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venerdì 7 agosto 2026

Le Streghe della Valle Antigorio. Croveo e le Caldaie del Diavolo

Dopo essere stata, un anno fa, alla festa Le Streghe della Valle Antigorio, a Croveo di Baceno, innamorata del paesino e impaziente di ritornarci, ho colto l’occasione della nuova edizione della festa per partire e recarmi nuovamente lì, questa volta accompagnata da mia mamma e dal mio compagno.
Appena arrivati, parcheggiata la macchina con un pizzico di fortuna nell’ultimo posto rimasto libero nel parcheggio, ho notato subito una differenza rispetto all’anno passato, ovvero la mancanza della pioggia, a causa della quale i prati verdi e vivaci erano completamente aridi, secchi e giallastri. La siccità e il surriscaldamento hanno colpito anche le montagne, e purtroppo sembra che non vi sia magia di strega abbastanza forte da curare una natura così ferita e stremata dalla insana mano umana. È un colpo al cuore, al quale non credo sia possibile abituarsi, almeno per chi un cuore e un’anima naturale ce li ha ancora.
Per fortuna almeno non faceva troppo caldo, così abbiamo potuto fare una bella passeggiata fra le bancarelle, salutare vecchie amiche e acquistare nuovi libri e incensi artigianali. Ovviamente non prima di esserci fermati alla Trattoria Cistella per un caffè e una fetta di crostata integrale con i frutti di bosco.



Ripresa l’esplorazione, mentre nuvole scure si addensavano sopra le vette e un vento fresco iniziava a soffiare intensamente, mi sono imbattuta quasi per caso nello stand di quella che, poco dopo, ho scoperto essere l’illustratrice della locandina della festa. Ho sempre amato il volto di fanciulla-strega tra i fiori, stampato sui dépliant de Le Streghe della Valle Antigorio, e trovare la mano che l’aveva ritratta, nonché tante altre illustrazioni di fanciulle-streghe stampate su carta pregiata, è stata una gioia grandissima. Le ho prese tutte quante, una per tipo. Ma soprattutto conoscere l’illustratrice, Elisa Squillace, è stato per me quasi commovente.
Proseguendo, al museo etnografico Casa del Cappellano, già visitato l’anno scorso, ho finalmente acquistato il libro che contiene gli atti del processo alle streghe di Croveo, così potrò studiarlo con calma e attenzione. Dopo questa tappa obbligata ci siamo inoltrati su alcune stradine che un anno fa mi ero persa, scoprendo con sorpresa un percorso che si snoda in tutto il borgo di Croveo, scandito da cartelloni illustrati da Elisa che riportano la storia del luogo, delle sue streghe, e le leggende locali. Nulla di meglio per una cercatrice di leggende come me. Non ho trovato tutte le tappe, e questo è un motivo in più per tornare, magari lontano dalla festa, e cercarle tutte.
Raggiunto il piccolo portico antico, con le vasche di acqua purissima, sono rimasta alcuni minuti a guardare il mosaico dedicato a Giovanna la Fiora e alle altre streghe processate e torturate dall’Inquisizione. Proprio lì accanto due anziane del posto, vestite con abiti tradizionali, rievocavano l’antica filatura e tessitura della canapa con i loro strumenti di legno.


Dopo aver continuato il percorso fra le strette e pietrose vie del borgo, fra incontri inaspettati che hanno ricordato il mio primo innamoramento di quando ero bambina, ci siamo spostati appena fuori il centro del paesino per incontrare un luogo che, visto in fotografia, mi aveva incantata. Abbiamo raggiunto, attraverso il sentiero che costeggia il bosco, una parte del Giardino Glaciale degli Orridi di Uriezzo, ovvero le Caldaie del Diavolo di Croveo. Dal centro del ponte, crocevia di streghe, poiché si diceva che proprio lì accanto si cospargessero il corpo di unguento e volassero sul monte Cistella per danzare e celebrare i sabba, si assiste allo scrosciare eterno della cascata, che passa sotto a due enormi pietre appoggiate l’una sull’altra.



La forma dell’acqua sembra disegnare le sembianze di un inquietante fantasma ammantato di bianco, dal volto scuro e misterioso. Più lo osservavo, più mi sentivo osservata da lui. Cosa possa aver visto, lui solo lo sa, e gelosamente serba il suo segreto.



Stare davanti a una cascata simile permette di percepire la potenza inarrestabile della natura. Una natura che tuttavia continua a essere maltrattata e stremata, e che reagisce devastando e stremando, come necessaria conseguenza di ciò che subisce. Si assiste impotenti a tutto questo, con la vana speranza che gli uomini peggiori, i più potenti e privi di umanità, prima o poi si rendano conto di ciò che fanno.
Ai due lati del ponte, due cartelloni, uno dei quali illustrato da Elisa – il disegno che fra tutti amo di più – raccontano la storia e le leggende del posto. Quella delle Caldaie del Diavolo e quella del malvagio Rampign le ho trascritte accuratamente, e sono riportate qui sotto.


Lasciate le impressionanti Caldaie del Diavolo con la loro cascata, le nuvole erano ormai sopra di noi e qualche goccia fresca ha iniziato a cadere. Dopotutto, forse, qualche strega ci è riuscita a far piovere, ho pensato sorridendo. Ci siamo quindi infilati di nuovo alla Trattoria Cistella, dove abbiamo cenato con deliziosi gnocchetti alle ortiche conditi con burro e salvia per me, e gnocchi di zucca e castagne ai funghi porcini per il mio compagno e mia mamma. Tutto squisito.

Sotto una pioggia sempre più forte, con una temperatura di colpo decisamente bassa, siamo corsi a prendere la macchina per riprendere la via di casa. Eccezionalmente, ho lasciato che a guidare fosse il mio compagno. Ho scoperto che se la mia macchina la guida lui non soffro il mal d’auto, e per una volta mi è piaciuto rilassarmi e godermi il viaggio di ritorno, avvolta nel golfino, guardando fuori dal finestrino le montagne che scorrevano veloci sotto nuvoloni scuri e carichi di pioggia. Credo anche di essermi addormentata per qualche minuto… tante piccole cose che, in un mondo in cui mi sento sempre diversa dagli altri e spesso inadatta, mi fanno sentire un pochino più normale. Poco però… alla mia diversità ci tengo.

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Prima di avvicinarmi al ponte e alla cascata ho scattato una fotografia al cartellone che racconta le leggende delle Caldaie del Diavolo di Croveo. Riporto integralmente ciò che è riportato. Le parti in corsivo, come indicato sul cartellone, sono tratte dalla rivista L’Ossola, che in due numeri, tra il 1898 e il 1899, pubblicò la leggenda scritta da Ottorino Leoni.

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La leggenda delle Caldaie del Diavolo di Croveo

“Nei tempi antichi quando ancora i santi operavano prodigi e il diavolo andava pel mondo a giocar tiri birboni alla povera umanità, sorgeva nel letto del Devero, sotto Croveo, un molino che, distrutto e riedificato più volte, si vede tuttora sulla destra riva del fiume, presso le caldaie. Erane proprietario un vecchio ubbriacone e attaccabrighe, il quale di buono non aveva che una figlia, Lucia, bella e savia ed altrettanto amata da tutti, quanto il padre era cattivo e detestato.”

Tra Lucia e Michele, forestiero che si era stabilito a Croveo per fare anch’egli il mugnaio e costruire un mulino sul Devero, nacque l’amore, ostacolato da Domenico, il perfido padre della ragazza, che, abbandonato, accettò l’aiuto del Diavolo per ottenere vendetta.
Ma immediatamente se ne pentì e cercò l’aiuto del vecchio e santo eremita che viveva in una piccola grotta poco sopra al fiume. Il Diavolo apparve sulla cima della montagna, e il vecchio santo, gettatosi a terra con le braccia protese implorò la protezione celeste. Il Diavolo iniziò a lanciare enormi macigni sul torrente per distruggere il mulino e uccidere i due giovani. Ma miracolosamente non riuscì nell’intento e se ne tornò all’inferno, scornato.
Cessato il pericolo, Domenico, pentito, abbracciò e perdonò i giovani amanti, che si sposarono con la sua benedizione. E tutto andò bene fino alla morte del vecchio e santo eremita. Alla sua morte il Diavolo volle prendersi la sua rivincita e ostruì il letto del fiume per annegare i mugnai.

“Prese dunque due massi enormi, li trascinò alla riva del fiume e li sollevò in alto per precipitarveli in mezzo; ma per lo sforzo e nella fretta scivolò sull’umido terreno e cadde nell’acqua con sì mala sorte, che i due massi, cozzando l’uno contro l’altro, ne afferrarono in mezzo la coda. Per ira e dolore il demonio mandò acutissime grida, che intronarono per valli e per monti, come ululato di mille lupi presi al laccio. Cercò più volte invano di svincolarsi dalla terribile stretta; finalmente, in un parossismo di spasimo e di furore, diede un tale strappo, che un pezzo di coda rimase fra le rocce e lui andò a gambe levate, battendo il capo sopra uno dei massi, dove produsse una lunga spaccatura.
Per la seconda volta dovette darsi per vinto dinanzi a quella potenza occulta, più forte di lui, e tutto sanguinoso e cosparso di fango, si sprofondò nelle viscere della terra.
I due massi, bizzarramente accostati pel vertice l’un contro l’altro, giacciono fin d’allora in quella posizione e formano un ciclopico arco, sotto cui il torrente Devero, bianco di schiuma, si precipita in romoreggiante cascata nel profondo vortice, che il volgo battezzò col nome di caldaie del Diavolo.
”

La leggenda svela inoltre come la vera causa dell’epidemia di peste che colpì non solo l’Ossola ma tutta Italia fu il mozzicone di coda del Diavolo che ammorbò le acque del Devero, del Toce, del Ticino, e dell’intero Po, fino a che non si fu del tutto consumato.
“Era proprio quello il caso di dire che il Diavolo ci aveva messo la coda…”

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La leggenda del Rampign

“A questo ponte e ad altri luoghi pericolosi, come canali, fontanoni o gole, è legata una leggenda tramandata dagli anziani del paese, forse nata per incutere nei bambini un senso di timore e per allontanare il rischio di cadere. Si racconta di un’entità malvagia, il “rampign”, che vive in questi luoghi pericolosi e che, se non si sta attenti o ci si sporge troppo, trascina di sotto l’incauto allungando improvvisamente un “rampino”.”

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In merito a tutto ciò che riguarda le streghe di Croveo, proseguirò con lo studio, anche grazie ai libri acquistati alla festa, e magari scriverò qualcosa di approfondito non appena conoscerò adeguatamente l’argomento.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
La festa Le Streghe della Valle Antigorio si svolge da alcuni anni nell’ultimo weekend di luglio, a Croveo di Baceno. Tutte le info sono disponibili sulla relativa pagina di FB e su Instagram, cercando @streghe.valle.antigorio
Per conoscere le splendide illustrazioni di Elisa Squillace potete seguirla e contattarla su Instagram: @arte.sensibile

giovedì 16 ottobre 2025

Cassano d'Adda e le sue streghe

Questo breve viaggio nasce da alcuni studi svolti la scorsa primavera, quando sono venuta a conoscenza di due processi alle streghe che si erano svolti a Cassano d’Adda nel 1519 e nel 1520. Del primo processo non è rimasta alcuna documentazione, e tutto ciò che si conosce proviene dai vari accenni trascritti nel secondo. Questo pare abbia avuto un esito positivo, in quanto le accusate vennero con ogni probabilità rilasciate. Ma il primo si concluse in modo completamente diverso: tre delle cinque povere donne accusate vennero messe al rogo.
I processi si svolsero interamente nel Castello Visconteo di Cassano d’Adda, nelle cui fredde prigioni sotterranee le presunte streghe vennero relegate. I nomi di quelle imputate nel primo processo erano Leonarda da Inzago, Petrina de’ Terreni, Vanina detta la Zoppa di Pontirolo Vecchio, Caterina de’ Cerbalii di Pontirolo Nuovo e Cossina detta Formiga di Groppello.
Caterina venne infine rilasciata, e Cossina subì una verberazione – una fustigazione pubblica – con una verga e poi lasciata andare anche lei. Le altre tre furono meno fortunate. Leonarda e Petrina vennero arse vive sulla sponda dell’Adda, proprio davanti al castello e al paese di Cassano, così che tutti potessero vederle bruciare, i riverberi delle loro fiamme a illuminare le acque del fiume. Leonarda invece venne bruciata nel centro della piazza di Cassano, probabilmente davanti al castello.



Di questa storia avevo guardato con interesse un episodio di Martesana Fantastica condotto da Giancarlo Mele – non privo di incorrettezze ma comunque interessante – ed era sorto in me il desiderio di conoscere quel posto, soprattutto quella riva di fiume sulla quale si affaccia l’intero paese. Volevo vedere con i miei occhi ciò che gli occhi delle povere Leonarda e Petrina avevano visto per l’ultima volta, e quindi osservare dall’alto ciò che invece era apparso agli occhi attoniti dei paesani.


Sono quindi partita verso Cassano d’Adda con l’intenzione di visitare anche un altro luogo vicino che mi aveva inquietata non poco.
Giunta a Cassano, dopo aver studiato il percorso per raggiungere il cosiddetto Traversino, ovvero la stradina asfaltata che costeggia la riva del fiume fino alla biforcazione fra l’Adda e il canale Muzza, e si affaccia esattamente davanti al paese e al castello, sono scesa verso Villa Maggi Ponti e ho lasciato la macchina. Quindi mi sono incamminata verso l’ingresso del Traversino. Una cancellata indicava il divieto d’accesso, ma è possibile passarvi accanto e superarla – non ero l’unica ad averlo fatto.


Ecco dunque il luogo esatto dove i roghi di Leonarda e Petrina avevano divampato, e le volute nere del fumo avevano incupito il cielo. Un’immagine contrastante con la lucentezza e la pace che invece appariva davanti a me, rincuorandomi.
Naturalmente al tempo dei roghi il Traversino non c’era, e le pire di legna dovettero essere montate sulla sponda sassosa, di cui rimane ampia traccia accanto al sentiero.


Sono rimasta lì in ascolto, e su un tetto poco distante le taccole si sono fatte sentire. Capita spesso che le incontri in luoghi antichi e stregati, come se ne fossero le protettrici. (1)

Dopo aver camminato e osservato a lungo, ho lasciato il Traversino e dopo una piccola tappa intermedia – di cui parlerò a parte – mi sono spostata verso il centro di Cassano, raggiungendo la piazza del castello. Era completamente deserta. Il castello è diventato un ristorante e una location per eventi – che detta così atterrisce un pochino, ma tant’è – e non è possibile entrare.


Sapevo che non avrei potuto visitare l’interno, men che meno i sotterranei e la sala dove si era svolto il processo, così mi sono accontentata di girarci attorno. Mi sono spostata verso la parete esterna, quella che si affaccia sul fiume e sulla riva dove Leonarda e Petrina erano bruciate, e ho guardato giù. Non vi è dubbio che chiunque, da quell’altezza e con quell’ampia visuale, le avrebbe viste chiaramente. Il Frate Inquisitore Gioachino Beccaria, nella sua fanatica spietatezza e teatralità, aveva scelto bene.


La piazza del resto era stata anch’essa teatro del terzo rogo, svoltosi qualche settimana dopo il primo. La povera Vanina la Zoppa era arsa qui, probabilmente attorniata dalla folla accorsa per vedere la strega bruciare.

Dopo aver scattato diverse fotografie, con l’intenzione di accompagnare questo resoconto alla ricerca che avrei pubblicato l’indomani, mi sono rintanata in un bar per il caffè di rito e un dolcetto.
Rinvigorita e riposata mi sono quindi spostata verso Inzago, paese di Leonarda. Nel secondo processo di Cassano è riportato che, durante gli interrogatori del primo, l’imputata Cossina detta Formiga aveva dichiarato di aver visto certe streghe nel bosco Tuneda, mentre si deliziavano con insalata e ciliegie “come fanno i demoni” (2). Il bosco Tuneda al tempo era ampio e rigoglioso, e si estendeva a triangolo fra Inzago, Cassano d’Adda e Groppello. Ad oggi ci sono solo campi coltivati, a parte qualche arbusto e sporadico albero a ricordare ciò che era stato.
Al margine di quello che era stato il bosco, tuttavia, sorge ancora oggi una vecchia costruzione, la Cascina Draga. Come narrato nel video di Giancarlo Mele, quella doveva essere l’ultima abitazione prima del bosco, o meglio, l’abitazione si affacciava direttamente sul bosco, e questo doveva fare molta paura. Se poi in quel bosco si diceva che si incontrassero le streghe, la paura diventava terrore. La cascina nel 1500 esisteva già, anche se probabilmente col tempo subì gravi danni e dovette essere rattoppata o ricostruita – con i mattoni rossi oggi ben visibili. Ma qualcosa di antico è rimasto. Per proteggere la casa dal male, dai demoni, dalle streghe, da tutto ciò che era invisibile, ignoto e potenzialmente pericoloso, venne infatti murata sulla parete esterna che fronteggiava il bosco Tuneda una enorme croce. Il potere di questa croce rivolta al bosco maledetto doveva tenerlo lontano, lui e tutto ciò che di malefico vi si aggirasse.



Ho voluto vederla quella croce, e come immaginavo, mi ha profondamente inquietata. Di certo tiene lontano me, ho pensato, e data la mia natura non ha tutti i torti.
Sono però rimasta stupita dal fatto che del legno della croce vera e propria non rimanesse quasi più nulla. Nel video girato per Martesana Fantastica solo pochi anni fa la croce era ancora quasi intera, e deve essere rimasta cementata lì per diversi secoli. Pertanto mi è sembrato strano che in una manciata di anni da quando è uscito il filmato sia quasi del tutto scomparsa.

Ad ogni modo, allontanarmi dalla Cascina Draga è stata una gioia. Rispetto a chi cementifica enormi croci scure sui muri per tenere lontano il bosco con i suoi diavoli, io avrei scelto il bosco, sarei fuggita nel bosco. Dopotutto, ancora oggi la croce ha sortito il suo effetto. Con una certa inquietudine nel cuore mi sono quindi avviata verso casa, in direzione del tramonto.
Camminare nei luoghi di processi e di streghe al rogo lascia qualcosa dentro di inafferrabile. Un altro tipo di ombra, un velo scuro di tristezza e impotenza, grigio e pesante come il fumo di un fuoco ormai spento. E la sensazione che le cose sono cambiate, sì, ma neanche poi tanto.
Eppure raccontare queste storie, ricordare questi luoghi e coloro che vi hanno subito il martirio della superstizione e del fuoco è importante. Questo noi oggi lo possiamo fare, lo dobbiamo fare. Se non noi, chi? E se non oggi, quando?
Un pensiero di comprensione e affetto va a Leonarda, Petrina e Vanina.
Non siete state dimenticate. Possiate aver trovato pace e rinascita.

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Per leggere la ricerca I processi alle streghe di Cassano d’Adda, così come le fonti riportate nella bibliografia, rimando a Radici di Strega, a questi collegamenti:
I processi alle streghe di Cassano d’Adda – Parte prima. Accenni al primo processo e i roghi di Leonarda, Petrina e Vanina la Zoppa
I processi alle streghe di Cassano d’Adda – Parte seconda. Frammenti di tradizione stregonica nel secondo processo

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note:

1. La presenza delle taccole in certi luoghi magici, e soprattutto in quelli legati alle streghe, mi ricorda sempre che una delle sembianze che la famosa strega scozzese Isobel Gowdie soleva assumere, era proprio quella di una taccola.

2. Cfr. Tullio Bazzi, Da un processo di streghe, in Archivio Storico Lombardo: Giornale della Società Storica Lombarda, Serie 2, Volume 7, Fascicolo 4, 1890, pag. 881.

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Note di Viaggio:
Per arrivare a Cassano d’Adda si prende l’autostrada Milano-Venezia e con un buon navigatore satellitare la si raggiunge facilmente. Per arrivare al Traversino, invece, bisogna attraversare il centro di Cassano, quindi passare il ponte sull’Adda e scendere verso Villa Maggi Ponti, che si trova sull’Isola Ponti, affacciata verso Cassano.
La Cascina Draga invece si trova su una stradina di campagna, la Strada della Draga. Bisogna percorrerla fino in fondo, dove apparirà la grande costruzione e l’ombra della sua croce.

domenica 3 agosto 2025

Le Streghe della Valle Antigorio. Pensieri sparsi a Croveo

Vorrei raccontare di questo viaggio, in un luogo che desideravo conoscere da tanto tempo, a una festa alla quale da tanti anni avrei voluto partecipare, ma non ho abbastanza parole per farlo. Molte cose stanno cambiando, e questa esperienza è stata piena di sensazioni contrastanti e difficili da esprimere. Da una parte il mio tumulto interiore, una pace consapevolmente precaria che di lì a poco sarebbe crollata di nuovo; dall’altra, il luogo magnifico che mi ha accolta e che mi ha trasmesso tanta bellezza.
Non adesso, adesso non riesco a sentirti come vorrei, ho pensato, camminando lungo quelle vie e quei vicoli nascosti, stretti e segreti, colmi di streghe, cappelli a punta e gatti neri. Tornerò nel silenzio e nella solitudine. Tornerò quando sarò capace di sentire.

A volte si desidera qualcosa che si crede di non riuscire a realizzare, e poi semplicemente succede, e passato il tempo in cui ti saresti chiesta perché non ci eri riuscita prima, sorridi dentro di te e riconosci, ancora una volta, che ogni cosa succede a suo tempo, perché le porte chiuse si aprono quando trovi la chiave. E la chiave è dentro di te.
Ciò che all’inizio sembra difficile, poi diventa facile. E questo vale per ogni cosa.




Pensieri sparsi su una giornata strana, in bilico, che tuttavia sono felice di aver vissuto. Perché alla festa Le Streghe della Valle Antigorio, a Croveo di Baceno, desideravo andare da tanto tempo, ma avviene sempre a fine luglio, e gli anni passati il caldo non mi aveva mai permesso di tentare il viaggio. Questa volta, invece, la temperatura è stata perfetta, e anche se il mio momento interiore era tutto fuorché perfetto, l’ho colto così com’era, perché a volte le cose o le cogli così come sono, o rischi di perderle.



Ci tengo a dire che non conosco per nulla la storia delle donne processate come streghe nella Valle Antigorio, mi sono tenuta volutamente all’oscuro perché non era tempo, per me, di approfondire questo argomento nei miei modi e con i miei mezzi. Ho aspettato di leggere qualsiasi notizia, qualsiasi ricerca, sceglierò con attenzione come procedere e quando sarà tempo mi immergerò in queste dolorose vicende. Pertanto sono andata a Croveo semplicemente perché volevo osservare, toccare, sentire, assaggiare, vivere. Ci sono andata con mia mamma, che è stata tanto contenta di esserci.




Non racconterò nient’altro perché non ho niente di ispirato da dire, è stato semplicemente bello, ho riabbracciato forte, più e più volte, una persona cara che non vedevo da anni – Natalina e le sue fatine di lana – e dopo aver esplorato con la mia mamma – il ginocchio acciaccato non solo non l’ha fermata, ma ha magicamente smesso di farle male – una buona parte del paesino di Croveo addobbato e incantevole, così come il Museo “Casa del Cappellano” – che mi è piaciuto tanto – il vecchio torchio e la cantina – dove due splendide donne mi hanno trasmesso qualcosa di magico ed enigmatico – sono ritornata alla macchina e siamo tornate a casa.




Naturalmente una piccola tappa golosa, se non altro per nutrirmi dato che ultimamente lo faccio poco, alla Trattoria Cistella, con un caffè e una fetta di crostata ai frutti di bosco, non poteva mancare. Ne avevo bisogno, e ho adorato quel piccolo bar ristorante, caldo e accogliente, pieno di streghine appese e piccole cose antiche sparse in ogni dove.

L’incontro vero e proprio con Croveo, e con l’ambiente magico nel quale è immerso, avverrà in un secondo momento. Forse per quel giorno sarò anche un pochino più preparata sulla storia che è rimasta impigliata, come nodi su di un pettine, fra quelle vecchie pietre. Una storia di persecuzione e morte che merita tempo, attenzione e tanta cura. Possibilmente quando avrò la mente più serena e il cuore in pace.

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A farmi compagnia lungo il viaggio di ritorno, una streghina adorabile, con un piccolo gatto nero, e un’altra entità magica e potente acquistate da Anima nel Fuoco – la trovate su IG come @animanelfuoco – che è stato uno dei motivi che mi hanno spinta a partire. Le ho adorate appena le ho viste in foto, dovevo per forza andare a conoscerle e a cercare quale, tra le tante, avrei riconosciuto come mia e sarebbe voluta venire a casa con me. Visto ciò che è arrivato, non potevo desiderare di più.

Questo viaggio è un assaggio di ciò che, forse, avverrà più avanti. Croveo mi ha toccato il cuore, molto più di quanto avrei immaginato. Ma non è questo il tempo.
Lo aspetto, e nel mentre riposo, recupero le forze, e soprattutto la magia che negli ultimi anni mi è scivolata via dalle dita. Lei che è sempre qui e sempre lo sarà, intoccabile, immutata. È tempo di ritrovarci e tornare ad essere una cosa sola. Dopo, ogni cosa verrà da sé.

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ALBUM FOTOGRAFICI
Croveo di Baceno e Le Streghe della Valle Antigorio
Il Museo “Casa del Cappellano”

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sabato 18 gennaio 2025

Levone, il Paese delle Masche

Una suggestione nata da un libro, l’immagine di quattro donne che si abbracciano, una dolorosa storia del passato, e quattro nomi: Antonia, Francesca, Bonaveria e Margarota. Ecco cosa mi ha accompagnata nelle ultime settimane e mi ha spinta ad andare a conoscere più da vicino il luogo in cui tutto è accaduto.
Era il 1474 a Levone, nel Canavese, e le quattro donne, Antonia de Alberto, Francesca Viglone, Bonaveria Viglone e Margarota Braya vennero accusate di essere eretiche, apostate e streghe, e processate nel vicino castello di Rivara, dove vennero tenute prigioniere prima del compiersi della loro sorte. Bonaveria rimase imprigionata a lungo, più di tutte le altre, risulta ancora presente fra le accusate anche del secondo processo, quello di Rivara del 1475, ma la sua conclusione non ci è pervenuta, per cui non si conosce la sua sorte. Margarota ebbe fortuna, riuscì a fuggire. Era giovane, forse bella, forse venne aiutata. Scomparve dalle prigioni e di lei non si seppe più nulla. Antonia e Francesca invece ebbero la fine peggiore. Vennero messe al rogo. Per loro, a causa della gravità dei crimini di cui erano accusate – l’uccisione di un gran numero di bambini, tra le varie cose – non venne messa in atto nemmeno la tortura che spesso precedeva le fiamme, e che per quanto dolorosa avrebbe provocato il loro svenimento. Furono legate su una catasta di legna in un prato poco fuori Levone – oggi difficile da identificare – il cosiddetto Prà Quazoglio, e perfettamente sveglie e coscienti, vennero bruciate.
Il loro caso è uno dei più preziosi e unici in Piemonte, in quanto gli atti del processo sono sopravvissuti integralmente. La documentazione venne infatti scoperta per caso a metà del 1800 dallo studioso Pietro Vayra, il quale si interessò all’argomento e si occupò di tradurre dal latino quelle antiche pagine delicate e ingiallite. Vayra pubblicò quindi la sua traduzione nel 1874, esattamente 400 anni dopo il processo, e la stessa traduzione – lievemente riveduta e commentata – è stata riproposta integralmente pochi anni fa, completa delle fotografie delle pagine degli atti originali, dall’autore levonese Pier Luigi Boggetto nel suo prezioso libro Le streghe di Levone. Tra realtà e mito.
Ed ecco la mia prima suggestione. Mi sono procurata il libro alcune settimane fa e, appena arrivato, l’ho divorato in poco più di una notte. L’ho trovato estremamente ben fatto, ispirante, e mi ha invogliata a incontrare i luoghi della storia, nonché le belle iniziative che il comune ha organizzato per ricordare queste quattro donne. Levone è stato infatti registrato come Il Paese delle Masche; ne è nato un logo, la sagoma delle quattro donne che si abbracciano e che accolgono chi visita Levone, proprio accanto alle porte del minuscolo ricetto; è stata intitolata loro una via, Via le Masche o Strada delle Masche; è stato organizzato un concorso poetico, le cui poesie erano dedicate a loro – una di queste è incisa nel bel rilievo accanto al cancello del parco comunale; sono state create e donate al parco due statue raffiguranti le due streghe bruciate; e infine, una azienda agricola all’ingresso della strada che porta a Levone, chiamata non a caso Azienda Agricola Le Masche, ha dedicato alle streghe e alla loro storia alcuni vini particolari, prodotti tipici delle vigne canavesane.




Per cercare tutto questo sono partita ieri pomeriggio con il mio compagno di viaggio, alla volta di Levone. Non c’era molto da vedere, era piuttosto tardi e molto non sono riuscita a trovarlo – motivo per tornarci più avanti – ma è comunque stato piacevole.
Arrivati nel Paese delle Masche, nella piazzetta con il pannello delle quattro donne, per prima cosa mi sono diretta al parco comunale, accanto alla chiesa parrocchiale. Lo spazio dove adesso sorge il sagrato, all’epoca del processo ospitava il piccolo cimitero di Levone, dedicato a San Giacomo, ed è l’unico luogo realmente citato negli atti. Si diceva che Antonia e Francesca avessero prelevato il corpicino di molti bambini dalle tombe del cimitero per farne polveri e unguenti.


Nel parco comunale sono state poste due statue molto particolari. Realizzate in ferro battuto, raffigurano Antonia e Francesca al rogo, la gonna di fiamme, le braccia sollevate, l’urlo di dolore.
Ho scattato qualche foto, potendo finalmente vederle da vicino. Il freddo era davvero pungente, per cui non mi sono trattenuta a lungo.




Ho quindi esplorato qualche minuto il minuscolo ricetto, più simile a un cortile di case abitate, silenzioso e quieto, e poi ci siamo rintanati a scaldarci un pochino nell’unico bar del posto. Qui ho dovuto ascoltare alcuni discorsi “da bar” di un levonese pieno di pregiudizio e rabbia verso tutto e verso tutti. Dopotutto, mi sono detta, certe cose non cambieranno mai.



Usciti, prima che facesse buio, mi sono recata dall’altra parte del paese rispetto al ricetto. Qui scorre il torrentello Levona, nel quale si immette un piccolo rio che lambisce il paese ma che non sono riuscita a individuare. Il suo nome, rio Bardassano, in origine faceva sorridere i bambini, eppure potrebbe nascondere un significato estremamente interessante. Si chiamava infatti rivus Merdanzanus, o Merdanzone, e a lungo si è pensato che la parola fosse dovuta al cattivo odore che il corso d’acqua emana nei periodi di secca. Tuttavia, c’è chi sostiene che la parola provenga – in modo curioso e forse poco plausibile – dal francese, e che sia una italianizzazione di “Mère, dansons!”, ovvero “Madri, danziamo!”. A me ha naturalmente ricordato le madri danzanti delle nostre zone, le care Matronae cisalpine che tanto sono presenti in queste terre, nelle quali ancora – non viste, dimenticate – danzano e danzano. E non ricorda forse la loro danza dalle braccia intrecciate, il logo delle quattro streghe di Levone? Una coincidenza involontaria, eppure emblematica.
In ogni caso il piccolo rio è rimasto celato, così mi sono accontentata del torrentello Levona, che gorgogliava leggero nel crepuscolo, sotto le prime stelle della sera e un curioso allineamento di pianeti.


Lasciato il torrente Levona, abbiamo percorso in macchina – il freddo era rigido – il breve tratto della Strada delle Masche, che collega Levone alle borgate Viettone e Crosaroglio. Anche queste si dice siano legate ad altre vicende di masche, ma non ho ancora potuto approfondire.
Il tempo era poco ed è volato via, così con le ultime luci del giorno ci siamo recati all’Azienda Agricola Le Masche. Anche se non bevo vino – al massimo intingo il becco – ci tenevo assolutamente a portarne a casa almeno una bottiglia. Ammiro e supporto le iniziative che mantengono viva la memoria delle nostre streghe, e se posso adottare ciò che è a loro dedicato, lo faccio con piacere.
I vini dedicati alle quattro donne levonesi, nonché all’epoca del processo, sono sei: due rossi, il Bonaveria e il Margarota, un erbaluce di Caluso, bianco, dedicato ad Antonia, e un rosato, il Francesca. Ho scelto Francesca, mentre il mio compagno ha scelto Bonaveria. Gli altri due sono spumanti, e dato il periodo natalizio appena passato, erano esauriti. Sono lo spumante 1474, a ricordo della data del processo alle streghe, e il Faja, che invece ricorda la Fata, entità benefica che abiterebbe ancora queste zone boscose – così come molte altre. Mi piace segnalare anche che in un’altra azienda agricola poco distante, gestita da Monia Peroò, vengono prodotte anche le Gallette delle Masche. Non ci siamo andati ma, se tornerò da quelle parti, non mancherò di portarne a casa qualche profumato pacchetto.


Finita la breve esperienza di Levone, rimasta per me piuttosto silenziosa e forse un po’ ritrosa, abbiamo ripreso la via di casa. Tuttavia, passando vicino a Ivrea ho ricordato la deliziosa e tradizionale Torta 900, prodotta dalla storica Pasticceria Balla. Una cara amica me l’aveva regalata proprio due anni fa per il mio compleanno, e dato che la stessa data si avvicina ho deciso di fare una piccola deviazione e farmi un regalo anticipato.
Ci siamo immersi in una Ivrea notturna, gelida, affiancata dalla Dora Baltea buia e placida. La Pasticceria Balla è davvero un posto unico e sublime, e nonostante la tentazione di comprare tutto ho fatto la brava e sono uscita orgogliosa con la mia tortina in mano. Un tè caldo in un bar poco distante, dove la barista ci ha intrattenuto con preziosi consigli su cosa esplorare a Ivrea, suggerendo anche – la prossima volta – di assaggiare non solo la Torta 900 ma anche la meno nota Dama Bianca – e potevo non innamorarmi di questo nome? – e poi, mezzi congelati, abbiamo preso la via del ritorno.

Ora, qui a casa, al calduccio, dopo essermi deliziata con una merenda a base di torta, ripenso a ciò che ieri ho visto e vissuto. E a nuove porte che si stanno aprendo su vie poco distanti, sia in Ivrea e magari nella bella Valchiusella, sia nei luoghi di altre donne dal comune triste destino. Sagge curatrici o semplicemente sfortunate: streghe.
Ieri ho iniziato a leggere un breve romanzo, sempre sulle streghe di Levone ma ambientato ai giorni nostri. Non riuscivo a staccarmi dalle sue pagine, e anche se non l’ho ancora finito mi sento di consigliarlo. Si intitola La congrega di Levone, ed è stato scritto dalla levonese Serena Girivetto.
Sono sempre infinitamente grata a queste suggestioni. Tanto all’ispirazione iniziale, quanto alla cascata di corollari che ne conseguono. Amo seguire queste vie che si rivelano passo dopo passo. Spesso le vie secondarie – le più preziose – si mostrano solo dopo aver percorso le primarie. Per ora sono storie, pagine stampate ricche di vita passata eppure sempre presente. Col tempo… chissà.

La ricerca e alcuni dettagli emersi dal processo alle streghe di Levone continueranno ad accompagnarmi nei giorni a venire. Ne scriverò presto e lascerò qualche appunto sparso qua e là, e se potrò tornare in quelle zone, e riuscirò a trovare altri luoghi e suggestioni, scriverò nuovamente e con piacere dell’argomento.
Per stasera rifletto, leggo, ascolto e onoro la memoria, con tutto il cuore.
E accendo una candela per loro.
Per Antonia, per Francesca, per Bonaveria, e per colei che si è liberata, Margarota.
Possa la loro anima aver trovato pace. Possano le loro discendenti vivere per sempre, e tramandare il loro spirito. Allora come oggi.

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Ringrazio tutto ciò che mi ha condotta su queste vie. Ringrazio l’autore Pier Luigi Boggetto per aver scritto e pubblicato il suo prezioso libro, ringrazio l’autrice Serena Girivetto, per il suo romanzo così affascinante, e ringrazio il sindaco di Levone per aver reso omaggio alle loro streghe, così che vengano ricordate.
Per chi volesse, consiglio la visione di questo video, nel quale sia l’autore Boggetto, sia il sindaco di Levone, parlano della storia del processo e di come hanno deciso di ricordarla nel loro paese:
LEVONE. Viaggio nel paese delle masche arse sul rogo


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ALBUM FOTOGRAFICO

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