venerdì 3 luglio 2026

Viaggio a Macugnaga. Il Museo Antica Casa Walser, il Tiglio, la Chiesa Vecchia e i Götwiarchjini

In un anno di ritorni in luoghi già vissuti e amati, anche questo viaggio è stato un ritorno, questa volta alla cara Macugnaga e alla vicina Val Quarazza. L’avevamo lasciata promettendoci di tornarci in breve tempo per completare l’esplorazione delle tappe più suggestive, ma sono passati tre anni. Eppure il tempo non conta, conta la sensazione che sia arrivato il momento giusto per partire e vivere ancora quei posti che, in modi diversi, sono rimasti impressi nel cuore.
Tentando di sfuggire al terribile caldo anomalo dei giorni scorsi, abbiamo quindi deciso che era il momento di rivedere la cara montagna, cogliendo l’occasione per raggiungere le mete che avevo appuntato sul mio quaderno dei viaggi.
Siamo partiti domenica all’ora di pranzo, quando le strade sono più libere e tranquille, e a metà strada abbiamo imboccato la provinciale che sale verso le fresche vette. Siamo arrivati in un paio di ore scarse e abbiamo lasciato le borse nell’hotel Dufour, che mi era piaciuto la prima volta che ci ero passata accanto, e che ci ha accolti per passare la notte. La nostra camera era minuscola ma carina, l’avevamo scelta col balconcino rivolto alle montagne, così da uscire a guardarle e a respirare l’aria fresca a tarda sera.
Abbiamo quindi lasciato l’albergo con i buoni consigli della gentile receptionist, e ci siamo spostati a Borca, a pochi chilometri di distanza, per visitare il Museo Antica Casa Walser, un’autentica abitazione Walser, risalente al 1600, molto grande e bella, oggi adibita a museo sulla vita quotidiana dei del suddetto popolo di origine tedesca, che scese dalle Alpi e si stabilì in diverse zone attorno al Monte Rosa.


Parcheggiata la macchina nel parcheggio a pochi passi dal museo, siamo entrati nella casa e una signora dolcissima ci ha accolto con una gioia e un entusiasmo che mi hanno scaldato il cuore. Ci ha quindi accompagnati nella visita, raccontando ogni stanza, l’utilizzo degli strumenti e la vita quotidiana di una tipica famiglia Walser, con le loro difficoltà e le loro tradizioni. Ascoltare la voce di questa dolce signora, osservando il suo volto così sincero, puro e gentile, è stata la cosa più bella.



La casa è divisa in tre piani. Il primo che si visita è il pianterreno, con la cucina e il focolare – sopra il quale è stata posta una statua intagliata nel legno di un Götwiarchj, i buoni folletti domestici delle leggende del posto – la sala crocevia, o vecchio ingresso, dalla quale si accede alle altre camere, e la stanza più importante di tutta la casa, la stobu – o stube – dove il calore del fuoco acceso manteneva il calore all’interno e la famiglia era solita riunirsi, soprattutto in inverno, poiché la stobu era l’unica parte calda della casa. Visitato il pianterreno, si sale quindi al primo piano, dove si trova la sala dei mestieri tradizionali, con gli antichi strumenti per praticarli, la sala della lavorazione del pane, la sala in cui sono conservati minerali e oggetti preziosi come corredi pregiati e abiti tradizionali, ricamati col filo dorato – per chi poteva permetterselo – che raffigurava spighe di grano, stelle alpine, nontiscordardime.


In questo piano era presente un dettaglio che io desideravo vedere da tanto tempo. All’interno della stanza, oggi adibita a sala dei mestieri, era infatti presente una finestrella quadrata, più piccola delle altre e sempre chiusa. Questa era la Seelabalgga, o “finestrella dell’anima” in lingua titsch – la lingua parlata dai Walser. Quando nella casa qualcuno moriva, e solo in quel momento, la Seelabalgga veniva aperta, così che l’anima del defunto potesse uscire e involarsi in cielo. La finestrella dell’anima era essenziale e non vi era casa Walser che non ne avesse una. Per me vederla, e sentirne raccontare dalla guida, è stato emozionante.


Dopo il piano superiore, ci siamo spostati nel piano interrato, dove è esposta una collezione di fotografie d’epoca e dove è possibile acquistare qualche piccolo ricordo, in particolare i folletti Götwiarchjini, così cari alla tradizione di Macugnaga. La nostra dolce guida ce ne ha parlato con un tale amore e rispetto che sono sicura che credesse fermamente nella loro presenza. Ed è stato bello sentirla pronunciare la formula in lingua titsch con la quale i folletti, offesi per il comportamento degli esseri umani, si congedarono per sempre e se ne andarono a vivere sopra le nuvole.
In questa stanza ho immediatamente adocchiato dei libri, venduti a coppie tenute insieme da un elastico, proprio sui Götwiarchjini, ovvero sulle loro leggende accompagnate dai disegni dei bambini delle scuole elementari di Macugnaga. Ovviamente ho comprato la mia coppia e me la sono tenuta stretta come un preziosissimo tesoro, con l’intenzione di leggerla durante la nottata.
Terminata la visita ci è dispiaciuto dover salutare la signora della casa, anche se con gioia l’avremmo rincontrata inaspettatamente la mattina successiva, scambiando con lei ancora qualche parola.
Ci siamo quindi riavviati verso la piazza di Macugnaga, dove ci siamo rilassati con un buon caffè e qualche biscottino al bar pasticceria Jäger. Seduti fuori al sole, che tuttavia stava cominciando a nascondersi dietro le nuvole, si gode della vista limpida della cima del Monte Rosa, che tuttavia mi ha trasmesso tristezza, perché i ghiacciai sono quasi esauriti e anche la neve perenne è quasi del tutto sciolta. Il cambiamento climatico si mostra soprattutto qui, nei ghiacciai e sulle vette, anche se certe persone prive di sensibilità e di intelligenza continuano imperterrite a negare ogni evidenza.
Dopo il caffè e qualche lungo minuto di spensierato rilassamento, ci siamo incamminati verso il tiglio secolare e la Chiesa Vecchia, che speravo questa volta di trovare aperta. Il tragitto è breve e bellissimo, con la lontana cascata che scorre sulla montagna a destra, proprio accanto alla funivia, e un paesaggio incantevole che accompagna ogni passo. Ci siamo avvicinati con rispetto al vecchio tiglio – di cui ho parlato qui – che ci ha accolti nel suo profumo inebriante, e ricordando le leggende del posto ho osservato a lungo le radici e gli incavi del possente tronco, dentro i quali si dice che vivessero i Götwiarchjini.



Siamo quindi entrati nell’antico cimitero, suggestivo e bellissimo, e con gioia ho trovato il portone della chiesa aperto. Nella penombra dell’interno si vedevano tremolare le fiammelle di tante candele accese da poco.




La chiesa è più grande di quanto immaginassi. È leggermente interrata, come vuole la leggenda delle streghe Streckala e Brennara, e al suo interno è presente una statua della Madonna con Bambino che mi aveva sempre incuriosita.


Sembra molto antica – qualcuno sostiene che sia una riproduzione fedele dell’originale, che sarebbe conservato altrove – e per alcune sue caratteristiche mi ricorda le Madonne Nere autentiche, specialmente il volto grande, lo sguardo rivolto avanti, lo stile rustico e semplice.


Sono rimasta nella chiesa per un po’ di tempo, persa a osservare ogni dettaglio, poi ho acceso una candela, come sono solita fare, nonostante non sia cristiana, l’ho accompagnata con una preghiera e sono uscita. Il mio compagno mi aspettava fuori nel grande prato verde, seduto sulla panchina, mentre il cielo, ormai nuvolo, iniziava a lasciar cadere qualche gocciolina.


Qualche gocciolina che è presto diventata una bella pioggia decisa, e che ci ha spinti a entrare velocemente nel ristorante nel quale avremmo cenato, il Flizzi, proprio all’angolo della piazza. Una cena che ricorderemo a lungo, perché raramente capita di mangiare così bene. Avevamo anche un piccolo sconto che ci ha fornito l’albergo, come omaggio per la nostra permanenza, così ci siamo concessi qualche sfizio in più, come il dessert a base di torna scomposta di crema pasticcera e fragole, una delizia.
Dopo cena faceva decisamente freddino, così siamo usciti di corsa per raggiungere l’hotel dall’altra parte della piazza, e ci siamo rintanati in camera. Avevo portato con me il mio mini bollitore elettrico, completo di bicchieri e cucchiaini, dato che la camera ne era sprovvista, e ho preparato una tisana bollente che siamo poi andati a bere nel salottino comune, così carino in stile montano con dettagli moderni, e tanto splendido legno.
La nottata è trascorsa tranquilla. Il mio compagno si è addormentato subito, mentre io ho passato qualche ora a leggere le leggende dei Götwiarchjini, uscendo per qualche minuto sul balconcino, al cospetto delle grandi montagne. Poco prima di dormire sono uscita ancora una volta, e ho notato una stellina luminosa proprio sopra la vetta del Monte Rosa. Solitaria e lucente, vegliava sul mondo. L’ho ringraziata per la sua luce e la sua bellezza, le ho parlato un pochino e, rientrando, le ho augurato la buonanotte. Sapevo che avrebbe vegliato anche su di me.
Con una candelina accesa e la presenza delle montagne a proteggere e custodire, sono scivolata in un sonno leggero e tranquillo.

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La prima giornata a Macugnaga, fra la casa-museo, il tiglio secolare e la bellezza dei paesaggi, oltre alla mia nottata di lettura delle leggende locali, è stata costantemente accompagnata dal pensiero dei Götwiarchjini. Per questo mi sono ripromessa di approfondire l’argomento e di trascrivere la storia della loro dipartita.

I Götwiarchjini – o Guttviarghini, da got-viarghini, ovvero “buoni lavoratori” – come vengono chiamati i nani di Macugnaga nell’antica lingua titsch, erano creature buone, gentili e generose, ma talvolta dispettose se venivano offese dal comportamento degli esseri umani. Avevano insegnato agli uomini a lavorare il latte, ossia a ricavarne burro, ricotta e formaggio, ma non avevano svelato l’ultimo segreto, ovvero cosa fare con il siero. Erano i custodi dei camosci e li accompagnavano nei pascoli, sapevano mutare i sassi, il carbone e le foglie degli alberi in oro puro, e abitavano nelle montagne, nelle buche, nelle miniere o in piccole dimore nascoste fra le radici e gli incavi del grande tiglio secolare che cresce accanto al cimitero di Macugnaga.
Questi folletti in realtà erano diffusi in tutta la Val d’Ossola, e differivano solo nel nome, che cambiava a seconda delle zone. A Macugnaga erano appunto definiti Götwiarchjini o Guttviarghini, mentre a Ornavasso erano chiamati Twergi, a Bognanco erano i Cuscitt, Cucitt nella Bassa Ossola e Cüsch ad Anzola, Kwerc a Migiandone, Zwargje in Val Formazza, ma anche Stockji nella Valle del Lys, Doggi a Obersaxen e Tacchie a Rima. (1)
La loro caratteristica principale era che avevano i piedini rivolti all’indietro. Questa particolarità era segno della loro appartenenza alla dimensione magica, ma poteva essere considerata da qualcuno come un difetto, una dimostrazione della loro diversità. Proprio a causa di questo pregiudizio, esternato niente meno che da un bambino, i Götwiarchjini si allontanarono per sempre, come narra la loro leggenda più nota a Macugnaga.
La leggenda è stata trasmessa oralmente, con più o meno dettagli, da diverse persone macugnaghesi nel corso degli anni. Riporto tuttavia quella più ricca, raccontata da Beba Schranz nella coppia di preziosi libri reperibili presso il Museo Antica Casa Walser.

La “rinascita” dei Götwiarchjini di Macugnaga

“A Macugnaga ai piedi dell’immensa parete est del Monte Rosa, c’è un grande tiglio secolare le cui fronde, tempo addietro, arrivavano a sfiorare le tombe adagiate nel piccolo cimitero posto lì accanto. (…)
Nel tronco di quel vecchio albero, da tempo immemorabile, vivevano dei piccoli nani con i piedini girati all’indietro, i götwiarchjini che, forse in “Titsch”, l’antica lingua del luogo, significa “buoni lavoratori”. Gli abitanti del villaggio, boscaioli, pastori, cacciatori, scalatori, cercatori d’oro convivevano con loro e li apprezzavano immensamente. Si racconta che, senza i loro suggerimenti, i Walser non avrebbero potuto sopravvivere alle difficoltà e ai rigori della montagna. Pare che furono proprio i götwiarchjini che, tra le altre cose, insegnarono agli abitanti di Macugnaga come ricavare dal latte il burro, il formaggio e la ricotta. Un sabato sera la luna era già alta nel cielo e i nanetti stavano per svelare ai montanari il segreto per trattare l’ultimo siero, quello rimasto dopo aver ottenuto dal latte anche la ricotta, ma erano ormai tutti molto stanchi, troppo stanchi, e si diedero così appuntamento al lunedì successivo di buonora. Nessuno dei tranquilli e laboriosi macugnaghesi poteva immaginare cosa sarebbe successo la domenica mattina quando, finita la S. Messa, tutta la popolazione si recò in processione a Chiesa Vecchia… chiudeva la fila una mamma che, per mano, teneva il suo bambino. Passando sotto il grande tiglio il bimbo vide una götwiarchj e cominciò a canzonarla a causa dei suoi piedini storti, invano la mamma cercò di zittirlo strattonandolo per un braccio e ponendogli lesta una mano sulla bocca; vane furono pure le scuse che la poverina presentò subito alla nanetta. La götwiarchj si offese molto, forse troppo, e mormorò: se il più piccolo è così maleducato, chissà quelli grandi!
Infuriata chiamò tutti i götwiarchjini a raccolta, lanciò un gomitolo di lana verso il cielo, in alto oltre le fronde del vecchio tiglio e, tra lo sgomento generale, tutti, uno dopo l’altro, vi si arrampicarono gridando:
Hi hiina, hi daana, hinaa nìmmer mie. Ts chlenschta ischt z’bìeschta.” – “Né qua né là e mai più qui. Il più piccolo è il più cattivo.”
Così sparirono tra le nuvole e da allora nessuno li vide più, del loro passaggio sono rimaste solo le cavità nel vecchio tronco del tiglio, dove da sempre avevano avuto dimora.” (2)

Tratto Beba Schranz, Götwiarchjini, folletti di Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2016, pagg. 50-51.

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ALBUM FOTOGRAFICI
Il Museo Antica Casa Walser
La Chiesa Vecchia e il Tiglio secolare

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Note di viaggio:
Il Museo Antica Casa Walser è raggiungibile facilmente percorrendo la provinciale che raggiunge Macugnaga, e si trova a Borca, proprio di fronte alle indicazioni per le Miniere della Guia. Si può parcheggiare poco più avanti, sulla destra, e raggiungere la casa-museo a piedi. Gli orari di apertura variano di mese in mese e sono elencati qui: Museo Antica Casa Walser – Orari di apertura
Tutte le info sono nel sito ufficiale: Museo Antica Casa Walser, Borca di Macugnaga

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Note:

1. Cfr. Beba Schranz, La “rinascita” dei Götwiarchjini da Macugnaga, pag. 11, e Paolo Crosa Lenz Leggende delle Alpi, pagg. 33-37.
2. Della leggenda della dipartita – o “rinascita” – dei Götwiarchjini da Macugnaga, oltre a Beba Schranz nel libro citato, raccontano Paolo Crosa Lenz in Leggende delle Alpi. Il mondo fantastico in Val d’Ossola, Edizioni Grossi, Domodossola, 2012, pag. 40; Valsesia Teresio e Giuseppe Bugener in Macugnaga e il Monte Rosa, Edizioni A. Fattorini, Trezzano sul Naviglio, Milano, 1968, pag. 33; Mortarotti Renzo in I Walser nella Val d’Ossola: le colonie tedesco-vallesane di Macugnaga, Formazza, Agaro, Salecchio, Ornavasso e Migiandone, Giovannacci Editore, Biella, 1979.

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Bibliografia

Crosa Lenz Paolo, Leggende delle Alpi. Il mondo fantastico in Val d’Ossola, Edizioni Grossi, Domodossola, 2012
Mortarotti Renzo, I Walser nella Val d’Ossola: le colonie tedesco-vallesane di Macugnaga, Formazza, Agaro, Salecchio, Ornavasso e Migiandone, Giovannacci Editore, Biella, 1979.
Schranz Beba, La “rinascita” dei Götwiarchjini da Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2015
Schranz Beba, Götwiarchjini, folletti di Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2016
Valsesia Teresio e Giuseppe Bugener, Macugnaga e il Monte Rosa, Edizioni A. Fattorini, Trezzano sul Naviglio, Milano, 1968

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