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venerdì 3 luglio 2026

Viaggio a Macugnaga. Il Museo Antica Casa Walser, il Tiglio, la Chiesa Vecchia e i Götwiarchjini

In un anno di ritorni in luoghi già vissuti e amati, anche questo viaggio è stato un ritorno, questa volta alla cara Macugnaga e alla vicina Val Quarazza. L’avevamo lasciata promettendoci di tornarci in breve tempo per completare l’esplorazione delle tappe più suggestive, ma sono passati tre anni. Eppure il tempo non conta, conta la sensazione che sia arrivato il momento giusto per partire e vivere ancora quei posti che, in modi diversi, sono rimasti impressi nel cuore.
Tentando di sfuggire al terribile caldo anomalo dei giorni scorsi, abbiamo quindi deciso che era il momento di rivedere la cara montagna, cogliendo l’occasione per raggiungere le mete che avevo appuntato sul mio quaderno dei viaggi.
Siamo partiti domenica all’ora di pranzo, quando le strade sono più libere e tranquille, e a metà strada abbiamo imboccato la provinciale che sale verso le fresche vette. Siamo arrivati in un paio di ore scarse e abbiamo lasciato le borse nell’hotel Dufour, che mi era piaciuto la prima volta che ci ero passata accanto, e che ci ha accolti per passare la notte. La nostra camera era minuscola ma carina, l’avevamo scelta col balconcino rivolto alle montagne, così da uscire a guardarle e a respirare l’aria fresca a tarda sera.
Abbiamo quindi lasciato l’albergo con i buoni consigli della gentile receptionist, e ci siamo spostati a Borca, a pochi chilometri di distanza, per visitare il Museo Antica Casa Walser, un’autentica abitazione Walser, risalente al 1600, molto grande e bella, oggi adibita a museo sulla vita quotidiana dei del suddetto popolo di origine tedesca, che scese dalle Alpi e si stabilì in diverse zone attorno al Monte Rosa.


Parcheggiata la macchina nel parcheggio a pochi passi dal museo, siamo entrati nella casa e una signora dolcissima ci ha accolto con una gioia e un entusiasmo che mi hanno scaldato il cuore. Ci ha quindi accompagnati nella visita, raccontando ogni stanza, l’utilizzo degli strumenti e la vita quotidiana di una tipica famiglia Walser, con le loro difficoltà e le loro tradizioni. Ascoltare la voce di questa dolce signora, osservando il suo volto così sincero, puro e gentile, è stata la cosa più bella.



La casa è divisa in tre piani. Il primo che si visita è il pianterreno, con la cucina e il focolare – sopra il quale è stata posta una statua intagliata nel legno di un Götwiarchj, i buoni folletti domestici delle leggende del posto – la sala crocevia, o vecchio ingresso, dalla quale si accede alle altre camere, e la stanza più importante di tutta la casa, la stobu – o stube – dove il calore del fuoco acceso manteneva il calore all’interno e la famiglia era solita riunirsi, soprattutto in inverno, poiché la stobu era l’unica parte calda della casa. Visitato il pianterreno, si sale quindi al primo piano, dove si trova la sala dei mestieri tradizionali, con gli antichi strumenti per praticarli, la sala della lavorazione del pane, la sala in cui sono conservati minerali e oggetti preziosi come corredi pregiati e abiti tradizionali, ricamati col filo dorato – per chi poteva permetterselo – che raffigurava spighe di grano, stelle alpine, nontiscordardime.


In questo piano era presente un dettaglio che io desideravo vedere da tanto tempo. All’interno della stanza, oggi adibita a sala dei mestieri, era infatti presente una finestrella quadrata, più piccola delle altre e sempre chiusa. Questa era la Seelabalgga, o “finestrella dell’anima” in lingua titsch – la lingua parlata dai Walser. Quando nella casa qualcuno moriva, e solo in quel momento, la Seelabalgga veniva aperta, così che l’anima del defunto potesse uscire e involarsi in cielo. La finestrella dell’anima era essenziale e non vi era casa Walser che non ne avesse una. Per me vederla, e sentirne raccontare dalla guida, è stato emozionante.


Dopo il piano superiore, ci siamo spostati nel piano interrato, dove è esposta una collezione di fotografie d’epoca e dove è possibile acquistare qualche piccolo ricordo, in particolare i folletti Götwiarchjini, così cari alla tradizione di Macugnaga. La nostra dolce guida ce ne ha parlato con un tale amore e rispetto che sono sicura che credesse fermamente nella loro presenza. Ed è stato bello sentirla pronunciare la formula in lingua titsch con la quale i folletti, offesi per il comportamento degli esseri umani, si congedarono per sempre e se ne andarono a vivere sopra le nuvole.
In questa stanza ho immediatamente adocchiato dei libri, venduti a coppie tenute insieme da un elastico, proprio sui Götwiarchjini, ovvero sulle loro leggende accompagnate dai disegni dei bambini delle scuole elementari di Macugnaga. Ovviamente ho comprato la mia coppia e me la sono tenuta stretta come un preziosissimo tesoro, con l’intenzione di leggerla durante la nottata.
Terminata la visita ci è dispiaciuto dover salutare la signora della casa, anche se con gioia l’avremmo rincontrata inaspettatamente la mattina successiva, scambiando con lei ancora qualche parola.
Ci siamo quindi riavviati verso la piazza di Macugnaga, dove ci siamo rilassati con un buon caffè e qualche biscottino al bar pasticceria Jäger. Seduti fuori al sole, che tuttavia stava cominciando a nascondersi dietro le nuvole, si gode della vista limpida della cima del Monte Rosa, che tuttavia mi ha trasmesso tristezza, perché i ghiacciai sono quasi esauriti e anche la neve perenne è quasi del tutto sciolta. Il cambiamento climatico si mostra soprattutto qui, nei ghiacciai e sulle vette, anche se certe persone prive di sensibilità e di intelligenza continuano imperterrite a negare ogni evidenza.
Dopo il caffè e qualche lungo minuto di spensierato rilassamento, ci siamo incamminati verso il tiglio secolare e la Chiesa Vecchia, che speravo questa volta di trovare aperta. Il tragitto è breve e bellissimo, con la lontana cascata che scorre sulla montagna a destra, proprio accanto alla funivia, e un paesaggio incantevole che accompagna ogni passo. Ci siamo avvicinati con rispetto al vecchio tiglio – di cui ho parlato qui – che ci ha accolti nel suo profumo inebriante, e ricordando le leggende del posto ho osservato a lungo le radici e gli incavi del possente tronco, dentro i quali si dice che vivessero i Götwiarchjini.



Siamo quindi entrati nell’antico cimitero, suggestivo e bellissimo, e con gioia ho trovato il portone della chiesa aperto. Nella penombra dell’interno si vedevano tremolare le fiammelle di tante candele accese da poco.




La chiesa è più grande di quanto immaginassi. È leggermente interrata, come vuole la leggenda delle streghe Streckala e Brennara, e al suo interno è presente una statua della Madonna con Bambino che mi aveva sempre incuriosita.


Sembra molto antica – qualcuno sostiene che sia una riproduzione fedele dell’originale, che sarebbe conservato altrove – e per alcune sue caratteristiche mi ricorda le Madonne Nere autentiche, specialmente il volto grande, lo sguardo rivolto avanti, lo stile rustico e semplice.


Sono rimasta nella chiesa per un po’ di tempo, persa a osservare ogni dettaglio, poi ho acceso una candela, come sono solita fare, nonostante non sia cristiana, l’ho accompagnata con una preghiera e sono uscita. Il mio compagno mi aspettava fuori nel grande prato verde, seduto sulla panchina, mentre il cielo, ormai nuvolo, iniziava a lasciar cadere qualche gocciolina.


Qualche gocciolina che è presto diventata una bella pioggia decisa, e che ci ha spinti a entrare velocemente nel ristorante nel quale avremmo cenato, il Flizzi, proprio all’angolo della piazza. Una cena che ricorderemo a lungo, perché raramente capita di mangiare così bene. Avevamo anche un piccolo sconto che ci ha fornito l’albergo, come omaggio per la nostra permanenza, così ci siamo concessi qualche sfizio in più, come il dessert a base di torna scomposta di crema pasticcera e fragole, una delizia.
Dopo cena faceva decisamente freddino, così siamo usciti di corsa per raggiungere l’hotel dall’altra parte della piazza, e ci siamo rintanati in camera. Avevo portato con me il mio mini bollitore elettrico, completo di bicchieri e cucchiaini, dato che la camera ne era sprovvista, e ho preparato una tisana bollente che siamo poi andati a bere nel salottino comune, così carino in stile montano con dettagli moderni, e tanto splendido legno.
La nottata è trascorsa tranquilla. Il mio compagno si è addormentato subito, mentre io ho passato qualche ora a leggere le leggende dei Götwiarchjini, uscendo per qualche minuto sul balconcino, al cospetto delle grandi montagne. Poco prima di dormire sono uscita ancora una volta, e ho notato una stellina luminosa proprio sopra la vetta del Monte Rosa. Solitaria e lucente, vegliava sul mondo. L’ho ringraziata per la sua luce e la sua bellezza, le ho parlato un pochino e, rientrando, le ho augurato la buonanotte. Sapevo che avrebbe vegliato anche su di me.
Con una candelina accesa e la presenza delle montagne a proteggere e custodire, sono scivolata in un sonno leggero e tranquillo.

***

La prima giornata a Macugnaga, fra la casa-museo, il tiglio secolare e la bellezza dei paesaggi, oltre alla mia nottata di lettura delle leggende locali, è stata costantemente accompagnata dal pensiero dei Götwiarchjini. Per questo mi sono ripromessa di approfondire l’argomento e di trascrivere la storia della loro dipartita.

I Götwiarchjini – o Guttviarghini, da got-viarghini, ovvero “buoni lavoratori” – come vengono chiamati i nani di Macugnaga nell’antica lingua titsch, erano creature buone, gentili e generose, ma talvolta dispettose se venivano offese dal comportamento degli esseri umani. Avevano insegnato agli uomini a lavorare il latte, ossia a ricavarne burro, ricotta e formaggio, ma non avevano svelato l’ultimo segreto, ovvero cosa fare con il siero. Erano i custodi dei camosci e li accompagnavano nei pascoli, sapevano mutare i sassi, il carbone e le foglie degli alberi in oro puro, e abitavano nelle montagne, nelle buche, nelle miniere o in piccole dimore nascoste fra le radici e gli incavi del grande tiglio secolare che cresce accanto al cimitero di Macugnaga.
Questi folletti in realtà erano diffusi in tutta la Val d’Ossola, e differivano solo nel nome, che cambiava a seconda delle zone. A Macugnaga erano appunto definiti Götwiarchjini o Guttviarghini, mentre a Ornavasso erano chiamati Twergi, a Bognanco erano i Cuscitt, Cucitt nella Bassa Ossola e Cüsch ad Anzola, Kwerc a Migiandone, Zwargje in Val Formazza, ma anche Stockji nella Valle del Lys, Doggi a Obersaxen e Tacchie a Rima. (1)
La loro caratteristica principale era che avevano i piedini rivolti all’indietro. Questa particolarità era segno della loro appartenenza alla dimensione magica, ma poteva essere considerata da qualcuno come un difetto, una dimostrazione della loro diversità. Proprio a causa di questo pregiudizio, esternato niente meno che da un bambino, i Götwiarchjini si allontanarono per sempre, come narra la loro leggenda più nota a Macugnaga.
La leggenda è stata trasmessa oralmente, con più o meno dettagli, da diverse persone macugnaghesi nel corso degli anni. Riporto tuttavia quella più ricca, raccontata da Beba Schranz nella coppia di preziosi libri reperibili presso il Museo Antica Casa Walser.

La “rinascita” dei Götwiarchjini di Macugnaga

“A Macugnaga ai piedi dell’immensa parete est del Monte Rosa, c’è un grande tiglio secolare le cui fronde, tempo addietro, arrivavano a sfiorare le tombe adagiate nel piccolo cimitero posto lì accanto. (…)
Nel tronco di quel vecchio albero, da tempo immemorabile, vivevano dei piccoli nani con i piedini girati all’indietro, i götwiarchjini che, forse in “Titsch”, l’antica lingua del luogo, significa “buoni lavoratori”. Gli abitanti del villaggio, boscaioli, pastori, cacciatori, scalatori, cercatori d’oro convivevano con loro e li apprezzavano immensamente. Si racconta che, senza i loro suggerimenti, i Walser non avrebbero potuto sopravvivere alle difficoltà e ai rigori della montagna. Pare che furono proprio i götwiarchjini che, tra le altre cose, insegnarono agli abitanti di Macugnaga come ricavare dal latte il burro, il formaggio e la ricotta. Un sabato sera la luna era già alta nel cielo e i nanetti stavano per svelare ai montanari il segreto per trattare l’ultimo siero, quello rimasto dopo aver ottenuto dal latte anche la ricotta, ma erano ormai tutti molto stanchi, troppo stanchi, e si diedero così appuntamento al lunedì successivo di buonora. Nessuno dei tranquilli e laboriosi macugnaghesi poteva immaginare cosa sarebbe successo la domenica mattina quando, finita la S. Messa, tutta la popolazione si recò in processione a Chiesa Vecchia… chiudeva la fila una mamma che, per mano, teneva il suo bambino. Passando sotto il grande tiglio il bimbo vide una götwiarchj e cominciò a canzonarla a causa dei suoi piedini storti, invano la mamma cercò di zittirlo strattonandolo per un braccio e ponendogli lesta una mano sulla bocca; vane furono pure le scuse che la poverina presentò subito alla nanetta. La götwiarchj si offese molto, forse troppo, e mormorò: se il più piccolo è così maleducato, chissà quelli grandi!
Infuriata chiamò tutti i götwiarchjini a raccolta, lanciò un gomitolo di lana verso il cielo, in alto oltre le fronde del vecchio tiglio e, tra lo sgomento generale, tutti, uno dopo l’altro, vi si arrampicarono gridando:
“Hi hiina, hi daana, hinaa nìmmer mie. Ts chlenschta ischt z’bìeschta.” – “Né qua né là e mai più qui. Il più piccolo è il più cattivo.”
Così sparirono tra le nuvole e da allora nessuno li vide più, del loro passaggio sono rimaste solo le cavità nel vecchio tronco del tiglio, dove da sempre avevano avuto dimora.” (2)

Tratto Beba Schranz, Götwiarchjini, folletti di Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2016, pagg. 50-51.

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ALBUM FOTOGRAFICI
Il Museo Antica Casa Walser
La Chiesa Vecchia e il Tiglio secolare

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Note di viaggio:
Il Museo Antica Casa Walser è raggiungibile facilmente percorrendo la provinciale che raggiunge Macugnaga, e si trova a Borca, proprio di fronte alle indicazioni per le Miniere della Guia. Si può parcheggiare poco più avanti, sulla destra, e raggiungere la casa-museo a piedi. Gli orari di apertura variano di mese in mese e sono elencati qui: Museo Antica Casa Walser – Orari di apertura
Tutte le info sono nel sito ufficiale: Museo Antica Casa Walser, Borca di Macugnaga

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Note:

1. Cfr. Beba Schranz, La “rinascita” dei Götwiarchjini da Macugnaga, pag. 11, e Paolo Crosa Lenz Leggende delle Alpi, pagg. 33-37.
2. Della leggenda della dipartita – o “rinascita” – dei Götwiarchjini da Macugnaga, oltre a Beba Schranz nel libro citato, raccontano Paolo Crosa Lenz in Leggende delle Alpi. Il mondo fantastico in Val d’Ossola, Edizioni Grossi, Domodossola, 2012, pag. 40; Valsesia Teresio e Giuseppe Bugener in Macugnaga e il Monte Rosa, Edizioni A. Fattorini, Trezzano sul Naviglio, Milano, 1968, pag. 33; Mortarotti Renzo in I Walser nella Val d’Ossola: le colonie tedesco-vallesane di Macugnaga, Formazza, Agaro, Salecchio, Ornavasso e Migiandone, Giovannacci Editore, Biella, 1979.

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Bibliografia

Crosa Lenz Paolo, Leggende delle Alpi. Il mondo fantastico in Val d’Ossola, Edizioni Grossi, Domodossola, 2012
Mortarotti Renzo, I Walser nella Val d’Ossola: le colonie tedesco-vallesane di Macugnaga, Formazza, Agaro, Salecchio, Ornavasso e Migiandone, Giovannacci Editore, Biella, 1979.
Schranz Beba, La “rinascita” dei Götwiarchjini da Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2015
Schranz Beba, Götwiarchjini, folletti di Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2016
Valsesia Teresio e Giuseppe Bugener, Macugnaga e il Monte Rosa, Edizioni A. Fattorini, Trezzano sul Naviglio, Milano, 1968

giovedì 12 giugno 2025

La leggenda del fiume Sesia e del monte Fenera

Attendevo il momento di raccontare questa leggenda come avrei voluto farlo, con la foto perfetta che la rappresentasse, ma il luogo che cerco, la visione che vorrei avere davanti agli occhi, non l’ho ancora trovata. So che è da qualche parte, sulla sponda sinistra del fiume Sesia, ma per adesso resta nascosta. Se vorrà si farà trovare, ne sono sicura.
Pur rimanendo in sua attesa, dopo il piccolo giro solitario di oggi ho deciso di riportare la storia comunque, anche se la foto che la accompagna, per quanto bella, non è quella che vorrei.
Si tratta della leggenda del fiume Sesia, quando era ancora una bellissima fanciulla – il titolo la definisce una ninfa, ma di fatto è una semplice ragazza – e del monte Fenera, quando era ancora un prepotente gigante.
Premetto che non sono affatto certa dell’autenticità di questa storia, credo sia semplicemente stata creata in tempi piuttosto recenti, forse appositamente per entrare a far parte del progetto di recupero di leggende del territorio novarese che venne organizzato nella scuola elementare di Grignasco nel 1993, e che venne sostenuto da Sebastiano Vassalli – il libretto che ne nacque contiene, appunto, la prima e unica trascrizione della leggenda.
Tuttavia, la trovo carina, e oltretutto sembra legata alle raffigurazioni del gigante San Cristoforo e della dolce figurina che spesso appare vicino o in mezzo alle sue gambe, la sirena bicaudata. Questo interessante ed emblematico accostamento compare in diversi affreschi antichi, e mi affascina sempre moltissimo. Non a caso, una di queste raffigurazioni compare sulla facciata della chiesa parrocchiale di Quarona, in Valsesia – ne riporto in seguito due foto scattate in occasione delle giornate del FAI di primavera di marzo 2024, mentre un’altra è riportata nel mio resoconto del viaggio alla Sacra di San Michele.
Quella che segue, quindi, è la leggenda originale, scovata nel libricino del progetto di recupero, che avevo in casa dai tempi della scuola.

La ninfa Sesia e il gigante Fenera
Leggenda valsesiana


“Tanto, ma tanto tempo fa. La Valsesia era una pianura fertile, sempre fiorita, e le persone che vi abitavano vivevano in pace e in serenità.
Fra di esse vi era una fanciulla dai lunghi capelli biondi e dai grandi occhi scuri di nome Sesia, tanto bella che nessun giovane osava avvicinarla.
Un brutto giorno il gigante Fenera, figlio di Titano, scese in questa pianura e si innamorò perdutamente di Sesia; lei ricambiò il suo amore e lui ne fu così orgoglioso da tentare di ribellarsi a Giove, re di tutti gli dei. Infatti in un solo giorno costruì con enormi massi una catena di monti e di strette vallate schiacciando persone e cose.
Giove si adirò con Sesia che, per amore, aveva permesso l’uccisione della sua gente e le disse: “Il tuo sorriso si trasformerà in lacrime perenni” e la mutò in fiume: il fiume Sesia.
Impazzito per il dolore, il gigante Fenera si accanì ancor di più contro gli abitanti della Valsesia, decidendo di ucciderli tutti. Ma Giove, impietosito dai loro lamenti, castigò anche lui, trasformandolo in monte: il monte Fenera.” (1)

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Che la leggenda sia veramente autentica e antica, non è dato sapersi, di certo è narrata con l’intento di mitizzare la bellezza del fiume e del monte che lo sovrasta, proprio nella zona che da Grignasco giunge fino a Borgosesia, tentando al contempo di spiegare l’iconografia – di gran lunga più antica – di San Cristoforo e della sua bella sirenetta a due code. (2)
Io l’ho trovata carina, e ho voluto condividerla nella sua completezza.


La foto l’ho scattata oggi, sotto un sole bollente, sul ponte di Aranco, all’inizio di Borgosesia. Qui il fiume è più stretto e profondo, e accoglie con dolcezza il monte Fenera come se sorgesse dalle sue acque azzurre. Sono loro, la fanciulla Sesia e il gigante Fenera.
Il luogo nel quale, ai miei occhi, il loro amore si manifesta con dolcezza, è ancora celato. Quando e se si rivelerà, lo coglierò con gioia.

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San Cristoforo e la sirena bicaudata sulla facciata della Chiesa parrocchiale di Sant'Antonio a Quarona - 24 marzo 2024:



Note:

1. Leggenda riportata da Elena Zaninetti, della Scuola elementare di Grignasco per il progetto di recupero di storie e leggende del territorio novarese. Tratta da Roberto Cicala (a cura di), Storie ritrovate. Racconti e leggende del territorio novarese, con una presentazione di Sebastiano Vassalli, Provincia di Novara – Assessorato alla Cultura, Edizioni Interlinea, Novara, 1993, pag. 116.

2. Per approfondire l’argomento consiglio il saggio di Rosella Osta Sella, San Cristoforo da cinocefalo a traghettatore, in Anna Lamperti Donati e Rosella Osta Sella, La Sesia racconta. Millenni di storia lungo le rive del fiume, EOS Editrice, Novara, 2020, pagg. 79-90; e Roberto Gremmo, Valsesia magica e misteriosa, Botalla Editore, Biella, 2023, pagg. 10-12.

mercoledì 4 dicembre 2024

Alta Val Mastallone. Il Ponte della Gula e Fobello

Certe ispirazioni arrivano e basta, in modo inaspettato, suscitate talvolta da una curiosità inattesa a guardare dove non si voleva guardare più. Arrivano, e chiamano, e chiedono che quelle stesse vie siano ripercorse, in modo diverso, perché hanno qualcosa da dire e qualcosa da dare. E dopo aver dato tanto, volente o nolente che fossi, prendere qualcosa per me penso sia un diritto indiscusso.
Pertanto, ho colto l’ispirazione e sono andata a incontrare un luogo che, per quanto ancora inesplorato nei suoi sentieri più nascosti e impervi, mi ha trasmesso qualcosa di potente.
Il paesino che ho incontrato ieri, insieme al mio entusiasta compagno di viaggio, è Fobello, nella Alta Val Mastallone, e fa parte di una zona della quale sto cercando di tracciare una mappa magica fatta di luoghi speciali nei quali trovare dei piccoli punti di riferimento e una magia che, per quanto antica, risuoni con me qui e ora.
Pochi giorni prima di fare questo breve viaggio avevo avuto una piacevole conversazione con Roberto Gremmo – autore del libro Valsesia magica e misteriosa, e dei numerosi articoli disponibili online – con cui sono in sporadico contatto da tempo, il quale mi ha dato alcuni preziosi consigli, nonché tappe da aggiungere alle mie esplorazioni sul posto e in altre zone valsesiane. Sono pertanto partita sicura che avrei trovato ciò che cercavo.

La prima tappa lungo la via che attraversa la Val Mastallone era un posto particolare che desideravo vedere da molti anni, l’inquietante Ponte della Gula, che si erge un po’ storto su una gola profondissima, l’Orrido della Gula. Lo si credeva di epoca romana, ma pare sia successivo, come indica la data 721 incisa su uno dei suoi massi. Sotto di lui scorre il torrente Mastallone, stretto e sinuoso in questo punto, con le sue acque dall’intenso colore blu-smeraldo. Non soffro di vertigini, ma affacciarmi da quell’altezza mi ha turbata, e mi ha ricordato la triste fama del luogo, scelto da diverse persone per porre fine alla loro vita in un ultimo, vertiginoso salto nel vuoto.
Il Ponte della Gula per molto tempo è stato l’unico punto di collegamento con l’Alta Val Mastallone. Un bel coraggio percorrerlo per poi arrampicarsi dall’altra parte. E a me, che ero arrivata con la ferrea convinzione di attraversarlo, è bastato salire sui primi gradoni di pietra che portavano al suo arco “a schiena di mulo”, con la muratura laterale che a stento arrivava alle ginocchia, per decidere che preferivo vivere e che, dopotutto, la veduta da lì non valeva il rischio.
Percorrere un vecchio ponte è una delle cose che desidero sempre fare durante il periodo autunnale, uno dei miei gesti magico-simbolici che richiamano il passaggio fra il mondo comune e quello invisibile. Nel mondo invisibile però rischiavo di arrivarci per via diretta, per cui niente Ponte della Gula. Mi sono accontentata di scattare qualche fotografia, respirando l’aria gelida che proveniva dalle sue profondità.
Le sue leggende sono raccolte in una breve ricerca a fondo pagina.

Ripresa la via che percorre la Val Mastallone verso le sue altezze, attraversando la bella Cravagliana, immersi in un paesaggio gelido e ghiacciato, ci siamo incantati davanti alle spolverate di neve sui massi che emergevano dal torrente, oltre che ai punti perennemente in ombra in cui la brina avvolgeva in delicati ricami i rami, le foglie, gli aghi delle conifere.


Arrivati al paesino di Fobello, dopo una prima breve passeggiata, ci siamo recati nel posto che tanto desideravo conoscere. Una piccolissima e calorosa bottega di biscotti. Qui vengono prodotti e venduti I Biscutin dal Strii, i Biscottini della Strega. Il loro profumo delizioso mi ha inebriata non appena ho aperto la porta.


La proprietaria, Anna Maria, è stata gentilissima, abbiamo chiacchierato piacevolmente e poi, per aiutarmi a scegliere i suoi biscotti, ne ha descritto le diverse qualità, una per una. Li avrei comprati tutti, e poco ci è mancato – per cui ci tornerò per provare quelli che ancora non ho assaggiato – e sono uno più squisito dell’altro. Sono preparati con farine speciali e prodotti del posto, come il latte del Caseificio Alta Valsesia di Piode, il miele millefiori della Val Mastallone, le nocciole di Piemonte IGP e altri ingredienti di ottima qualità, oltre che spezie e cacao.
Fra le numerose produzioni, ho scelto i Rovi dal Carrett, o Ruote del Carretto, i Tenc al cacao amaro del Madagascar, i Biscotti di Gaudenzio alle spezie, i Buscaii alle nocciole, i Robi Buni, tipici biscotti Palet Breton con il fleur de sel della Camargue e le mandorle di Sicilia, i Falispi alle noci, e poi una fetta di torta-biscotto scozzese e la tortina Polenta e Mirtilli.




Ho amato trascorrere ogni minuto in quel posto, nel quale ho provato sensazioni ed emozioni passate di cui ho molta nostalgia.
Ho raccolto uno dei pieghevoli, dove sono elencati tutti i tipi di Biscutin dal Strii, e sull’ultima pagina, accanto a una bellissima campanula azzurra, è riportata la storia come segue:

Al Strii

Nel cuore del Parco Naturale dell’Alta Val Mastallone, c’è una stradina nel fitto del bosco che da Cervatto porta alla Frazione Torno. Arrivati dove il faggeto si fa più buio, esiste un luogo, nascosto alla vista dei passanti, chiamato “Al Pianel dal Strii”.
Io, da bambina, pensavo che le streghe all’imbrunire, dopo il suono dell’Ave Maria, spostandosi in volo, si riunissero là, su quel pianoro, per operare nell’oscurità i loro sortilegi.


Non potrei dire se Anna Maria sia una strega, forse sì. Chi mi ha incoraggiata ad andare a conoscerla l’ha definita una fata. Di certo ha creato tante squisitezze, in onore alle streghe del posto, nelle quali, non si può negarlo, è presente un pizzico di magia.
Poco prima di salutarla, le ho chiesto del Pianel dal Strii, che sapevo si nascondesse da qualche parte, nel bosco dietro il cimitero, e lei è stata così gentile da regalarmi una cartina di Fobello, indicando col dito un punto preciso. “Adesso però c’è la neve…”, ha detto, intendendo che non era il momento di andarci, perché troppo pericoloso. Il suo tono apprensivo è stato una sorta di consiglio materno che ho colto con gratitudine.
Non so se, quando sarà il momento, percorrerò quella strada. Probabilmente non lo farò. Ma quando e se sarà, ascolterò ciò che sussurra nello stormire delle foglie, incontrerò gli sguardi incisi nella corteccia degli alberi, seguirò la via indicata dai loro rami scheletrici, e forse, riuscirò a sentire.
Oppure rispetterò il silenzio, tornerò sui miei passi, e proseguirò altrove.

Uscita a malincuore dalla bottega dei Biscutin dal Strii, mi sono diretta con passo sicuro verso il cimitero. Non avrei percorso i boschi impervi e ghiacciati, ma li avrei osservati da lontano. Dal basso, dalle radici.
Il cimitero di Fobello è molto particolare, disposto a semicerchio attorno a una cappella spoglia, oscura e un po’ tetra. Una signora gentile proveniva da lì, probabilmente aveva cambiato i fiori a qualcuno. “Si gela”, mi ha detto sorridendo, mentre cercavo goffamente di infilarmi i guanti. Poi, mentre usciva dal cancello, senza voltarsi ha aggiunto: “Il freddo è arrivato”. Non ho potuto che concordare con lei, il freddo era senza dubbio arrivato.
Ho camminato verso la cappella oscura, il bosco al di sopra era una presenza inquietante e potente, davvero potente. Ho sentito il verso del corvo, tre volte. L’ho cercato senza trovarlo, poi l’ho visto volare dal paese alle vette, verso il fitto degli alberi. Ho osservato il suo volo, e lui ha gracchiato ancora.
Tornando verso il cancello, mi sono voltata a guardare ancora il bosco che si erge sopra le tombe. Ero ipnotizzata, richiamata da qualcosa di invisibile, che tuttavia mi intimoriva.
Ho ricordato le storie che vengono raccontate, anche in queste zone, delle notturne processioni dei morti, ognuno con la sua fiammella accesa sul mignolo. Non è difficile immaginare, lì, fra quelle arboree ombre, eterne e selvatiche, il procedere lento di misteriosi lumi che fluttuano nella notte. Poco distanti dal loro giaciglio di pietra, così da poterci tornare alle prime luci dell’alba.


Il freddo era pungente, e il pensiero di assaggiare le squisite dolcezze della bottega mi ha riportata nel momento presente. Ancora una breve esplorazione del paesino, col mio lupetto intirizzito e desideroso di una cioccolata bollente – che avremmo preso nella cara Varallo – e ci siamo avviati alla macchina.
Eppure, il potere selvaggio del bosco ha accompagnato ogni passo. Non potevo smettere di guardarlo, e di ascoltare ciò che mi suscitava dentro.
Forse ci conosceremo meglio, quando sarà tempo, ho pensato. O forse no. Per adesso preferisco osservarlo e rievocarlo da fuori. Un gigante, imprevedibile, potente e pericoloso, e una bambina che lo guarda da lontano, che lo scruta, non lo comprende, ma ne è affascinata. E a suo modo ne sente e riconosce il potere.

Sono grata di aver incontrato questo luogo. È il primo di una serie che – facendomi ispirare non tanto o non solo dalle loro storie, ma dal loro aspetto, dalle loro atmosfere e dalle risonanze sottili – traccerò sulla mia mappa magica, e piano piano, percorrerò.
Provo molta gioia e impazienza, sono curiosa di scoprire quali saranno, ancora, le mie vie e le mie porte. E per quali, di queste, avrò le chiavi.

***

Le leggende del Ponte della Gula


Camminandogli accanto e osservando la sua forma azzardata, si comprende perché il Ponte della Gula, secondo i racconti popolari locali, sia considerato un luogo maledetto. Sembra che in tempi lontani fosse utilizzato come patibolo, dal quale venivano gettati i condannati a morte senza alcun processo. Per questo si dice che in certi giorni dell’anno si possano ascoltare le voci, le urla strazianti e i lamenti delle persone che in quel precipizio trovarono la morte. I vecchi abitanti della valle, invece, affermano di aver assistito, nei pressi del ponte e nei boschi circostanti, a strane apparizioni notturne. Fantasmi, demoni, e altre entità inquiete vagano nel buio, spaventando a morte coloro che hanno la sfortuna di vederli.
Le leggende più note vogliono tuttavia che sia uno dei famosi ponti costruiti dal Diavolo. La storia, con qualche variante, è sempre la stessa. Un vecchio eremita, camminando vicino all’orrido, incontra il diavolo e questi gli propone un patto. Edificherà un ponte in una notte, in cambio dell’anima di chi lo attraverserà per primo. Come sempre, l’eremita fa in modo che il primo essere vivente a oltrepassarlo sia un cane, e il diavolo, beffato e infuriato, dichiara che non abbandonerà mai il posto, e che continuerà a tentare, a ingannare e terrorizzare i valligiani, nascondendosi negli anfratti della sua gola.
Esiste tuttavia una variante di questa leggenda molto particolare, nella quale è presente un elemento che compare alcune volte in certi racconti sulle streghe.
Si narra che una donna di Fobello, che si era attardata a Varallo oltre il tramonto, si trovò a dover attraversare il ponte di notte.
Improvvisamente si ritrovò davanti un orribile diavolo, il quale le chiese: “Per chi è fatta la notte?” La donna, tremante, rispose: “Per chi non può viaggiare di giorno.”.
Il demonio tuttavia non fu soddisfatto, e affermò che il ponte era suo. La donna replicò che il ponte non era né del diavolo, né suo, ma apparteneva a tutti i cristiani. Allora il demonio, furioso, sprofondò nell’abisso, e con un colpo del suo zoccolo caprino provocò la spaccatura nella roccia che è ancora visibile sotto il ponte.
La leggenda è interessante in particolare per la presenza della domanda posta dal demonio e della risposta data dalla donna di Fobello. Una domanda molto simile, infatti – Per chi è la notte? – si dice venisse posta dalle streghe della tradizione ad altre streghe consorelle, le quali dovevano rispondere: Per tutti quelli che non possono andare in giro di giorno.
Questa formula è una reminiscenza preziosa ed essenziale che sembra portare alcuni elementi comuni a certe tradizioni stregonesche nella zona di Varallo Sesia e della Alta Val Mastallone. (1)

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“Quelle pareti impervie slanciate al cielo e strapiombanti sovra il profondo baratro, la strada quasi aerea che s’apre temerariamente il passo attraverso i ferrigni fianchi del monte, i due ponti che arditamente scavalcano quella stretta paurosa, e le stesse acque del Mastallone che chiuse in quell’imo recesso non rumoreggiano ma, colorate d’un verde cupo, se ne stanno tristemente silenziose, tutto agghiaccia l’animo e stringe il cuore sgomentato”.
Don Luigi Ravelli

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ALBUM FOTOGRAFICI
Ponte della Gula
Fobello e la Bottega dei Biscutin dal Strii

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Note:

1. Purtroppo queste leggende, raccolte in rete, sono al momento prive di fonti certe. Cercherò di trovarle e di aggiungerle non appena possibile.

Fonti:

Gremmo Roberto, Valsesia magica e misteriosa. Gli antichi culti pagani delle pietre. I segreti del Fenera e dei monti sacri. Le streghe, le fate, gli gnomi. Il Badik selvatico, Fra Dolcino e Giacomaccio, Ieri e Oggi, Gaglianico, 2021

Gremmo Roberto, Valsesia magica e misteriosa: La ‘medica’ guaritrice processata nel 1863 e le tradizioni sulle streghe di Fobello, articolo pubblicato su Valsesia Notizie, 21 Giugno 2020
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giovedì 23 maggio 2024

La leggenda della bella Alda

Ricordando il viaggio alla Sacra di San Michele, dove spiccano le rovine del muraglione perimetrale che nei crolli ha assunto la forma di una torre, chiamata Torre della Bell’Alda, ho recuperato quella che forse è la prima versione scritta della leggenda. È stata compilata da Domenico Carutti e pubblicata nel 1847.
Ne esistono versioni più recenti, come quella riportata da Tersilia Gatto Chanu nel suo libro sui racconti popolari piemontesi, di certo più scorrevole ed evocativa, e bisogna ammettere che quando si parla di leggende, non sempre quelle più antiche sono le più belle. Tuttavia spesso contengono elementi originari che col tempo possono perdersi o venire mitigati o appannati in narrazioni più ampie e articolate, per questo credo valga sempre la pena di conoscerle.

La leggenda della bell’Auta pare davvero molto vecchia. Il primo a parlarne è lo storico Gallizia, nel 1699, poiché pare che il fatto fosse accaduto ai suoi tempi. Egli infatti scrisse: “Tanto ci raccontavano i vecchi che erano coetanei ai tempi ne’ quali ciò successe”.

La leggenda della bell’Alda

“Vedete là quasi di faccia, in po’ a mancina, quel poggetto su cui non verdeggia un fil d’erba? Quella larga striscia oscura sul piovente orientale, è la terra che smotta; invano si vorrebbe porvi riparo; quella collina franerà sempre.
Sovra di essa altre volte era fabbricato un castello; vi abitava un Conte, nemico di Dio e degli uomini; i suoi delitti erano a migliaia, il suo nome gettava terrore in tutte le capanne delle Alpi.
Alda abitava i dintorni del convento; la sua bellezza le avea meritato il soprannome di bella; Bell’Auta la chiamano ancor oggi nel dialetto gli abitatori della vallata. Né era bella soltanto, era pura come il pensiero degli angeli, innamorata della Vergine celeste, divota all’Arcangelo Michele, alla cui badia veniva ogni giorno pregando. Amava le leggende dei santi e delle vergini, e la sua mente s’infiammava all’udir raccontate le gesta delle inermi fanciulle che sfidano le minacce dei barbari padri e gli aculei dei tiranni; il suo cuore che non avea mai palpitato pei giovani presi della sua bellezza, batteva pensando ai miracoli coi quali Iddio premia e protegge la fede e l’innocenza.
Come mai la bell’Alda viveva impunemente nelle terre dello scellerato Barone? Questi da due anni era assente e guerreggiava come vassallo del Duca; guardato da poca masnada il castello; nelle capanne e nei villaggi si respirava.
Ritornò egli, terminata la guerra, e con lui gli scherani dall’orrido ceffo, dalle mani violente, dalla prepotente volontà. Come stormo di colombe all’appressarsi del falco, vedresti donne, fanciulli e vecchi riparare nel domestico tetto e sogguardarsi come chi sente l’annunzio di una grave sventura.
Un giorno il focoso Conte passeggiava solo fuori del castello; camminava senza saper dove andasse, colle braccia incrocicchiate, coll’occhio immobile. La bella Alda ritornava dalla Sacra, ed ei la incontrò. Fissolla lungamente quasi distratto; poi risensando, il fuoco della cupidità brillò nel suo sguardo. Non le parlò, ma fermatosi, la seguì coll’occhio. Mirò la svelta persona, le agili mosse, l’ondeggiare delle forme giovanili. Il Conte serrò i denti, sciolse dal petto le braccia conserte, e con passo affrettato ritornò al castello.
Il domani due grisi de’ più scomunicati par che vadano a zonzo intorno alla Sacra; di tanto in tanto danno un’occhiata alla porta del convento. La bell’Alda ne esce finalmente soletta, bella e radiante come chi, pregando, si è levato a Dio e serba in volto le tracce dell’estatico esaltamento.
Gli scherani si dilungano dallo spianato e precedono la giovinetta. Quando parve tempo, s’arrestano ed attendono.
– Alda, bell’Alda, vi piacerebbe l’amore di un uomo che fosse più potente di tutti gli altri uomini e comandasse a tutti?
– Io non intendo le vostre parole, lasciatemi ire.
– Alda, bell’Alda orgogliosetta, ti piacerebbe abitare un ricco castello, aver damigelli e damigelle a tuo servizio, cavalcare un bianco cavallo e non incallirti i piedi per questi sassi?
– Da sedici anni io vivo nella capanna di mio padre, e mi è sempre paruta troppo bella per me; e da un pezzo fo questa via, e ci sono avvezza. Tiratevi da un lato che il sentiero è stretto.
– Alda, ascoltaci. Noi dobbiamo condurti ad un uomo che ti ama, ed è il più ricco signore del Ducato.
– Se voi siete maligni spiriti che venghiate a tentarmi, io vi comando di partire in nome del Signore.
– Il tuo Signore non è quello che ci dà le paghe, e noi non siamo di casa sua. Vieni con noi.
Lo scherano l’afferra; Alda si divincola e fugge: fugge e dietro a lei i due uomini del Conte. Fugge, e li lascia indietro di molti passi, e giunge dove il monte finisce tagliato a picco. Da un lato il muro della badia, dall’altro la voragine.
– Fermatevi o non m’avrete viva, grida ella; la Beata Vergine e San Michele mi aiutino.
Ma gli scherani la deridono, già le sono vicini; ed Alda, invocata Maria, si precipita dall’alto. Quelli, attoniti, gettano un grido e si chinano sul precipizio per vedere.
E vedono la bell’Alda circondata da una nube bianca che dolcemente discende colle mani giunte e levate al cielo, portata lentamente come foglia che si trastulla sull’ale dei venti.
Divulgatosi il fatto, da tutti i paesi traeva gente a vedere e lodare la mirabile fanciulla, ed allora si cantò una canzone che incominciava così:

La bell’Alda perseguita
Qui dal balzo si gettò;
E nel fondo della valle
Lene il vento la posò.


E narra che quando gli scherani perseguitavano la giovinetta, il Conte se ne stesse sulla sommità d’una torre, e di là vedesse il salto della bell’Alda, e che in quel punto il poggio si commovesse come per terremoto, e crollasse il castello e perisse il Barone e sua iniqua masnada; e dicesi che il monte sul luogo ove fu edificato detto castello, smotti e debba smottare per sempre.
Ora Alda comincia a compiacersi singolarmente delle lodi che le vengono date; rammenta l’insulto, la fuga, il salto miracoloso… e già considera se stessa maggiore delle fanciulle sue compagne, si crede prediletta da Dio. E siccome pessima consigliera è la vanità, un giorno, in presenza di numerosi spettatori accorsi, ella promette di lanciarsi una seconda volta dal balzo; e si slancia, e le punte delle rocce ne trattengono il corpo frantumato.
Allora corse un’altra canzone che diceva:

La bell’Alda inorgoglita
Qui dal balzo si gettò;
Sfracellata nella valle
La bell’Alda se ne andò.
”

***

Leggenda tratta da Domenico Carutti, La bell’Alda e i laghi di Avigliana, in Tradizioni Italiane per la prima volta raccolte in ciascuna provincia dell’Italia e mandate alla luce per cura di rinomati scrittori italiani, Vol. I, a cura di Angelo Brofferio, Stabilimento Tip. Di Al. Fontana, Torino, 1847, pagg. 713-716.


venerdì 17 maggio 2024

La Sacra di San Michele. La via serpentina verso il cielo

Succede a volte che certi luoghi debbano essere incontrati e vissuti in un tempo limitato, e anche se si vorrebbe fermarsi per viverli più a lungo, non è concesso farlo. Allora li si respira il più possibile, ci si immerge completamente, cercando di raccogliere tutto ciò che circonda. Gli occhi corrono, si posano dappertutto, catturano ogni cosa, così che possano poi ricordare immagini, colori, luci e ombre; le mani accarezzano, il cuore ascolta.
Ogni cosa tornerà a vivere in un secondo momento, nel tempo della memoria. Un tempo prezioso e illimitato, nel quale restare a deliziarsi quanto si vuole, per rievocare, ripercorrere, e soffermarsi. Perché certe sensazioni istantanee, certi momenti sospesi, non sempre vengono compresi nell’immediato. Eppure restano aggrappati addosso, e possono essere ripresi, ascoltati, compresi.
Stare nel tempo della memoria rivela anche le vere percezioni lasciate dentro dal luogo in cui si è state/i. Certi posti appaiono piacevoli, divertenti, eppure la memoria ne serba inspiegabilmente sensazioni di disagio e fastidio. Forse l’anima non li ha graditi. Altri posti invece, inizialmente ambigui o incompresi, restano tuttavia impressi dentro come luoghi di incanto, di potere e bellezza, anche molto tempo dopo averli abbandonati.
False luci e vere luci, forse, quelle che luccicano e ingannano, per poi non lasciare dentro nulla e far perdere la rotta, e quelle che brillano solo intraviste, per poi rivelarsi forti e costanti. Inesauribili.

Di certo, il luogo in cui finalmente sono stata la scorsa domenica, è una vera luce. Ma per viverla a mio modo e scoprire ciò che in essa brillava – e dunque risuonava – per me, ho seguito una via secondaria, personale, la via dentro la via, che passa dentro e sotto a quella camminata dai più.

Siamo partiti nel primo pomeriggio, un pochino in ritardo rispetto ai piani, e il ritardo è aumentato a causa di una coda in autostrada. Raggiunta la bella Avigliana, siamo passati fra i suoi due laghi – che ci siamo ripromessi di tornare a vedere con calma – e abbiamo imboccato la via che portava su alla nostra meta: la Sacra di San Michele.
Ben visibile già dall’ultimo tratto di autostrada, spiccava impressionante immersa in una foschia azzurra. Aggrappata, o meglio, avvolta nella roccia della montagna, ispirava timore e al contempo ammirazione.
Sicuramente col sole è bellissima, ma io la volevo incontrare proprio così. Fra le nuvole scure che minacciavano pioggia e temporale, squarciate di tanto in tanto da un solitario raggio di sole.
Il lato positivo dei piccoli ritardi è che la maggior parte dei visitatori, ligia ai giusti orari, si sta già allontanando, così la visita si è preannunciata piuttosto riservata e tranquilla.


Lasciata la macchina, abbiamo iniziato a salire a piedi lungo il breve tratto che separa il parcheggio dal complesso monumentale, ridendo e scherzando sul fatto che, dopo le varie volte in cui il mio compagno di viaggio aveva parlato della “sagra” di San Michele, fosse curioso trovare lungo la strada un mercatino di caciotte.
La via in salita passa accanto a grosse pietre, mentre sambuchi e maggiociondoli accompagnano durante la passeggiata. Raggiunto il pianoro si incontra la prima parte del sito, il cosiddetto Sepolcro dei Monaci, ovvero i resti di una chiesetta romanica a pianta ottagonale con absidi semicircolari. Poco oltre si vede comparire la Sacra in tutta la sua grandezza, ma prima di addentrarci al suo interno ne riporto una breve descrizione per conoscere la sua storia e qualcuno dei suoi misteri.



La Sacra di San Michele è una abbazia molto antica che probabilmente venne costruita nella sua prima fase tra il 983 e il 987. Arroccata sulla cima del monte Pirchiriano, fra il paese di Chiusa San Michele e Sant’Ambrogio di Torino, è dedicata al culto di San Michele, colui che calpesta e sconfigge il diavolo, proteggendo dal male il popolo cristiano. Il monte che la ospita fa parte delle Alpi Cozie e deriva il suo nome da Porcarianus, ovvero Monte dei Porci. Accanto ad esso sono il Musiné, o Monte degli Asini, e il Caprasio, o Monte delle Capre.
Dove sorge l’abbazia, in epoca romana era presente un castrum con presidio militare di vedetta, il quale passò poi ai Longobardi. Tra il XII e il XV secolo la Sacra di San Michele ebbe il suo periodo di massimo splendore, diventando uno dei maggiori centri italiani della spiritualità benedettina, e successivamente, nel XIX secolo, passò alla fratellanza dei padri rosminiani.
La sua leggenda narra che sia stato San Michele Arcangelo a volerne la costruzione, comparendo in sogno all’eremita San Giovanni Vincenzo nel X secolo. Il religioso intese che il tempio doveva essere costruito sul monte Caprasio, dove egli si trovava, ma tutto il materiale da costruzione che vi portava con fatica durante il giorno, scompariva nella notte. Intenzionato a scoprire chi lo rubava, l’uomo attese la notte senza addormentarsi e vide con stupore che a prelevarlo erano degli angeli, i quali lo portavano sul vicino Pirchiriano. Allora Giovanni Vincenzo capì che la chiesa doveva essere eretta là, e da l’edificazione ebbe inizio. Il nome del complesso, ovvero Sacra – a indicarne una consacrazione divina – deriverebbe proprio da questa leggenda, in quanto fu voluta direttamente da San Michele e dagli angeli, i quali parteciparono alla sua costruzione.


Interessante è la sua appartenenza a una misteriosa linea energetica retta – o leyline – molto intensa, detta Linea Sacra di San Michele o Via Micaelita, che unisce l’Irlanda a Gerusalemme.
Le leylines sono linee di energia che passano attraverso punti precisi e molto potenti della Terra, i quali soprattutto nei secoli passati erano considerati di grande valore e spiritualità.
Secondo la leggenda cristiana la Linea Sacra di San Michele fu tracciata dal violentissimo colpo di spada che l’Arcangelo inflisse al Demonio per rimandarlo all’inferno. In realtà queste linee energetiche esistono da sempre ed erano riconosciute e onorate molto tempo prima dell’arrivo del cristianesimo, e dunque di San Michele. Il loro potere è spesso simboleggiato dall’energia serpentina che si muove nelle viscere della terra, portando beneficio, forza vitale e rigenerazione – nulla di diabolico, naturalmente.
Entrando nel dettaglio della Linea Sacra di San Michele, i suoi punti di potere sono l’Isola Skellig Michael – o Great Skellig – dal gaelico irlandese Sceilig Mhichíl, ovvero “Roccia di Michele”, in Irlanda, sulla cui sommità sorge un quasi inaccessibile monastero cristiano costruito nel 588; Saint Michael’s Mount, un’isola situata all’estremo occidentale della Cornovaglia, raggiungibile solo con la bassa marea; Mont Saint-Michel, molto simile al Saint Michael’s Mount, ma situata in Normandia, anch’essa circondata dal mare e raggiungibile solo con la bassa marea; la Sacra di San Michele, in Italia, in Piemonte, che rappresenta il punto centrale della linea; Monte Sant’Angelo, sempre in Italia ma in Puglia, nella sua Basilica Santuario di San Michele costruita dentro la roccia; il Monastero di San Michele, sull’Isola di Symi, in Grecia; e infine l’ultimo punto della linea e la sua meta, Gerusalemme. Ci si aspetterebbe che la Linea di San Michele si concluda in un luogo di culto dedicato all’Arcangelo, o magari a Cristo. In realtà il punto in cui termina la retta energetica è il Monte Carmelo, ad Haifa, dove sorge il Monastero di Stella Maris. La Linea Sacra di San Michele conduce inaspettatamente alla Stella Maris, la Stella del Mare o Maria della Stella. (1)
La sua figura germoglia dalle divinità femminili precristiane delle stelle, come Astarte.
Il Monte Carmelo, inoltre, è noto nella Bibbia perché sulla sua cima il profeta Elijah aveva sfidato i sacerdoti, le sacerdotesse, i profeti e le profetesse di Asherah e di Baal che erano al servizio della regina Jezabel, e in seguito al loro fallimento, li aveva sterminati.
Un luogo estremamente significativo nel contesto dei culti precristiani, che diviene la meta assoluta della linea energetica Micaelita.
Lungo questa linea si snoda il percorso dei pellegrini. (2)

***

Torniamo al nostro viaggio, e proseguiamo verso il monumento, che ormai è davanti a noi.
Ripresa la salita, io e il mio compagno di viaggio raggiungiamo col fiatone l’ingresso e guardiamo con un po’ di timore i suoi numerosi scalini. La Sacra di San Michele è completamente sviluppata in altezza. Verticale, ripida, vertiginosa. Porta in alto, sempre più in alto, scalino dopo scalino, fino a incontrare il volo degli uccelli e a toccare il cielo. E forse è anche per questo se l’ho amata tanto.
Il primo incontro dopo essere passati dalla biglietteria, è con la famosa statua di San Michele. Stranamente – considerando la mia forte antipatia per l’Arcangelo – la trovo piacevole.



Dopo diversi scalini si raggiunge la soglia vera e propria, che si apre alla base di una parete altissima. Forse sono l’unica a scorgere dei fiori rosa intenso che ondeggiano a metà altezza. Sono bocche di leone selvatiche, color porpora. Le guardo, me ne innamoro, e tenendole in cuore varco la porta.
La penombra e una luce dorata che proviene dall’alto, accolgono non appena si accede al famoso Scalone dei Morti. Si chiama in questo modo perché per diverso tempo, in una nicchia laterale della scala, venivano custodite le ossa di alcuni monaci, come guardiani oltremondani che osservano in silenzio e proteggono le mura.
Iniziamo a salire, lo scalone è possente, impressionante. Mentre mi riposo dopo la prima rampa, ricordo di aver sentito, tempo prima, di una energia molto intensa che attraverserebbe la scalinata in un punto preciso. Non ricordo quale sia, ricordo solo che si diceva che alcune persone in quel punto accusano vertigini e malessere, oppure benessere. Mi preparo, come sempre, a non sentire nulla, e mi lascio catturare da ciò che mi circonda. Amo ciò che vedo, sono affascinata dalla luce che entra dall’arco in cima alla scala, prolungo il più possibile la permanenza fra quella pietra e il ricordo dei suoi morti.




Scalino dopo scalino dovrei essere stanca. Eppure ad un certo punto mi rendo conto di provare una sensazione di profondo benessere. Ogni residuo di stanchezza è svanito nel nulla. Ho salito quasi duecento scalini eppure mi sento piena di energia, rigenerata, quasi euforica. Mi fermo e ascolto ciò che provo: benessere, freschezza e gioia. La sento, mi dico, non posso negarlo.
Forse qualcuno ha pensato che fossi sfinita, dal momento che mi sono seduta su uno dei gradini. In realtà stavo così bene che volevo restare lì.
Da quella posizione ho inoltre potuto notare un rilievo seminascosto in cima a una delle grandi colonne. Si tratta di una sorta di diavoletto all’interno di un uroboro, il serpente che si morde la coda. Il mio amato serpente ha iniziato a rivelarsi. E forse era la sua energia terrestre, rigenerante e profondamente benefica ad avermi trasmesso quel benessere e quella gioia inaspettati.
La via dentro la via, per me, in quel momento, era proprio questo. Seguire il serpente e le creature antiche, nascoste fra le rocce.




Controvoglia decido quindi di alzarmi e salire gli ultimi gradini. Ad aspettarmi in cima al Portale dello Zodiaco, loro, le più amate. Le donne che allattano i serpenti. Madri delle serpi, offrono loro i seni colmi di latte e reggono fra le braccia le loro teste. Sono ritenute, ed è evidente, uno dei simboli più eloquenti della antica presenza in loco del sacro femminino precristiano. Accanto a loro le loro sorelle, le sirene bicaudate. Anche loro, con le code divaricate, richiamano l’energia femminile generativa e rigenerativa, la presenza sotterranea di acqua e umidità, la coesistenza di vita, morte e rigenerazione. Coronano uno scalone dove erano custoditi i morti, di fronte a un uroboro nascosto, dove energia benefica e potente trasuda da ogni pietra e, in particolare, dalla colonna centrale – la sua spina dorsale.
Resto ammaliata a guardarle, e porto con me i benefici che mi hanno donato.



Si ricomincia a salire, altri scalini. Questa volta li faccio saltellando come una lepre.
Ed ecco il grande portone di legno che si apre sulla chiesa. Il diavolo incatenato suggerisce che al suo interno il bene ha trionfato. Eppure la luce non esiste senza l’ombra, e senza dubbio, le due non possono fare a meno di completarsi in amabile armonia.
La chiesa è immensa, il soffitto altissimo. Considerando che è costruita sulla vetta del monte, ci si chiede come sia stato possibile realizzare un’opera simile.


Mi perdo fra le sue penombre e le sue luci calde e avvolgenti. Incontro sante e santi amati, fra cui Santa Liberata, Santa Barbara, Santa Brigida e una splendida Santa Lucia; una Madonna della Misericordia, una Madonna Assunta in Cielo, e una Madonna del Latte. E poi San Giovanni Battista che predica agli animali, in particolare a un bellissimo unicorno, e uno dei – pochi – santi maschili che apprezzo, San Cristoforo. Proprio lui era un altro dei dettagli che volevo incontrare e osservare da vicino, non solo per lui, ma per ciò che ha tra le gambe. Detta così suona malissimo, ma a parte gli scherzi, è proprio così. In certe raffigurazioni particolari, fra le gambe di San Cristoforo che attraversa le acque del fiume, compare ancora lei, la sirena bicaudata. Quella che nuota in questo affresco per me è fra le più belle.





Mentre continuo a esplorare la chiesa cercando di cogliere ogni dettaglio, il mio compagno di viaggio mi chiama e indica ciò che è scritto sul cartello che mostra le chiese che fanno parte della Linea di San Michele. La scritta, che riguarda proprio la Sacra di San Michele, è completamente inaspettata e mi lascia senza parole:
“In questo santuario, già chiesa abbaziale, dedicata a Santa Maria della Stella e poi a San Michele Arcangelo, è molto diffusa la devozione alla Beata Vergine Maria per le numerose sue raffigurazioni.”
Dunque la Sacra di San Michele era in origine una abbazia dedicata alla Madonna della Stella e solo in seguito è stata intitolata all’Arcangelo Michele, ma nessuno – o quasi – lo ricorda o ne parla. Non ne avevo idea, sono esterrefatta. Eppure tutto torna.
Ripenso al Monastero della Stella Maris di Gerusalemme, dove la linea energetica Micaelita in ultimo conduce, e sento che vi è molto altro, sotto la superficie, da comprendere e svelare. Ognuno di questi luoghi è posto molto in alto, e forse in origine era legato all’osservazione e al culto delle stelle, al loro movimento nella volta celeste, oltre che all’energia terrestre che scorre sottoterra. Tuttavia, il mistero permane.

Riprendo a vagare per la chiesa, e cerco il suo punto più importante, la vetta del monte su cui posa tutto l’immenso complesso. Eccolo lì, alla base di una colonna, il Culmine Vertiginosamente Santo, come lo ha definito il poeta Clemente Rebora. Non ho mai toccato la vetta rocciosa di una montagna, la tocco adesso.
Tutto inizia dove tutto finisce, ciò che sembra la fine è sempre un nuovo inizio.
Come il serpente che si morde la coda. Anche qui, l’energia serpentina scorre e si diffonde.


Mentre mi perdo fra una colonna e l’altra, la guida che accompagna un gruppo di turisti incomincia a parlare del valore del mantenimento del silenzio, e del raggiungere la vetta perché è lì che si incontra la luce. La chiesa non è stata costruita a caso, spiega, la sua posizione è precisa, poiché nel giorno di San Michele, il 29 settembre, il sole entra al suo interno dalla finestra dell’abside centrale e illumina l’altare, infondendo luce tutt’intorno.
Come i dolmen e i templi antichi, ogni cosa è come e dove deve essere per un motivo. L’antico si congiunge al nuovo e continua a vivere sotto nuove spoglie.
Due uccellini entrano dalla porta aperta e volano all’interno della chiesa. Eccolo il mio momento magico, penso commossa. Sono due codirossi, uno esce subito, l’altro va a posarsi sulla piccola finestra di una delle absidi laterali. Vorrebbe uscire da lì ma la finestra è chiusa. Vola di nuovo e si posa sul capitello di una colonna, poi tenta di uscire da un’altra finestra chiusa.
Certe vie sembrano aperte ma non lo sono, sembrano portare alla libertà, ma non lo fanno.
Lo guardo cercando di attirare la sua attenzione e, passo dopo passo, mi avvicino al portone aperto. Lui mi segue – o almeno mi piace pensarlo – poi vede una persona uscire da lì e volandogli sopra la testa esce anche lui.
A volte bisogna osservare bene per capire da che parte andare, così da evitare vicoli ciechi – e testate sui vetri.
Ormai il mio cuore è con il codirosso, sono nella mia via dentro la via, e non intendo abbandonarla.
Riprendo il mio compagno di viaggio che a sua volta ha seguito le sue vie, e scendiamo da una scaletta ripida per dare uno sguardo alle Cappelle Primitive, purtroppo chiuse da un cancellino di legno. Insieme costituiscono l’origine più antica dell’abbazia: la prima cappella risale al IV secolo d.C.


Dopo averle intraviste, usciamo quindi per accedere alla terrazza più alta del complesso. Da qui si vede ogni cosa, le vette delle montagne circostanti, verdissime, e l’intero mondo sottostante.
L’altezza è incredibile, vertiginosa. Le rondini volano libere e vivaci sopra la testa. Su quel tetto elevatissimo, con gli uccelli che compiono peripezie nel cielo, una nuova, potente euforia mi riempie dentro. Sento il forte impulso di salire in piedi sul muretto che delimita il terrazzo, aprire le ali e spiccare il volo. Convengo con me stessa che non sia il caso di farlo perché finirebbe male, e mi accontento di ascoltare tutti quei moti interiori che scalpitano, frullano e si agitano insieme, e che per un attimo mi fanno sentire ingabbiata. Li lascio liberi di essere, ricordando loro che certe cose in questo corpo non si possono fare, che il nostro tempo tornerà, presto o tardi.
Mi soffermo, affacciata, a guardare dal picco in giù, osservo i fiori selvatici che crescono sulle rocce. L’euforia non mi abbandona, se mai cresce.
Ecco cosa vedono gli uccelli. I miei occhi sono i loro occhi, di nuovo.
Questa vista mi appartiene sin dentro le viscere.




Ormai è tempo di scendere – no, non in volo, non si può, mi ripeto scherzando con me stessa – c’è ancora qualcosa da vedere, e i piccoli ritardi accumulati nel viaggio non ci permettono di indugiare oltre.
La discesa non avviene piombando dal cielo, ma scendendo scale dentro la roccia. Raggiungiamo un altro piano esterno dove incontriamo le rovine di quella che sembra una torre a strapiombo sul precipizio del monte. È la Torre della Bell’Alda, o bella Alda. In realtà, seppur venga chiamata “torre” ed effettivamente lo sembri, è ciò che resta del muraglione perimetrale che faceva parte del caseggiato del monastero, il quale per la conformazione del terreno si protendeva nella sua estremità con questa forma.


Il suo nome nasce da una leggenda che viene narrata sin dalla fine del 1600, pressoché identica a quella che si racconta a Oropa sul torrentello che scorre accanto al santuario, soprannominato Eva ch’a massa, “acqua che ammazza”.
Tentando di fuggire da alcuni soldati che vorrebbero violarla, una bellissima giovane di nome Alda si lancia dalla torre e, miracolosamente, si posa a terra con dolcezza, senza farsi alcun male. Da allora comincia a essere venerata dal popolo e trattata come una santa, e purtroppo le lusinghe la riempiono di orgoglio e vanità a tal punto da decidere, tronfia nella presunzione di poter fare ogni cosa, di dimostrare a tutti che può gettarsi di nuovo dalla torre senza subire un graffio. Naturalmente la poverina precipita, sfracellandosi sulle rocce.

Mentre raggiungiamo le rovine una pioggerella sottile comincia a cadere dalle nuvole. Ci proteggiamo per qualche istante sotto la torre, osservando di nuovo dal piccolo balconcino la vastità che ci circonda, e poi proseguiamo verso la base della Sacra, passando accanto all’antica ghiacciaia e, infine, uscendo dal cancello.


Stiamo morendo di fame e per fortuna il piacevolissimo bar Convivium che fa parte del complesso è aperto per ancora un quarto d’ora. Un tempo breve ma decisamente rigenerante. Gustiamo con gioia un marocchino con la Nutella e due fette di torta, la mia variegata alla Nutella – devo consolarmi perché non ho potuto volare dalla montagna – e la sua alle nocciole.
Ormai piove bene, torniamo verso la macchina riparandoci sotto agli alberi che costeggiano il sentiero.



Fortunatamente il violento nubifragio che si abbatte sull’autostrada finisce poco prima del nostro passaggio. Torniamo verso casa in tranquillità, come se avessimo colto i tempi giusti perché ogni cosa fosse per noi semplice e sicura.
Un altro luogo è stato incontrato, vissuto, respirato, assorbito. Un’altra meta raggiunta, alla quale essere grati.

Ripensandoci, di San Michele, al di là del nome, della strategica leggenda, e di alcune ovvie rappresentazioni tutte moderne, non ho trovato traccia. Io almeno, non l’ho sentito – che peccato…
Ho sentito molto di altro, invece.
Ho camminato la via del serpente, ho percepito e accolto la sua rigenerante energia, ho incontrato le madri delle serpi e le sirene dalle due code, il santo che cammina sulle acque e una miriade di figure femminili che rivelano quanto il sacro femminino arcaico fosse e sia tutt’ora presente e vivo in questo sacro luogo – dedicato, in origine, alle stelle.
La via dentro la via. Serpentina eppure dotata di ali.
La voce di Melusina sussurra nel vento:
Dalle viscere della terra,
passando attraverso la roccia,
fino al vertiginoso cielo.
E qui il volo.
Nella luce.


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ALBUM FOTOGRAFICI
Prima parte
Seconda parte

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Note:

1. Il nome ebraico di Maria, Myriam, in realtà significa Goccia di Mare, Stilla Maris, divenuto per un errore di trascrizione Stella Maris. Questo significato è stato tuttavia mantenuto nella tradizione cristiana, e Maria è diventata la stella polare dei credenti. (Cfr. Anthony Maas, The Name of Mary, in The Catholic Encylopedia, Robert Appleton Company, New York, 1912)

2. Le notizie raccolte sulla storia della Sacra di San Michele e alcuni accenni alla Linea Sacra di San Michele sono state raccolte e rielaborate dal sito ufficiale del complesso monumentale: Sacra di San Michele

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Note di Viaggio:
Per raggiungere la Sacra di San Michele, monumento simbolo del Piemonte e punto centrale della linea energetica che unisce l’Irlanda a Gerusalemme, si percorre l’autostrada A4 fino ad Avigliana, e si prosegue verso la vetta del Monte Pirchiriano. La Sacra è aperta tutti i giorni, dalle 9:30 alle 17:30 nel periodo primaverile ed estivo – da marzo a ottobre – e dalle 9:30 alle 16:30 in quello autunnale e invernale – da novembre a febbraio. Il biglietto d’ingresso intero costa 8 euro, ridotto 6 euro. Il bar e il negozio della Sacra, posti prima dell’ingresso, chiudono alle 18:30.
Tutte le informazioni dettagliate sono consultabili sul sito ufficiale Sacra di San Michele