò dai suoi viaggi, in particolare un corno – o dente – di narvalo! Mi sono quasi commossa quando la guida lo ha fatto notare e l’ho visto. Amo i narvali, da loro nasce probabilmente la leggenda degli unicorni, e avere davanti agli occhi quel lungo e splendido corno spiraliforme è stato magico.

Il corno o dente di narvalo

Ma altre sorprese attendevano nella cosiddetta stanza dei primitivi, nella quale Monzino aveva raccolto ed esposto in grandi vetrinette illuminate diversi pezzi d’arte antica e veri e propri reperti archeologici raccolti in diverse parti del mondo. Non posso spiegare come sono rimasta quando mi sono ritrovata davanti a tante splendide veneri preistoriche, o statuette di donne-dee, risalenti a migliaia di anni fa e – l’ho chiesto due volte – assolutamente autentiche. Le ho amate tutte quante, la dea rigida della morte, le piccole madri sacre dalla vulva pronunciata, ma le mie preferite non potevano che essere le dee uccello. Incredibile trovarle lì, sono rimasta davvero senza parole.




Ho ammirato la grande intraprendenza del Monzino, le sue scoperte ed esplorazioni fino ai luoghi più remoti e inospitali del mondo, ovvero l’attenzione con cui ha portato a casa quei reperti di sacro femminino e con ogni cura li ha esposti nella stanza più importante della casa. Questo mi ha sinceramente toccata.
La guida ci ha condotti in ogni stanza, ci ha raccontato storia e aneddoti a lungo, e mentre la ascoltavamo uno dei responsabili del posto passava di stanza in stanza a dare la carica a pendoli e orologi. Anche loro dovevano continuare a scandire il tempo, così che ogni cosa restasse come era sempre stata.



Alla fine, una visita che doveva essere di puro e semplice piacere, per amore della bellezza, dell’arte e della natura, si è inaspettatamente trasformata in un viaggio nel mondo e nel tempo, fino a raggiungere i simboli più potenti delle madri antiche, ovvero fino a raggiungere il sacro grembo primitivo, ove tutto nasce e ha inizio, fine e nuovo inizio.

L’ultima stanzetta della casa era adibita a bookshop, e come sempre ho dovuto portare a casa con me un piccolo ricordo della giornata e di quel posto incantevole. Ho scelto un simbolo del lago, una calamita a forma di anatrella di ceramica dipinta a mano con colori pastello, che ricorda con una scritta il Lago di Como. A me ricorda anche le splendide dee uccello che avevo visto poco prima. Sono oggetti di poco valore forse, ma per me sono sempre estremamente preziosi: custodiscono il ricordo e ciò che racchiude, sono piccole porte su ciò che si ha visto e vissuto, e ogni volta riportano lì.





Dopo aver vissuto tanta bellezza ed esserci riempiti gli occhi di lago turchese e di luccichii di sole sull’acqua, abbiamo ripercorso il lungo sentiero e siamo tornati alla macchina. Durante l’andata, passandoci attraverso, mi era piaciuto tantissimo il paesino di Argegno, così siamo tornati lì per rifocillarci con un aperitivo lui e io con cappuccino e fetta di torta con le gocce di cioccolato al Cafè Colombo, per restare in tema di grandi viaggiatori ed esploratori. Quindi siamo tornati a casa col sole ancora lucente e le acque calme e silenziose a salutarci. Acque che rivedremo presto, per poi superarle e approdare ad altre sponde più lontane.
Nuovi viaggi nella bellezza attendono, e presto sarò pronta per viverli e raccontarli.

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ALBUM FOTOGRAFICI
Villa del Balbianello
Le donne-dee primitive

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Note di viaggio:
Villa del Balbianello si trova a Lenno, sulla sponda occidentale del Lago di Como. È uno dei beni del FAI ed è aperto tutti i giorni, tranne il lunedì e il mercoledì, dalle 10 alle 18 in orario primaverile-estivo. In orario invernale chiude alle 17.
Il biglietto intero costa 25 euro, ma con la tessera del FAI si paga solo 5 euro per l’intera visita guidata.
Consiglio una tappa ad Argegno e ai suoi localini carini che si affacciano sul lago, specialmente il piccolo Cafè Colombo il cui interno di pietra è davvero intimo e suggestivo.

venerdì 13 marzo 2026

Ritorno ad Ara e la fanciulla di pietra

Sono passati alcuni anni dall’ultima volta in cui sono stata ad Ara, un luogo che mi ha chiamata dodici anni fa, quando ancora quasi nessuno ne parlava, e che mi è rimasto dentro sin dal primo istante. Ci sono ritornata ieri con il mio compagno, ci tenevo a fargliela conoscere e a condividere con lui la sua bellezza, la sua magia e unicità.





Ogni volta è sempre diverso e sempre uguale, e mi è parso curioso che mi anche questa volta ci sia tornata in primavera, nel momento della rinascita e del risveglio. Come sempre, il sentiero che porta al giardino delle grotte era cosparso di primule, di pervinche e violette viola e bianche, di pulmonaria fiorita, di anemone nemorosa, e ovviamente, di magnifici narcisi selvatici.




Ritornare in questo magico giardino acquatico, sotto l’arco di pietra, fra le nicchie scavate nella roccia e i riflessi luminosi dell’acqua, mi ha fatta immaginare, ancora una volta, come doveva essere tanti secoli fa, quando era frequentato soprattutto dalle donne, che ponevano le pietre bianche raccolte nel torrente Magiaiga dentro l’apertura a forma di vulva, un poco nascosta nella pietra, per ricevere fertilità, e portavano offerte alle divinità femminili che qui erano onorate.




Qualche tempo fa mi ero ripromessa che appena ci fossi tornata avrei cercato la conformazione rocciosa che ricorda una fanciulla di pietra, velata, con la testa china, in preghiera o in raccoglimento. Dopo averla vista in alcune fotografie me ne ero innamorata, e nonostante avessi esplorato Ara tante volte non l’avevo mai notata. Inoltre sentivo che quella forma, quasi una presenza viva, richiamava l’energia sacra e femminile del posto. Dopo varie ricerche ho pensato che anche questa volta sarei tornata a casa senza averla trovata… poi mi sono spostata, per caso ho alzato gli occhi e lei era lì accanto a me. È stato un momento dolce ed emozionante, nel quale l’ho riconosciuta e amata. Ho cercato il punto migliore per vederla bene e scattarle qualche fotografia, perché da sotto la forma della roccia cambia – e assomiglia a un draghetto – e finalmente ho portato con me la sua immagine più bella, immersa tra i fiori e i boccioli, sulla soglia del tempo di primavera.




Ho amato Ara ancora una volta, e anche chi era con me l’ha amata molto. Questo luogo ha reso una normale giornata, nella quale avevamo avuto altri progetti e all’ultimo avevamo cambiato nettamente direzione, in una piccola magia inaspettata e non programmata.
Dopo averla incontrata di nuovo e amata ancora di più, abbiamo ripercorso il sentiero fiorito e siamo tornati alla macchina.



Quindi abbiamo proseguito verso Varallo Sesia per una fugace visita alla mia futura casetta, immersa nel canto del ruscello e degli uccellini, e quindi alla nostra miacceria preferita degli amici Silvia e Manuel, che ci hanno deliziati come sempre con le loro miacce valsesiane.

Il tempo passa, eppure Ara torna sempre… oltre il quotidiano, ritorna nei pensieri, nel desiderio, nei sogni. È un luogo fra i più magici esistenti, e ha tanto bisogno di riservatezza e di cura.
Ara non è per tutti. Le poche e i pochi che camminano fra le sue rocce con consapevolezza lo sanno.
Le sue guardiane, ancora oggi, vegliano e proteggono.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Per conoscere meglio le Grotte di Ara e il loro magico giardino, potete leggere i miei resoconti qui:

Le Grotte di Ara e il culto delle Dee delle Acque
Le Grotte di Ara e il Volto del Fauno
Le Grotte di Ara – Diario di Viaggio

lunedì 14 luglio 2025

Viaggio in Liguria. Le Grotte di Toirano

Viaggio in Liguria - Seconda giornata
Le Grotte di Toirano, nella pancia della Strega


Quando si imbocca la via che si addentra nell’entroterra e si comincia a salire verso le Grotte di Toirano, il paesaggio cambia completamente. Le cicale onnipresenti cantano ancora più forte, e nonostante il caldo, il vento è fresco, leggero e rigenerante. Avevamo un pochino di tempo prima che iniziassero le visite pomeridiane, così abbiamo mangiato alla caffetteria delle grotte – una focaccia schiacciata bianca, con olio e rosmarino, squisita – e poi ci siamo riposati in macchina. Io ero veramente stremata e ho dovuto chiudere gli occhi per un pochino prima di essere pronta a ciò che ci aspettava. Abbiamo poi fatto un giretto nel negozio di minerali alla base delle grotte, e ho adottato una streghina-campanella con la scopetta, per stare in tema con la prima delle grotte, la più suggestiva.
Quando è arrivato il momento della visita ci siamo quindi inerpicati verso l’ingresso delle grotte – una salita veramente intensa e stancante sotto al sole – e dopo aver ripreso energia, e aver infilato la felpa – la temperatura interna delle grotte è di 15° – abbiamo seguito la bravissima guida verso il cancello che si apre su uno dei più antichi misteri mai scoperti. E lei lo ha aperto, invitandoci a entrare.
L’esplorazione delle Grotte di Toirano è qualcosa di impagabile e indescrivibile. All’ingresso ci ha accolti una graziosa streghina appesa, a ricordare il nome della prima grotta, la più grande e meravigliosa: la Grotta della Bàsura – ovvero della Strega.
Da qui in poi le parole non sono abbastanza per raccontare la meraviglia dell’esperienza. Solo gli occhi e il cuore che si perdono nell’incanto, e il silenzio, sono adatti al momento.
Scrivo pertanto solo qualche cenno storico, e ovviamente folklorico, e per quanto non all’altezza della realtà vissuta sul posto, lascio parlare le immagini.


Le Grotte di Toirano vennero scoperte ed esplorate a partire dal 1950. “Il 28 maggio del 1950, un gruppo di giovani di Toirano apre un varco nel diaframma che impedisce l’accesso alle sale interne della Grotta della Bàsura e arriva sul fondo della grotta, riportando in paese resti di orso delle caverne. La grotta viene aperta al pubblico il 1 gennaio 1953 e, nel 1960, l’esplorazione continua con la discesa nell’Antro di Cibele, il tratto terminale della Bàsura, inaccessibile fino a quel momento, e con la successiva esplorazione della Grotta Inferiore di Santa Lucia.
Il 9 luglio 1967, con il completamento del traforo del tunnel, le due grotte naturali vengono collegate, creando il circuito a senso unico utilizzato ancora oggi per la visita.” (1)

C’era tutto, proprio tutto. La strega, o bàsura – come viene chiamata con diverse varianti in Liguria – l’antro della materna dea Cibele, e Santa Lucia. Per me, il mio mondo al completo.
Ma cominciamo dall’inizio. Dopo aver salutato la streghina appesa all’ingresso, la guida ha chiuso la porta di ferro dietro le nostre spalle e ha annunciato che avremmo camminato nel cuore della terra per circa un chilometro. Inaspettatamente ho provato un leggero senso di panico e claustrofobia, ma mi sono subito fatta coraggio e tranquillizzata, pensando solo che spesso, l’unico modo per superare piccole e grandi difficoltà, è attraversarle fino in fondo.
Ci siamo quindi addentrati nella Grotta della Bàsura, fra cunicoli, aperture piene di stalattiti, stalagmiti e colonne, e penombre calde e materne. Nella pancia della mamma, o in questo caso, della strega.




Ogni più piccolo tratto di grotta era una meraviglia impossibile da descrivere, ma la mia gioia è esplosa quando siamo sbucati in una parte più ampia, chiamata il Salotto delle Streghe, per via delle conformazioni che assomigliano a un intimo raduno di misteriose figure. All’ingresso del Salotto delle Streghe, dal soffitto, pende una stalattite a dir poco particolare, a forma di lunga gamba con il piede: è chiamata la Calza della Strega.



A sentire tutte queste cose non stavo nella pelle, la mia gioia era alle stelle.
Abbiamo proseguito, incontrando diversi ambienti e conformazioni straordinarie, come il laghetto sotterraneo, nel quale vive ancora un minuscolo crostaceo simile a un gamberetto – il Niphargus longicaudatus – le stalattiti a forma di fette di prosciutto, l’organo dalle “canne” vuote – che veniva suonato picchiettandole fino a quando ha iniziato a deteriorarsi e si è convenuto di evitare di rovinarlo ancora – e la Sala dei Misteri, nella quale sono segnalate una serie di impronte appartenenti a una famiglia del Paleolitico superiore: due adulti e tre bimbi di cui uno molto piccolo.




Quindi abbiamo raggiunto a malincuore la fine della Grotta della Bàsura, solo per scoprire un’altra magia. Da qui si accede infatti all’Antro di Cibele, un piccolo spazio raccolto in cui pendono dall’alto innumerevoli concrezioni mammellonari, ovvero rotonde, simili a tanti morbidi seni stillanti gocce d’acqua lattea. Per questo è stato chiamato in questo modo, a ricordare la madre delle madri, la dea della fecondità e del primo nutrimento, signora dalle molte mammelle e del dolce latte.



Dopo l’Antro di Cibele, siamo quindi passati alla Grotta di Santa Lucia Inferiore, dove abbiamo incontrato diversi ambienti, alcuni ricoperti di miriadi di cristalli di aragonite luccicante, simili a candidi coralli che ricoprono le pareti e il soffitto.


Sul finire del nostro incantevole viaggio in seno alla terra abbiamo incontrato un’altra curiosa – e per me entusiasmante – conformazione, a forma di gatto con la coda. Non a caso è stata chiamata il Gatto della Strega.



Nell’ultimo tratto di grotte, dal 2011 viene lasciato maturare un particolare vino prodotto da vitigni autoctoni, lo spumante Bàsura: “A riposare nell’oscurità sono il Bàsura Obscura, il Bàsura Riunda e il Bàsura Rosa.” (2)

Quando abbiamo raggiunto l’uscita, col sole lucentissimo, dopo più di un’ora passata nelle ombre accoglienti e freschissime delle grotte, avrei voluto ricominciare la visita daccapo. Ma non essendo, ovviamente, possibile, ci siamo incamminati lungo il sentiero in discesa. Eppure ci tenevo tanto a vedere il Santuario Rupestre di Santa Lucia, che si trova poco più in alto e comprende la Grotta di Santa Lucia Superiore. Sapevo che è aperto solo per poche ore la domenica, ma ho comunque imboccato la stradina di nuovo in salita per andare a sbirciare nel cortiletto oltre il cancello. Da sola, accompagnata da tre grandi corvi che volavano attorno.




Ci tornerò quando sarà tempo. Qualche volta, lasciare qualcosa di incompiuto offre un motivo in più per tornare dove il cuore ha gioito e l’anima ha volato.
Un pezzettino di cuore di sicuro è rimasto là, nella Grotta della Bàsura, fra calze appese, salottini stregati, gatti e altre incantevoli stregherie.

Tornati alla macchina, abbiamo raccolto le idee e di lì a poco abbiamo ripreso la strada verso l’ultima tappa del nostro viaggio.

Continua…

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note:

1. Per approfondire, oltre a visitare le grotte, consiglio il sito ufficiale Toirano Grotte
2. Vedi Toirano Grotte – Bollicine in Grotta