venerdì 7 agosto 2026

Le Streghe della Valle Antigorio. Croveo e le Caldaie del Diavolo

Dopo essere stata, un anno fa, alla festa Le Streghe della Valle Antigorio, a Croveo di Baceno, innamorata del paesino e impaziente di ritornarci, ho colto l’occasione della nuova edizione della festa per partire e recarmi nuovamente lì, questa volta accompagnata da mia mamma e dal mio compagno.
Appena arrivati, parcheggiata la macchina con un pizzico di fortuna nell’ultimo posto rimasto libero nel parcheggio, ho notato subito una differenza rispetto all’anno passato, ovvero la mancanza della pioggia, a causa della quale i prati verdi e vivaci erano completamente aridi, secchi e giallastri. La siccità e il surriscaldamento hanno colpito anche le montagne, e purtroppo sembra che non vi sia magia di strega abbastanza forte da curare una natura così ferita e stremata dalla insana mano umana. È un colpo al cuore, al quale non credo sia possibile abituarsi, almeno per chi un cuore e un’anima naturale ce li ha ancora.
Per fortuna almeno non faceva troppo caldo, così abbiamo potuto fare una bella passeggiata fra le bancarelle, salutare vecchie amiche e acquistare nuovi libri e incensi artigianali. Ovviamente non prima di esserci fermati alla Trattoria Cistella per un caffè e una fetta di crostata integrale con i frutti di bosco.



Ripresa l’esplorazione, mentre nuvole scure si addensavano sopra le vette e un vento fresco iniziava a soffiare intensamente, mi sono imbattuta quasi per caso nello stand di quella che, poco dopo, ho scoperto essere l’illustratrice della locandina della festa. Ho sempre amato il volto di fanciulla-strega tra i fiori, stampato sui dépliant de Le Streghe della Valle Antigorio, e trovare la mano che l’aveva ritratta, nonché tante altre illustrazioni di fanciulle-streghe stampate su carta pregiata, è stata una gioia grandissima. Le ho prese tutte quante, una per tipo. Ma soprattutto conoscere l’illustratrice, Elisa Squillace, è stato per me quasi commovente.
Proseguendo, al museo etnografico Casa del Cappellano, già visitato l’anno scorso, ho finalmente acquistato il libro che contiene gli atti del processo alle streghe di Croveo, così potrò studiarlo con calma e attenzione. Dopo questa tappa obbligata ci siamo inoltrati su alcune stradine che un anno fa mi ero persa, scoprendo con sorpresa un percorso che si snoda in tutto il borgo di Croveo, scandito da cartelloni illustrati da Elisa che riportano la storia del luogo, delle sue streghe, e le leggende locali. Nulla di meglio per una cercatrice di leggende come me. Non ho trovato tutte le tappe, e questo è un motivo in più per tornare, magari lontano dalla festa, e cercarle tutte.
Raggiunto il piccolo portico antico, con le vasche di acqua purissima, sono rimasta alcuni minuti a guardare il mosaico dedicato a Giovanna la Fiora e alle altre streghe processate e torturate dall’Inquisizione. Proprio lì accanto due anziane del posto, vestite con abiti tradizionali, rievocavano l’antica filatura e tessitura della canapa con i loro strumenti di legno.


Dopo aver continuato il percorso fra le strette e pietrose vie del borgo, fra incontri inaspettati che hanno ricordato il mio primo innamoramento di quando ero bambina, ci siamo spostati appena fuori il centro del paesino per incontrare un luogo che, visto in fotografia, mi aveva incantata. Abbiamo raggiunto, attraverso il sentiero che costeggia il bosco, una parte del Giardino Glaciale degli Orridi di Uriezzo, ovvero le Caldaie del Diavolo di Croveo. Dal centro del ponte, crocevia di streghe, poiché si diceva che proprio lì accanto si cospargessero il corpo di unguento e volassero sul monte Cistella per danzare e celebrare i sabba, si assiste allo scrosciare eterno della cascata, che passa sotto a due enormi pietre appoggiate l’una sull’altra.



La forma dell’acqua sembra disegnare le sembianze di un inquietante fantasma ammantato di bianco, dal volto scuro e misterioso. Più lo osservavo, più mi sentivo osservata da lui. Cosa possa aver visto, lui solo lo sa, e gelosamente serba il suo segreto.



Stare davanti a una cascata simile permette di percepire la potenza inarrestabile della natura. Una natura che tuttavia continua a essere maltrattata e stremata, e che reagisce devastando e stremando, come necessaria conseguenza di ciò che subisce. Si assiste impotenti a tutto questo, con la vana speranza che gli uomini peggiori, i più potenti e privi di umanità, prima o poi si rendano conto di ciò che fanno.
Ai due lati del ponte, due cartelloni, uno dei quali illustrato da Elisa – il disegno che fra tutti amo di più – raccontano la storia e le leggende del posto. Quella delle Caldaie del Diavolo e quella del malvagio Rampign le ho trascritte accuratamente, e sono riportate qui sotto.


Lasciate le impressionanti Caldaie del Diavolo con la loro cascata, le nuvole erano ormai sopra di noi e qualche goccia fresca ha iniziato a cadere. Dopotutto, forse, qualche strega ci è riuscita a far piovere, ho pensato sorridendo. Ci siamo quindi infilati di nuovo alla Trattoria Cistella, dove abbiamo cenato con deliziosi gnocchetti alle ortiche conditi con burro e salvia per me, e gnocchi di zucca e castagne ai funghi porcini per il mio compagno e mia mamma. Tutto squisito.

Sotto una pioggia sempre più forte, con una temperatura di colpo decisamente bassa, siamo corsi a prendere la macchina per riprendere la via di casa. Eccezionalmente, ho lasciato che a guidare fosse il mio compagno. Ho scoperto che se la mia macchina la guida lui non soffro il mal d’auto, e per una volta mi è piaciuto rilassarmi e godermi il viaggio di ritorno, avvolta nel golfino, guardando fuori dal finestrino le montagne che scorrevano veloci sotto nuvoloni scuri e carichi di pioggia. Credo anche di essermi addormentata per qualche minuto… tante piccole cose che, in un mondo in cui mi sento sempre diversa dagli altri e spesso inadatta, mi fanno sentire un pochino più normale. Poco però… alla mia diversità ci tengo.

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Prima di avvicinarmi al ponte e alla cascata ho scattato una fotografia al cartellone che racconta le leggende delle Caldaie del Diavolo di Croveo. Riporto integralmente ciò che è riportato. Le parti in corsivo, come indicato sul cartellone, sono tratte dalla rivista L’Ossola, che in due numeri, tra il 1898 e il 1899, pubblicò la leggenda scritta da Ottorino Leoni.

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La leggenda delle Caldaie del Diavolo di Croveo

Nei tempi antichi quando ancora i santi operavano prodigi e il diavolo andava pel mondo a giocar tiri birboni alla povera umanità, sorgeva nel letto del Devero, sotto Croveo, un molino che, distrutto e riedificato più volte, si vede tuttora sulla destra riva del fiume, presso le caldaie. Erane proprietario un vecchio ubbriacone e attaccabrighe, il quale di buono non aveva che una figlia, Lucia, bella e savia ed altrettanto amata da tutti, quanto il padre era cattivo e detestato.

Tra Lucia e Michele, forestiero che si era stabilito a Croveo per fare anch’egli il mugnaio e costruire un mulino sul Devero, nacque l’amore, ostacolato da Domenico, il perfido padre della ragazza, che, abbandonato, accettò l’aiuto del Diavolo per ottenere vendetta.
Ma immediatamente se ne pentì e cercò l’aiuto del vecchio e santo eremita che viveva in una piccola grotta poco sopra al fiume. Il Diavolo apparve sulla cima della montagna, e il vecchio santo, gettatosi a terra con le braccia protese implorò la protezione celeste. Il Diavolo iniziò a lanciare enormi macigni sul torrente per distruggere il mulino e uccidere i due giovani. Ma miracolosamente non riuscì nell’intento e se ne tornò all’inferno, scornato.
Cessato il pericolo, Domenico, pentito, abbracciò e perdonò i giovani amanti, che si sposarono con la sua benedizione. E tutto andò bene fino alla morte del vecchio e santo eremita. Alla sua morte il Diavolo volle prendersi la sua rivincita e ostruì il letto del fiume per annegare i mugnai.

Prese dunque due massi enormi, li trascinò alla riva del fiume e li sollevò in alto per precipitarveli in mezzo; ma per lo sforzo e nella fretta scivolò sull’umido terreno e cadde nell’acqua con sì mala sorte, che i due massi, cozzando l’uno contro l’altro, ne afferrarono in mezzo la coda. Per ira e dolore il demonio mandò acutissime grida, che intronarono per valli e per monti, come ululato di mille lupi presi al laccio. Cercò più volte invano di svincolarsi dalla terribile stretta; finalmente, in un parossismo di spasimo e di furore, diede un tale strappo, che un pezzo di coda rimase fra le rocce e lui andò a gambe levate, battendo il capo sopra uno dei massi, dove produsse una lunga spaccatura.
Per la seconda volta dovette darsi per vinto dinanzi a quella potenza occulta, più forte di lui, e tutto sanguinoso e cosparso di fango, si sprofondò nelle viscere della terra.
I due massi, bizzarramente accostati pel vertice l’un contro l’altro, giacciono fin d’allora in quella posizione e formano un ciclopico arco, sotto cui il torrente Devero, bianco di schiuma, si precipita in romoreggiante cascata nel profondo vortice, che il volgo battezzò col nome di caldaie del Diavolo.


La leggenda svela inoltre come la vera causa dell’epidemia di peste che colpì non solo l’Ossola ma tutta Italia fu il mozzicone di coda del Diavolo che ammorbò le acque del Devero, del Toce, del Ticino, e dell’intero Po, fino a che non si fu del tutto consumato.
“Era proprio quello il caso di dire che il Diavolo ci aveva messo la coda…”

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La leggenda del Rampign

“A questo ponte e ad altri luoghi pericolosi, come canali, fontanoni o gole, è legata una leggenda tramandata dagli anziani del paese, forse nata per incutere nei bambini un senso di timore e per allontanare il rischio di cadere. Si racconta di un’entità malvagia, il “rampign”, che vive in questi luoghi pericolosi e che, se non si sta attenti o ci si sporge troppo, trascina di sotto l’incauto allungando improvvisamente un “rampino”.”

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In merito a tutto ciò che riguarda le streghe di Croveo, proseguirò con lo studio, anche grazie ai libri acquistati alla festa, e magari scriverò qualcosa di approfondito non appena conoscerò adeguatamente l’argomento.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
La festa Le Streghe della Valle Antigorio si svolge da alcuni anni nell’ultimo weekend di luglio, a Croveo di Baceno. Tutte le info sono disponibili sulla relativa pagina di FB e su Instagram, cercando @streghe.valle.antigorio
Per conoscere le splendide illustrazioni di Elisa Squillace potete seguirla e contattarla su Instagram: @arte.sensibile

sabato 4 luglio 2026

Viaggio a Macugnaga. Il Lago delle Fate

Dopo aver dormito qualche ora, ed essermi svegliata con la luce del sole che illuminava la montagna verdissima fuori dal balconcino, ci siamo preparati e siamo scesi a fare colazione in albergo. Una colazione deliziosa a base di brioche vuota, torta alla crema di limone e tè caldo per me, e muffin al cioccolato, torta alla crema di limone e cappuccino per il mio compagno. Prima di spostarci verso la nostra meta, ovvero il Lago delle Fate, abbiamo fatto una passeggiata nel centro di Macugnaga, esplorando tutti i negozietti e facendoci qualche regalino, come il bastone da cammino con un lupo intagliato nel legno per lui, e un pacchetto di biscotti di pasta frolla a forma di stelle alpine – squisiti – oltre alla solita, immancabile tazza con cervi e fiocchi di neve per me.
Quando siamo stati pronti a ripartire, abbiamo caricato la macchina, abbiamo salutato la gentile responsabile dell’albergo, che ci ha offerto altri buoni consigli per raggiungere la nostra destinazione, e siamo partiti.


Avremmo raggiunto il lago partendo dal parcheggio di Isella e percorrendo, pensavamo, la semplice e comoda strada sterrata. Pensavamo, appunto. Invece, presi dall’entusiasmo ci siamo incamminati dietro ad altre persone che cominciavano la passeggiata, passando dentro una frazione di splendide baite, con l’antico forno e la chiesetta, e ci siamo accorti solo dopo che la strada intrapresa non era affatto quella semplice e comoda, ma quella faticosa e scomoda, che si inerpica su lunghissime gradinate di pietre e radici, in salita ripida, dal lato del bosco. Ormai eravamo lì, di tornare indietro non se ne parlava, per cui abbiamo proseguito. Eppure la bellezza di questo percorso era davvero immensa.



Dopo tratti di salita impegnativa nel folto del bosco, si aprivano prati sconfinati sui quali si affacciava, lucente nel cielo turchese, il Monte Rosa. Durante la strada si incontrano altre baite che sembrano uscite da una fiaba, e zone verdissime dove crescono erbe curative in grande quantità. Intere macchie di achillea millefoglie, di iperico e di altri fiori selvatici, e scorci di montagne verde-azzurre sotto un sole decisamente caldo ma luminosissimo.



La salita è stata senza dubbio stancante, e quando finalmente abbiamo raggiunto l’ultimo tratto della strada sterrata eravamo distrutti. Ciò nonostante non vedevo l’ora di vedere il lago, per questo quando l’ambita destinazione si è aperta davanti a noi, e mi sono resa conto che il famoso Lago delle Fate pareva più una sorta di pozza dall’acqua torbida – probabilmente a causa della pioggia della sera prima, che aveva smosso il basso fondale – che scorreva giù da una gigantesca diga di ferro, ci sono rimasta sinceramente male.



Tutto qui?, mi sono detta, e con una certa delusione mi sono avvicinata alla staccionata per guardare meglio, e rendermi conto che la meta valeva molto meno del percorso che avevo fatto per raggiungerla. Ed è stato allora che ho compreso e ricordato una lezione importante che farò in modo mi resti dentro per sempre.
Quante volte ci muoviamo con il solo pensiero della destinazione, senza renderci conto di quanto sia importante, e forse persino più bello e appagante, il viaggio che compiamo per raggiungerla? Devo rendermene conto di più e più spesso, mi sono ripromessa. Devo ricordarmi di prestare più attenzione e di godermi di più ogni passo. Non devo guardare avanti e procedere, come fanno in molti, ma devo guardarmi attorno, il più possibile, e vivere ogni momento con presenza e consapevolezza.
Il viaggio, talvolta, vale davvero più della meta.

Per riprenderci dalla stanchezza, data la presenza del bar in posizione strategica, il mio compagno e io abbiamo ordinato qualcosa di fresco da bere e un toast, quindi ci siamo seduti sulle sdraio affacciate sul lago. E più guardavo avanti a me, più mi rendevo conto di quanto si vedesse che il bacino è artificiale – peraltro scavato solo nel 1948 – e quanto poco avesse di fiabesco. Quanto poco meritasse il nome che gli era stato dato appositamente per attirare i turisti. Persino la leggenda che è stata inventata di recente per renderlo più attraente, in quel momento mi sembrava una stonatura. Una leggenda di bellissime fate che camminano su quelle acque sotto la luce della luna piena, e che scambiano con l’oro scavato dai nani delle Miniere della Guia, le loro marmellate ai mirtilli, di cui i nani sono ghiotti, così da utilizzare l’oro per ricamare le loro vesti e creare la polvere dorata che permette loro di volare. Apparentemente bello, ma finto – come il lago stesso – improbabile e senza radici.
Qui le fate non ci verrebbero mai, mi sono detta, guardando ancora una volta la orribile diga.
Mi rendo conto di essere severa, e sono anche certa che il lago, nel momento in cui l’ho incontrato io, non era al massimo del suo potenziale. Avevo visto fotografie più belle nelle quali sembrava più trasparente, azzurro, riflettente la cima della montagna, eppure la forte sensazione di artificio è stata davvero forte e disturbante. Speravo di riuscire a vedere bellezza nonostante l’origine artificiale del posto, ma purtroppo non ci sono riuscita.
Ho cercato comunque di far scivolare via il disappunto, concentrandomi sulla bellezza del paesaggio che circonda il bacino, e questa, almeno, era autentica e innegabile.


Quando alcuni tuoni lontani hanno risuonato nell’aria improvvisamente ventosa, e la cima del monte si è incupita di nuvoloni scuri e minacciosi, abbiamo deciso che era il momento di alzarci e di incamminarci sulla via del ritorno, questa volta la semplice e comoda strada sterrata.
Proprio all’inizio della passeggiata sono felice di aver trovato i Götwiarchjini, o forse sono i nani della miniera, sparsi qua e là nel bosco accanto al sentiero. Ci tenevo a vederli, anche se temo di non averli incontrati tutti.




La camminata è stata tranquilla, con il mio compagno che procedeva lentamente a causa di una storta al piede presa qualche ora prima. Verso la fine della strada, sotto una pioggerella incalzante, mi sono accorta della presenza di un grande masso erratico, davanti al quale era stata conficcata una enorme croce. Evidentemente doveva essere stata una pietra sacra per chi viveva qui prima e durante la conversione al cristianesimo, altrimenti dubito che ci sarebbe stato motivo di segnare con la croce un luogo privo di alcuna ritualità precedente. Un po’ controproducente, ma grazie per la segnalazione, ho sorriso ironicamente fra me e me. Se non fosse stato per quella croce enorme non avrei notato il masso, non avrei ipotizzato la sua possibile utilità precristiana, e non avrei rivolto un pensiero alle entità che forse lì in tempi passati venivano venerate.


Finalmente raggiunto il parcheggio e la mia cara macchinina ci siamo spostati in un bar vicino per prendere un caffè in tranquillità prima di ripartire, quindi ci siamo riavviati verso casa – e verso il caldo devastante che non ha tardato a farsi sentire.

Il viaggio è stato molto bello, e Macugnaga è rimasta ancora impressa nel cuore. Forse si sono rivelate alcune nuove tappe da esplorare prossimamente, ricordando tuttavia quanto sia importante anche – se non di più – il viaggio per raggiungerle. Ma anche solo restare e riposare in un posto bellissimo, potrebbe essere una buona motivazione per tornarci presto.
E chissà che qualche Götwiarchj non si faccia vedere, nonostante la triste ma comprensibile dipartita, fra le cavità della montagna, o le radici del saggio, vecchio tiglio.

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ALBUM FOTOGRAFICO

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Note di viaggio:
Il cosiddetto Lago delle Fate si trova in Val Quarazza e si raggiunge percorrendo diversi sentieri. Uno di questi passa dalla vecchia città morta, mentre i due che abbiamo percorso noi partono entrambi dal parcheggio di Isella, fra Macugnaga-Staffa e Borca. Il primo inizia proprio di fronte al parcheggio, costeggiando il bel prato, che rimane sulla sinistra, e passando attraverso il primo gruppo di baite, con l’antico forno e la chiesetta. Il secondo parte dalla grande strada sterrata subito a destra dell’ingresso del parcheggio, e dopo aver costeggiato la sua ampia parte laterale sale verso sinistra e procede comodamente con una moderata pendenza. Questo sentiero è indubbiamente più semplice, ma la bellezza di quello che si inerpica fra boschi e praterie non è paragonabile. Si fa fatica, ma ne vale veramente la pena.

venerdì 3 luglio 2026

Viaggio a Macugnaga. Il Museo Antica Casa Walser, il Tiglio, la Chiesa Vecchia e i Götwiarchjini

In un anno di ritorni in luoghi già vissuti e amati, anche questo viaggio è stato un ritorno, questa volta alla cara Macugnaga e alla vicina Val Quarazza. L’avevamo lasciata promettendoci di tornarci in breve tempo per completare l’esplorazione delle tappe più suggestive, ma sono passati tre anni. Eppure il tempo non conta, conta la sensazione che sia arrivato il momento giusto per partire e vivere ancora quei posti che, in modi diversi, sono rimasti impressi nel cuore.
Tentando di sfuggire al terribile caldo anomalo dei giorni scorsi, abbiamo quindi deciso che era il momento di rivedere la cara montagna, cogliendo l’occasione per raggiungere le mete che avevo appuntato sul mio quaderno dei viaggi.
Siamo partiti domenica all’ora di pranzo, quando le strade sono più libere e tranquille, e a metà strada abbiamo imboccato la provinciale che sale verso le fresche vette. Siamo arrivati in un paio di ore scarse e abbiamo lasciato le borse nell’hotel Dufour, che mi era piaciuto la prima volta che ci ero passata accanto, e che ci ha accolti per passare la notte. La nostra camera era minuscola ma carina, l’avevamo scelta col balconcino rivolto alle montagne, così da uscire a guardarle e a respirare l’aria fresca a tarda sera.
Abbiamo quindi lasciato l’albergo con i buoni consigli della gentile receptionist, e ci siamo spostati a Borca, a pochi chilometri di distanza, per visitare il Museo Antica Casa Walser, un’autentica abitazione Walser, risalente al 1600, molto grande e bella, oggi adibita a museo sulla vita quotidiana dei del suddetto popolo di origine tedesca, che scese dalle Alpi e si stabilì in diverse zone attorno al Monte Rosa.


Parcheggiata la macchina nel parcheggio a pochi passi dal museo, siamo entrati nella casa e una signora dolcissima ci ha accolto con una gioia e un entusiasmo che mi hanno scaldato il cuore. Ci ha quindi accompagnati nella visita, raccontando ogni stanza, l’utilizzo degli strumenti e la vita quotidiana di una tipica famiglia Walser, con le loro difficoltà e le loro tradizioni. Ascoltare la voce di questa dolce signora, osservando il suo volto così sincero, puro e gentile, è stata la cosa più bella.



La casa è divisa in tre piani. Il primo che si visita è il pianterreno, con la cucina e il focolare – sopra il quale è stata posta una statua intagliata nel legno di un Götwiarchj, i buoni folletti domestici delle leggende del posto – la sala crocevia, o vecchio ingresso, dalla quale si accede alle altre camere, e la stanza più importante di tutta la casa, la stobu – o stube – dove il calore del fuoco acceso manteneva il calore all’interno e la famiglia era solita riunirsi, soprattutto in inverno, poiché la stobu era l’unica parte calda della casa. Visitato il pianterreno, si sale quindi al primo piano, dove si trova la sala dei mestieri tradizionali, con gli antichi strumenti per praticarli, la sala della lavorazione del pane, la sala in cui sono conservati minerali e oggetti preziosi come corredi pregiati e abiti tradizionali, ricamati col filo dorato – per chi poteva permetterselo – che raffigurava spighe di grano, stelle alpine, nontiscordardime.


In questo piano era presente un dettaglio che io desideravo vedere da tanto tempo. All’interno della stanza, oggi adibita a sala dei mestieri, era infatti presente una finestrella quadrata, più piccola delle altre e sempre chiusa. Questa era la Seelabalgga, o “finestrella dell’anima” in lingua titsch – la lingua parlata dai Walser. Quando nella casa qualcuno moriva, e solo in quel momento, la Seelabalgga veniva aperta, così che l’anima del defunto potesse uscire e involarsi in cielo. La finestrella dell’anima era essenziale e non vi era casa Walser che non ne avesse una. Per me vederla, e sentirne raccontare dalla guida, è stato emozionante.


Dopo il piano superiore, ci siamo spostati nel piano interrato, dove è esposta una collezione di fotografie d’epoca e dove è possibile acquistare qualche piccolo ricordo, in particolare i folletti Götwiarchjini, così cari alla tradizione di Macugnaga. La nostra dolce guida ce ne ha parlato con un tale amore e rispetto che sono sicura che credesse fermamente nella loro presenza. Ed è stato bello sentirla pronunciare la formula in lingua titsch con la quale i folletti, offesi per il comportamento degli esseri umani, si congedarono per sempre e se ne andarono a vivere sopra le nuvole.
In questa stanza ho immediatamente adocchiato dei libri, venduti a coppie tenute insieme da un elastico, proprio sui Götwiarchjini, ovvero sulle loro leggende accompagnate dai disegni dei bambini delle scuole elementari di Macugnaga. Ovviamente ho comprato la mia coppia e me la sono tenuta stretta come un preziosissimo tesoro, con l’intenzione di leggerla durante la nottata.
Terminata la visita ci è dispiaciuto dover salutare la signora della casa, anche se con gioia l’avremmo rincontrata inaspettatamente la mattina successiva, scambiando con lei ancora qualche parola.
Ci siamo quindi riavviati verso la piazza di Macugnaga, dove ci siamo rilassati con un buon caffè e qualche biscottino al bar pasticceria Jäger. Seduti fuori al sole, che tuttavia stava cominciando a nascondersi dietro le nuvole, si gode della vista limpida della cima del Monte Rosa, che tuttavia mi ha trasmesso tristezza, perché i ghiacciai sono quasi esauriti e anche la neve perenne è quasi del tutto sciolta. Il cambiamento climatico si mostra soprattutto qui, nei ghiacciai e sulle vette, anche se certe persone prive di sensibilità e di intelligenza continuano imperterrite a negare ogni evidenza.
Dopo il caffè e qualche lungo minuto di spensierato rilassamento, ci siamo incamminati verso il tiglio secolare e la Chiesa Vecchia, che speravo questa volta di trovare aperta. Il tragitto è breve e bellissimo, con la lontana cascata che scorre sulla montagna a destra, proprio accanto alla funivia, e un paesaggio incantevole che accompagna ogni passo. Ci siamo avvicinati con rispetto al vecchio tiglio – di cui ho parlato qui – che ci ha accolti nel suo profumo inebriante, e ricordando le leggende del posto ho osservato a lungo le radici e gli incavi del possente tronco, dentro i quali si dice che vivessero i Götwiarchjini.



Siamo quindi entrati nell’antico cimitero, suggestivo e bellissimo, e con gioia ho trovato il portone della chiesa aperto. Nella penombra dell’interno si vedevano tremolare le fiammelle di tante candele accese da poco.




La chiesa è più grande di quanto immaginassi. È leggermente interrata, come vuole la leggenda delle streghe Streckala e Brennara, e al suo interno è presente una statua della Madonna con Bambino che mi aveva sempre incuriosita.


Sembra molto antica – qualcuno sostiene che sia una riproduzione fedele dell’originale, che sarebbe conservato altrove – e per alcune sue caratteristiche mi ricorda le Madonne Nere autentiche, specialmente il volto grande, lo sguardo rivolto avanti, lo stile rustico e semplice.


Sono rimasta nella chiesa per un po’ di tempo, persa a osservare ogni dettaglio, poi ho acceso una candela, come sono solita fare, nonostante non sia cristiana, l’ho accompagnata con una preghiera e sono uscita. Il mio compagno mi aspettava fuori nel grande prato verde, seduto sulla panchina, mentre il cielo, ormai nuvolo, iniziava a lasciar cadere qualche gocciolina.


Qualche gocciolina che è presto diventata una bella pioggia decisa, e che ci ha spinti a entrare velocemente nel ristorante nel quale avremmo cenato, il Flizzi, proprio all’angolo della piazza. Una cena che ricorderemo a lungo, perché raramente capita di mangiare così bene. Avevamo anche un piccolo sconto che ci ha fornito l’albergo, come omaggio per la nostra permanenza, così ci siamo concessi qualche sfizio in più, come il dessert a base di torna scomposta di crema pasticcera e fragole, una delizia.
Dopo cena faceva decisamente freddino, così siamo usciti di corsa per raggiungere l’hotel dall’altra parte della piazza, e ci siamo rintanati in camera. Avevo portato con me il mio mini bollitore elettrico, completo di bicchieri e cucchiaini, dato che la camera ne era sprovvista, e ho preparato una tisana bollente che siamo poi andati a bere nel salottino comune, così carino in stile montano con dettagli moderni, e tanto splendido legno.
La nottata è trascorsa tranquilla. Il mio compagno si è addormentato subito, mentre io ho passato qualche ora a leggere le leggende dei Götwiarchjini, uscendo per qualche minuto sul balconcino, al cospetto delle grandi montagne. Poco prima di dormire sono uscita ancora una volta, e ho notato una stellina luminosa proprio sopra la vetta del Monte Rosa. Solitaria e lucente, vegliava sul mondo. L’ho ringraziata per la sua luce e la sua bellezza, le ho parlato un pochino e, rientrando, le ho augurato la buonanotte. Sapevo che avrebbe vegliato anche su di me.
Con una candelina accesa e la presenza delle montagne a proteggere e custodire, sono scivolata in un sonno leggero e tranquillo.

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La prima giornata a Macugnaga, fra la casa-museo, il tiglio secolare e la bellezza dei paesaggi, oltre alla mia nottata di lettura delle leggende locali, è stata costantemente accompagnata dal pensiero dei Götwiarchjini. Per questo mi sono ripromessa di approfondire l’argomento e di trascrivere la storia della loro dipartita.

I Götwiarchjini – o Guttviarghini, da got-viarghini, ovvero “buoni lavoratori” – come vengono chiamati i nani di Macugnaga nell’antica lingua titsch, erano creature buone, gentili e generose, ma talvolta dispettose se venivano offese dal comportamento degli esseri umani. Avevano insegnato agli uomini a lavorare il latte, ossia a ricavarne burro, ricotta e formaggio, ma non avevano svelato l’ultimo segreto, ovvero cosa fare con il siero. Erano i custodi dei camosci e li accompagnavano nei pascoli, sapevano mutare i sassi, il carbone e le foglie degli alberi in oro puro, e abitavano nelle montagne, nelle buche, nelle miniere o in piccole dimore nascoste fra le radici e gli incavi del grande tiglio secolare che cresce accanto al cimitero di Macugnaga.
Questi folletti in realtà erano diffusi in tutta la Val d’Ossola, e differivano solo nel nome, che cambiava a seconda delle zone. A Macugnaga erano appunto definiti Götwiarchjini o Guttviarghini, mentre a Ornavasso erano chiamati Twergi, a Bognanco erano i Cuscitt, Cucitt nella Bassa Ossola e Cüsch ad Anzola, Kwerc a Migiandone, Zwargje in Val Formazza, ma anche Stockji nella Valle del Lys, Doggi a Obersaxen e Tacchie a Rima. (1)
La loro caratteristica principale era che avevano i piedini rivolti all’indietro. Questa particolarità era segno della loro appartenenza alla dimensione magica, ma poteva essere considerata da qualcuno come un difetto, una dimostrazione della loro diversità. Proprio a causa di questo pregiudizio, esternato niente meno che da un bambino, i Götwiarchjini si allontanarono per sempre, come narra la loro leggenda più nota a Macugnaga.
La leggenda è stata trasmessa oralmente, con più o meno dettagli, da diverse persone macugnaghesi nel corso degli anni. Riporto tuttavia quella più ricca, raccontata da Beba Schranz nella coppia di preziosi libri reperibili presso il Museo Antica Casa Walser.

La “rinascita” dei Götwiarchjini di Macugnaga

“A Macugnaga ai piedi dell’immensa parete est del Monte Rosa, c’è un grande tiglio secolare le cui fronde, tempo addietro, arrivavano a sfiorare le tombe adagiate nel piccolo cimitero posto lì accanto. (…)
Nel tronco di quel vecchio albero, da tempo immemorabile, vivevano dei piccoli nani con i piedini girati all’indietro, i götwiarchjini che, forse in “Titsch”, l’antica lingua del luogo, significa “buoni lavoratori”. Gli abitanti del villaggio, boscaioli, pastori, cacciatori, scalatori, cercatori d’oro convivevano con loro e li apprezzavano immensamente. Si racconta che, senza i loro suggerimenti, i Walser non avrebbero potuto sopravvivere alle difficoltà e ai rigori della montagna. Pare che furono proprio i götwiarchjini che, tra le altre cose, insegnarono agli abitanti di Macugnaga come ricavare dal latte il burro, il formaggio e la ricotta. Un sabato sera la luna era già alta nel cielo e i nanetti stavano per svelare ai montanari il segreto per trattare l’ultimo siero, quello rimasto dopo aver ottenuto dal latte anche la ricotta, ma erano ormai tutti molto stanchi, troppo stanchi, e si diedero così appuntamento al lunedì successivo di buonora. Nessuno dei tranquilli e laboriosi macugnaghesi poteva immaginare cosa sarebbe successo la domenica mattina quando, finita la S. Messa, tutta la popolazione si recò in processione a Chiesa Vecchia… chiudeva la fila una mamma che, per mano, teneva il suo bambino. Passando sotto il grande tiglio il bimbo vide una götwiarchj e cominciò a canzonarla a causa dei suoi piedini storti, invano la mamma cercò di zittirlo strattonandolo per un braccio e ponendogli lesta una mano sulla bocca; vane furono pure le scuse che la poverina presentò subito alla nanetta. La götwiarchj si offese molto, forse troppo, e mormorò: se il più piccolo è così maleducato, chissà quelli grandi!
Infuriata chiamò tutti i götwiarchjini a raccolta, lanciò un gomitolo di lana verso il cielo, in alto oltre le fronde del vecchio tiglio e, tra lo sgomento generale, tutti, uno dopo l’altro, vi si arrampicarono gridando:
Hi hiina, hi daana, hinaa nìmmer mie. Ts chlenschta ischt z’bìeschta.” – “Né qua né là e mai più qui. Il più piccolo è il più cattivo.”
Così sparirono tra le nuvole e da allora nessuno li vide più, del loro passaggio sono rimaste solo le cavità nel vecchio tronco del tiglio, dove da sempre avevano avuto dimora.” (2)

Tratto Beba Schranz, Götwiarchjini, folletti di Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2016, pagg. 50-51.

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ALBUM FOTOGRAFICI
Il Museo Antica Casa Walser
La Chiesa Vecchia e il Tiglio secolare

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Note di viaggio:
Il Museo Antica Casa Walser è raggiungibile facilmente percorrendo la provinciale che raggiunge Macugnaga, e si trova a Borca, proprio di fronte alle indicazioni per le Miniere della Guia. Si può parcheggiare poco più avanti, sulla destra, e raggiungere la casa-museo a piedi. Gli orari di apertura variano di mese in mese e sono elencati qui: Museo Antica Casa Walser – Orari di apertura
Tutte le info sono nel sito ufficiale: Museo Antica Casa Walser, Borca di Macugnaga

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Note:

1. Cfr. Beba Schranz, La “rinascita” dei Götwiarchjini da Macugnaga, pag. 11, e Paolo Crosa Lenz Leggende delle Alpi, pagg. 33-37.
2. Della leggenda della dipartita – o “rinascita” – dei Götwiarchjini da Macugnaga, oltre a Beba Schranz nel libro citato, raccontano Paolo Crosa Lenz in Leggende delle Alpi. Il mondo fantastico in Val d’Ossola, Edizioni Grossi, Domodossola, 2012, pag. 40; Valsesia Teresio e Giuseppe Bugener in Macugnaga e il Monte Rosa, Edizioni A. Fattorini, Trezzano sul Naviglio, Milano, 1968, pag. 33; Mortarotti Renzo in I Walser nella Val d’Ossola: le colonie tedesco-vallesane di Macugnaga, Formazza, Agaro, Salecchio, Ornavasso e Migiandone, Giovannacci Editore, Biella, 1979.

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Bibliografia

Crosa Lenz Paolo, Leggende delle Alpi. Il mondo fantastico in Val d’Ossola, Edizioni Grossi, Domodossola, 2012
Mortarotti Renzo, I Walser nella Val d’Ossola: le colonie tedesco-vallesane di Macugnaga, Formazza, Agaro, Salecchio, Ornavasso e Migiandone, Giovannacci Editore, Biella, 1979.
Schranz Beba, La “rinascita” dei Götwiarchjini da Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2015
Schranz Beba, Götwiarchjini, folletti di Macugnaga, Alte Lindenbaum Gemeinde – Comunità del Vecchio Tiglio, Macugnaga, 2016
Valsesia Teresio e Giuseppe Bugener, Macugnaga e il Monte Rosa, Edizioni A. Fattorini, Trezzano sul Naviglio, Milano, 1968

mercoledì 24 giugno 2026

Viaggio in Liguria. L'Acquario di Genova e Varazze

Proseguendo il viaggio, dopo aver dormito a Bogliasco e aver fatto un bagno nella splendida spiaggetta sotto la chiesa, ci siamo avviati verso la nostra terza tappa, una meta che desideravo raggiungere da tanto tempo e che non vedevo l’ora di vivere: l’Acquario di Genova.
Lo abbiamo raggiunto con un pochino di difficoltà – non sono brava a guidare nelle grandi città – e percorrendo strade dalle tante corsie che mi hanno fatto rendere conto di quanto Genova sia grande e trafficata. In ogni caso ce l’abbiamo fatta, e dopo aver miracolosamente trovato un parcheggio nell’area davanti all’Acquario, abbiamo fatto velocemente i biglietti online e ci siamo diretti all’ingresso.
Mi sentivo come una bambina che stava per entrare in un mondo magico, dove avrebbe visto ogni sorta di creatura marina, forse persino le sirene! Per questo, incontrare come prime creature le murene, con la testa inquietante che sbucava dai buchi di una grande roccia verticale, mi ha resa subito entusiasta.



Raccontare l’Acquario di Genova non è semplice, mancano le parole. È un mondo magico e molto grande. In ogni stanza e corridoio si incontrano animali che con ogni probabilità si ha visto solo in fotografia o nei documentari, e averli tutti lì davanti rende piccole e incantate, pronte a stupirsi dietro ogni angolo.




Le mie creature preferite sono state, naturalmente, le foche, ma anche i lamantini, che ho amato immensamente; i delfini gioiosi, uno dei quali continuava a giocare da solo con una boa gialla, lanciandola con la bocca come fosse una palla e nuotando a riprenderla; poi gli squali inquietanti, che nuotano come se perlustrassero con attenzione ogni angolo della loro vasca, e la dolcissima tartaruga marina, che osservava noi, attaccata al vetro, come noi osservavamo lei. I pinguini giocosi, i piranha, le dolci razze appiattite sulla sabbia e gli storioni, pesci e pesciolini tropicali dai mille colori, e una miriade di stelle e stelline marine, delle quali ho amato soprattutto quelle rosa, che vivono nel freddo, a una temperatura costante di -1°.



Poco oltre la metà dell’Acquario, dopo aver vissuto una buona parte della magia di tutte le creature che lo abitano, abbiamo accolto con piacere la presenza di un bar molto carino, oltre che del primo negozietto di gadget a tema acquario. Peluche di pesci, foche, lamantini, squali, cavallucci marini di tutte le dimensioni, e tantissime altre cose carine, fra le quali ho scelto una biro trasparente dei colori dell’arcobaleno, con una stellina in punta e, appesi, tre pesciolini colorati, e un portachiavi con una fochina bianca di peluche. La foca dovevo per forza portarmela a casa!



Dopo un caffè di cui avevamo urgente bisogno, dal momento che, sedendoci, ci siamo accorti di quanto fossimo stanchi – l’Acquario è grande e dona tante emozioni, e tutta l’energia spesa deve potersi rigenerare – abbiamo ripreso la visita.



Non è possibile nominare tutti gli animali presenti all’Acquario, sono davvero tantissimi, ma verso la fine mi hanno incantata le meduse, soprattutto quelle semi-trasparenti. Sembravano candidi e sottilissimi veli che ruotavano e si muovevano fluttuando, tuttavia in spazi molto piccoli.


Quello che mi ha lasciata perplessa è stato solo questo, e me lo aspettavo. Certe vasche e ambienti naturali ricostruiti offrono uno spazio piuttosto grande, anche se nulla a confronto della natura libera. Altri invece erano piccolini, e forse insufficienti a garantire una vita soddisfacente. Per questo mi auguro che comunque vi sia una rotazione all’interno dell’Acquario, e che gli animali più longevi vengano ciclicamente liberati e sostituiti, così da non dover trascorrere lì tutta la loro vita. Ma dubito che sia così.
Sapevo che avrei sofferto per questo. Spesso mi sono chiesta se lo spazio fosse sufficiente, se non fosse troppo limitato, se gli animali stessero bene e vivessero sereni e senza particolari esigenze. Sono fatta così, la libertà di essere, ma anche di seguire il proprio istinto naturale senza alcuna restrizione né obbligo imposto, sia esso di spazio o di comportamento, per me viene sempre al primo posto.
A parte questo, l’esperienza dell’Acquario di Genova è stata bellissima, la porterò nel cuore a lungo e ancora adesso mi perdo per ore a guardare le fotografie e il video che ho fatto ai lamantini che girano su se stessi infilandosi fra una roccia e l’altra della loro grande vasca turchese.
Le sirene purtroppo non c’erano… o forse qualcuna sì, anche se al momento dotata di gambe, con una lacrimuccia agli occhi e il nasino appiccicato ai vetri.

Usciti dall’Acquario col cuore pieno di bellezza, ma anche tanta stanchezza, ci siamo fermati qualche minuto nel porto antico, dove svetta il gigantesco galeone con la sua caratteristica polena, e qui ho ricordato la leggenda ambientata proprio nel porto antico di Genova. È la storia di una vecchina dai poteri divinatori e di un ammiraglio sposato con una strega, la racconterò a breve.


Dopo qualche passo sotto un cielo improvvisamente nuvoloso, siamo tornati alla macchina. Non avevamo alcuna voglia di girare per la città con il caldo, per cui abbiamo deciso di avviarci verso il primo tratto della Riviera di Ponente, e precisamente a Varazze, per stare ancora un pochino vicino al mare e per fare una bella cena a base di pesce.


Arrivati a Varazze, in realtà, il caldo ci ha tramortiti. Ci siamo infilati nelle strette vie fino alla piazza del duomo, dove abbiamo preso qualcosa da bere, e dovendo aspettare l’orario di apertura del ristorante ci siamo rifugiati niente meno che nella chiesa, unico posto un pochino più fresco e arieggiato. Tutto sommato il duomo di Varazze è bello, anche se lontano dal genere di chiese che apprezzo di più. Mi sono sentita un pochino a disagio a restare in chiesa solo per rinfrescarmi, dal momento che non sono cristiana, e quando visito certe chiese lo faccio per cercare la presenza luminosa di qualcosa di più antico e per me più vero. Qualcosa che il cristianesimo ha coperto, riscritto, sostituito. E di cose simili, come anche racconti e leggende affascinanti, ce ne sono tante, se si ha voglia di trovarle.
Qui ammetto di non aver trovato nulla, o meglio, non vi era nulla che fosse per me, solo freschezza in una giornata bollente, e pace.
Quando è arrivato il momento di andare, abbiamo raggiunto il vicino ristorante sul mare La Perle, dove io ho ordinato una pasta alle vongole, molto delicata, e il mio compagno una strepitosa pasta all’astice. Il costo era elevato, ma ne valeva la pena.


Dopo cena, per iniziare a smaltire le pance troppo piene, abbiamo passeggiato un pochino sul mare, lungo la passerella della scogliera. Qui il vento fresco e la pace assoluta del rifrangersi delle onde mi hanno lentamente rimessa al mondo. Mi sono accoccolata su uno scoglio e non mi sarei più mossa.
Queste sono le mie chiese, mi sono ripetuta, con una sicurezza e una convinzione se possibile ancora più forti di sempre. Non importa se attraverso periodi in cui non riesco a credere e a sentire la divinità immanente nella natura. Questi momenti fanno parte del cammino. Vanno e vengono, come le onde sulla spiaggia.
Ed è giusto che sia così. Se così non fosse non si crescerebbe.
A volte dobbiamo credere di essere solə al mondo per alzarci in piedi con coraggio, tirarci su le maniche e imparare a cavarcela con le nostre forze, senza pensare che ci sia sempre qualcuno che ci sostiene e risolve i nostri problemi, o sistema i nostri pasticci.
Questi momenti di solitudine esistenziale sono essenziali. E se un giorno scopriremo di essere veramente solə al mondo, che ogni credenza e religione non è stata che una strategica invenzione di chi ci ha sempre voluto tenere buonə e ubbidienti, almeno saremo statə comunque in grado di vivere pienamente la nostra vita, con coraggio e indipendenza, costruendo cose buone e spargendo bellezza e amore lungo i nostri passi.
E questo, nel tempo oltre la vita, voglio credere che conti qualcosa. A prescindere da qualsiasi religione o via spirituale.


Restare a lungo seduta a guardare il mare e a riflettere ha seminato in me queste prese di coscienza, che solo adesso sono riuscita a razionalizzare e a tradurre in parole.
Ne sono grata, il mio cammino prosegue, fra visibile e invisibile, nella bellezza. Nel fare e dare cose buone che facciano stare bene.

Meno bene mi ha fatto il ritorno verso casa, che è stato più lungo del previsto e non poco snervante. La stanchezza, ma soprattutto il disorientamento, dopo tutta quella pace e centratura, del ritrovarmi immersa nel traffico dei continui “lavori in corso” e della prepotenza aggressiva di tanti guidatori, che fanno sentire te una incapace solo perché viaggi con prudenza e tranquillità, rifiutando il loro modo di essere arrogante, mi hanno frastornata. Mi sono ritrovata, per la prima volta, a piangere mentre guidavo, sentendo fortemente di non fare parte di quel mondo violento e prevaricatore, di rifiutarlo con tutta me stessa. Pertanto arrivare finalmente a casa è stato un respiro di sollievo. E una pace ritrovata.
Non è facile davvero abitare sulla stessa terra di tante brutte persone, e nei momenti di stanchezza questa consapevolezza pesa e brucia ancora di più.
La si può alleggerire, ma resta una questione aperta, e il ritorno da questo viaggio me l’ha trasmessa con forza.
Siamo chiamatə a opporci alla violenza e a resistere, a combattere per ciò che è buono e giusto, e al contempo a coltivare apertura, pace e bellezza dentro di noi. Nessuna di queste azioni può essere trascurata.

Ripenso all’azzurro del mare, a tutta la bellezza vissuta, e ritrovo centratura e pace. Centratura e pace che vanno difese e preservate, e sulle quali io personalmente devo lavorare ancora e ancora, così da non farmi trovare di nuovo impreparata in un momento di debolezza.

Questo viaggio mi ha dato tanto, ma c’è ancora tanto da vivere e da scoprire, in Liguria e oltre.
Ogni cosa a suo tempo, e quel tempo, lo sto già aspettando.

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Leggenda del porto di Genova
La strega e l’ammiraglio


La leggenda, che nasce attorno al porto antico di Genova, narra di un ammiraglio che, poco prima di partire con la sua nave, incontrò una misteriosa vecchina. L’uomo stava salendo dalla banchina della sua nave quando la anziana donnetta gli si avvicinò e gli chiese con garbo se aveva qualche moneta da darle. Imponente e burbero ma dal cuore gentile, l’ammiraglio donò alla signora diverse monete. Allora la vecchina lo ringraziò e con uno sguardo luminoso e penetrante gli fece una strana predizione. Gli raccomandò di fare molta attenzione, sulla via del ritorno, al canale di Piombino, poiché avrebbe assistito a un misterioso addensamento di nubi dalla forma simile a un arcolaio, che avrebbe tentato di abbattersi sulla sua imbarcazione per sommergere lui e tutto l’equipaggio. La donna aggiunse che quella nube sarebbe stata la manifestazione del potere magico di sua moglie, che era una potente strega e voleva liberarsi di lui poiché innamorata di un altro uomo.
Poco prima di andare via, la vecchina gli insegnò il rito che serviva per sconfiggere la nube tempestosa e sopravvivere alla sua furia.
L’ammiraglio, perplesso ma preoccupato, partì per il suo viaggio, e quando fu tempo di tornare, proprio mentre stava per attraversare il canale di Piombino, ripensò all’avvertimento della vecchina, e pochi istanti dopo vide la terribile nube addensarsi e assumere la forma di un arcolaio. Questa si riversò sulla nave per abbatterla, ma l’uomo afferrò la sua spada e inferse tre incisioni a forma di croce nel centro della nube, invocando il paternoster verde.
Immediatamente la tempesta si dissolse con un urlo lacerante, e poco dopo cadde sul ponte della nave un dito insanguinato, nel quale era infilato un anello. L’ammiraglio lo raccolse e riconobbe la fede che aveva donato alla sua sposa nel giorno del loro matrimonio. (1)

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Per conoscere meglio il misterioso paternoster verde potete trovare un breve accenno qui: La strega, l’ammiraglio e il mistero del paternoster verde

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ALBUM FOTOGRAFICI
L’Acquario di Genova
Varazze

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Note:

1. Cfr. Marco Alex Pepè, Liguria magica e stregata. Diavoli, spettri, santi, streghe e leggende millenarie, De Ferrari Editore, 2018, pag. 95.

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Note di viaggio:
L’Acquario di Genova è aperto tutti i giorni dalle 9:00 alle 18:00, e per visitarlo occorrono almeno un paio d’ore. È dotato di un comodo parcheggio riservato a pagamento. È consigliabile acquistare il biglietto di ingresso online, scegliendo la data e la fascia oraria di visita, sia perché il prezzo del biglietto a data fissa è leggermente inferiore rispetto a quello acquistato in biglietteria, sia perché in questo modo si saltano eventuali code all’ingresso nei giorni festivi. È anche possibile acquistare un biglietto online a data e orario flessibili, a un costo maggiore. Noi abbiamo acquistato il biglietto online pochi minuti prima di entrare, per cui non è necessario che la prenotazione sia da effettuarsi in anticipo, a meno che non si intenda visitare l’Acquario nel fine settimana, durante il quale è più probabile che i posti in alcune fasce orarie siano esauriti.
Trovate le info per acquistare il biglietto qui: Biglietteria Ufficiale dell’Acquario di Genova

Viaggio in Liguria. Ritorno a Camogli e Bogliasco

Mi rendo conto ogni giorno che passa che questo è un anno di ritorni. Ci sono certamente mete inesplorate che finalmente tocco con i miei passi, ma anche tanti ritorni in luoghi già conosciuti in passato eppure amati, tanto da avere voglia – a volte pura necessità – di ritornarvi per viverli ancora. In questo secondo viaggio in Liguria la prima tappa è stata proprio questo, un ritorno in un luogo amato, che soprattutto il mio compagno voleva rivivere, anche più intensamente della prima volta.
Abbiamo caricato la macchina all’ora di pranzo della scorsa domenica, per trovare la strada libera e tranquilla, e siamo partiti con gioia e serenità verso l’amato mare ligure.
Dopo la tappa, ormai divenuta obbligatoria e tradizionale, all’autogrill di Masone, dove ruota la maestosa pala eolica e la striscia azzurra del mare si scorge già da lontano, abbiamo proseguito verso la Riviera di Levante.
Questa volta avevamo scelto di affittare una mansardina carinissima in stile boho nel paesino di Bogliasco, che volevo assolutamente vedere per via di una dolce leggenda, così prima di dirigerci a Camogli abbiamo fatto una breve sosta lì, dove abbiamo conosciuto Adria, la gentilissima padrona di casa, e abbiamo scaricato le borse dalla macchina. Adria ci ha dato le chiavi e ci ha consigliato di raggiungere Camogli con il comodissimo treno che si ferma proprio davanti alla scalinata che porta alla spiaggia e agli scogli, così da evitare di dover cercare un parcheggio pressoché introvabile. In effetti il treno raggiunge Camogli in soli quindici minuti e a parte il piccolo ritardo è stato una soluzione ottima.



Siamo quindi scesi a Camogli e passando accanto ai negozietti, dai quali questa volta mi ero ripromessa di acquistare qualcosa di carino, ma faceva di nuovo troppo caldo per fermarsi, ci siamo diretti verso gli scogli accanto al Castello della Dragonara – o Castel Dragone, di cui ho scritto un anno fa qui – dove abbiamo fatto il bagno in un’acqua limpida e freschissima. Il mio compagno lo desiderava da un anno, e io ero curiosa, dato che il bagno fra gli scogli non lo avevo mai fatto.


È stato divertente e rigenerante, e dopo essere usciti e aver fatto una veloce doccia, ci siamo diretti alla antica Focacceria Revello 1964, che offre le migliori focacce del posto. E lo posso confermare, non credo di aver mai mangiato una focaccia ligure così buona. Io ho scelto la focaccia semplice, sottile, con la superficie dorata e croccante e l’interno morbido, con tanto olio e un sapore delizioso; il mio compagno invece ha scelto la famosa focaccia di Recco, sottile e piena di formaggio fuso, buonissima.


Le abbiamo gustate davanti al mare e poi ci siamo rilassati con un tè freddo e una birra in uno dei bar della piazzetta, prima di fare una passeggiata per rivedere il coloratissimo porto, il Castello della Dragonara, le sculture delle code di balena e, in lontananza perché non si poteva proseguire per raggiungerlo, il piccolo faro bianco e verde.


Con la pancia piena e un pochino di stanchezza siamo quindi tornati in treno a Bogliasco, e dopo una doccia che ci ha rimessi al mondo siamo usciti a passeggiare per il paesino, molto carino.
Il nome di Bogliasco sembra avere origine dalla parola bogli, dal latino bulliens, che significa “bollente”, forse perché il torrente che la attraversa veniva chiamato rio dei bogli, per via di piccole cascatelle che nelle pozze presenti lungo il percorso creavano un effetto gorgogliante o spumeggiante, simile all’acqua che bolle. Un’altra possibilità vorrebbe invece che il termine derivi dal dialetto genovese bœggi, o “buchi”, data la presenza di buche nel torrente; il suffisso asco è una caratteristica prettamente ligure.


La serata a Bogliasco era fresca e ventilata e siamo rimasti per diverso tempo seduti su una panchina a guardare il mare notturno, con le barche e le navi illuminate che, partite da Genova, si inoltravano nell’infinito orizzonte, ormai buio e misterioso.
Ho pensato a quante creature, reali e leggendarie, abitino da sempre il mare, e soprattutto nella notte il mistero delle sue acque profonde è ancora più inconoscibile e affascinante. Il primo quarto di luna brillava sulla superficie increspata dalle onde, uno spicchio dorato che si apprestava a tramontare, creando la bella scia luminosa, quasi rosata.
Siamo passati vicino al ponte cosiddetto romano, ma in realtà di origine medievale, ovvero del XIII secolo circa, perché era il punto in cui è nata una leggenda che ho amato dal primo momento in cui l’ho letta, e anche se ho scattato qualche fotografia serale mi sono ripromessa di tornare la mattina dopo a fotografarlo nuovamente, con la luce del sole. Quindi siamo tornati alla mansardina per passare la notte. La mia è stata un pochino problematica, sono dovuta restare alzata più del previsto per smaltire le focacce – il mio stomaco è il mio punto debole, purtroppo, ma ho imparato a conviverci – e quando finalmente sono potuta andare a letto, sono crollata dal sonno. Non mi capita mai di riuscire a dormire in un “posto nuovo”, a prescindere dalla stanchezza, ma la mansardina di Adria era così tranquilla e accogliente che sono felicemente scivolata in un sonno leggero ma riposante.

La mattina seguente ci siamo alzati poco prima delle 10, senza fretta. Adria non aveva ospiti imminenti, per cui ci aveva concesso di prendercela comoda, senza orari fissi per il checkout. Ci siamo preparati, con il costume e il cambio già in borsa, e dopo aver ricaricato la macchina abbiamo lasciato le chiavi nella cassetta della posta, e siamo usciti. È stata la mia prima esperienza con un Airbnb e ne sono rimasta più che soddisfatta. Se dovessi tornare da queste parti, la mansardina Joy Bamboo di Adria sarebbe di nuovo la soluzione migliore.



Abbiamo quindi raggiunto di nuovo il ponte, che scavalca il torrente Poggio – purtroppo quasi asciutto – e ho scattato altre foto, quindi ci siamo fiondati verso la splendida – ma troppo affollata – spiaggetta sotto la chiesa. Il posto è incantevole, soprattutto se deserto. L’affollamento non ci ha comunque fatto passare la voglia di tuffarci in quel mare limpidissimo, così abbiamo sceso la ripida scalinata e, lasciate giù le stole, abbiamo fatto il bagno nell’acqua trasparente, fresca e di tutte le tonalità del verde-acqua e del turchese. La sirenetta che vive in me da sempre era entusiasta, eccetto per il fatto di non potersi immergere completamente e nuotare sul fondale, come amo fare, dato che non potendo più tornare alla mansarda mi ero preparata per la giornata, mi ero già truccata e non potevo bagnare i capelli. Unico piccolo problema dei viaggi brevi, non avere un punto d’appoggio più duraturo in cui cambiarsi, asciugarsi e risistemarsi.



Dopo il bagno in quella piccola e incantevole spiaggetta ci siamo goduti una bella colazione con brioche e cappuccino, e non appena ci siamo ritenuti pronti e rifocillati, ci siamo cambiati in macchina e ci siamo diretti verso il mondo magico della terza tappa del nostro viaggio.

Continua…

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Leggenda di Bogliasco
Il canto della damigella nella torre


Proprio nei pressi del ponte cosiddetto romano, nel centro di Bogliasco, davanti al mare limpido e alle sue onde spumose, si racconta questa dolce e triste leggenda.
Si dice che nel 641 d.C., durante l’invasione di re Rotari dei Longobardi, vicino al ponte sorgesse un castelletto con una torre, nel quale viveva una fanciulla bellissima, dai capelli biondi come oro, che lei soleva raccogliere in trecce, e che erano talmente lunghi che per poterli pettinare li doveva sciogliere giù dalla finestrella della torre. La giovane cantava in modo sublime, e una mattina, mentre stava intonando una dolce melodia, passò sotto la finestra re Rotari, che la udì e se ne innamorò follemente. La fanciulla però lo respinse, poiché già innamorata di un altro giovane, e davanti a questo rifiuto inaspettato, il re si inferocì a tal punto che distrusse il paese e fece murare la porta del castello nel quale abitava la damigella. Non potendo più uscire, la fanciulla iniziò a deperire, fino a morire di stenti e di fame. “Si dice che nonostante la lenta agonia lei continuasse a cantare alla luna una triste e disperata melodia” (1), sperando, invano, che presto o tardi un cavaliere giungesse a salvarla.
Ancora oggi si racconta che vicino al ponte, “quando sorge la luna e il mare diventa d’argento” si oda l’eco della melodia che la povera fanciulla della torre cantò sino alla morte. (2)

Dopo che era sorta la luna, e il mare era divenuto d’argento, ho scattato questa foto. Il canto non l’ho udito, ma sono sicura che sia bellissimo.


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ALBUM FOTOGRAFICI
Camogli
Bogliasco

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Note:

1. Cfr. Marco Alex Pepè, Liguria magica e stregata. Diavoli, spettri, santi, streghe e leggende millenarie, De Ferrari Editore, 2018, pag. 75.
2. Ibidem.